La maggior parte di noi si porta dentro, da sempre, un viaggio, che non è una semplice visita, ma un sogno. E va crescendo a poco a poco, costruendosi una delicata architettura. E’ un’amabile malinconia, che sviluppiamo con un complicato processo: senza voli aerei, senza tempo, senza soldi. Dalle palpebre verso dentro.

Un viaggio di questo tipo si alimenta di letture, cartoline illustrate, carte geografiche, ortografie, persone che arrivano con delle notizie, avventure vissute da altri e di cui uno si sente partecipe, nell’oscurità di una sala cinematografica o a casa, soli davanti al televisore.

Un pezzetto dopo l’altro prende forma il paesaggio che si riproduce una realtà che non si può toccare, ma forte come il vincolo che unisce il corteggiatore alla sua amante segreta. Credo sia una sorta di pellegrinaggio che ha a che vedere con il luogo a cui, per motivi misteriosi, sentiamo di voler appartenere

(da “Amor America” di M.Torres)

Perle di saggezza popolare (grazie a Venessia.com)

Io vado...

...nella mia nuova casa

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mercoledì 4 febbraio 2009

Una nuova casa


"A tutti, nel paese, senza dubbio doveva sembrare che io vagassi qua e là, senza destinazione. Ma qui, lungo il fiume, al crepuscolo puoi vedere il dolce volo dei pipistrelli che volteggiano a zig-zag, intorno … volano per procurarsi il cibo. E se ti è mai capitato di perdere la strada nel mezzo della notte, nella foresta oscura vicino a Miller’s Ford, evitando ora una strada, ora l’altra, ovunque si poteva intravedere la luce della Via Lattea brillare per illuminare il sentiero. Dovresti allora capire che io cercavo la strada con ardente zelo e che tutto quel mio vagabondare era un vagabondare nella ricerca."

(una mia personalissima traduzione e adattamento della poesia “William Goode”, in “Antologia di Spoon River”, di E. Lee Masters)



Curiosa ed impaziente, ho vagabondato…

Un giorno mi son fermata:
un albero
una panchina
un’ombra


Sono stata a testa in giù, appesa ad un ramo di quell’albero, accompagnata dal dolce russare dei pipistrelli, risvegliata dai raggi che penetravano tra le foglie, coccolata dal silenzio di chi, passando, guardava su e sorrideva… e sussurrava… e raccontava…

Ho deciso di fare di quest’albero, la mia casa.
Ho deciso di fare di questa panchina, la ninnananna dei miei pensieri.
Ho deciso di fare di quell’ombra, la mia ombra… ad un passo dai miei pensieri, ad un passo da chi c’è appena più in là.

Nel caso qualcuno abbia voglia di passare a salutare, ora abito qui.
Starò a giocare con i semini di senapa… chicchi minuscoli, invisibili… che crescono con sole e pioggia.

Lascio questo mio spazio verde, così… com’è… con i giocattoli fuori posto, l’eco delle parole e le orme sulla strada…

In fondo, tutto quello che conta, è con me… alla rinfusa nelle tasche…

martedì 30 dicembre 2008

Zampillo in cammino verso la Terra Rossa

Aveva le zampe lunghe e le orecchie a punta; dietro al tallone, una macchia chiara… sua mamma gli aveva detto che quello era il segno della Terra Rossa, cosa strana per un canguro delle montagne. Il vecchio Zampa Corta gli aveva raccontato tante volte la storia dei canguri della pianura. “Un giorno andrò laggiù… vero, nonno?”, gli rispondeva sempre, curioso, Zampillo.

E fu così, che in un giorno di primavera, Zampillo infilò i suoi grandi occhiali e si presentò davanti alla casa del vecchio saggio. Due zampate alla porta e… “Zampa Corta, la Terra Rossa mi aspetta. Son passato a salutarti.”
Il vecchio infilò la testa nella fessura della porta, lo guardò ben benino, sorrise sbirciando le zampe che tamburellavano sull’erba, poi diede un’occhiata al marsupio vuoto e bofonchiò: “Aspetta un attimo. C’è qualcosa che devi avere.” Richiuse la porta con un colpo secco e sparì tra rumori rotti.
Se ne uscì qualche minuto dopo con una scatola impolverata: ci diede una passata con i suoi guanti neri e disse: “Questa ti servirà per imparare a riconoscere i messaggi del bosco! Dovrai averne cura, mio piccolo amico!”
In un batter d’occhio, Zampillo si trovò la scatola tra le mani e la porta chiusa, davanti agli occhi. La infilò nel marsupio e si avviò verso il bosco.
“Ehi!”, urlò dalla finestra il vecchio, “Non dimenticare: fai tesoro di tutto ciò che trovi. Fanne tesoro, mio piccolo amico!”


Appena scese la sera, Zampillo tirò fuori la scatola scura: era pesante, di legno di mogano, con un’incisione tonda, chiara… assomigliava proprio a quella macchia che aveva lui dietro al tallone.
Dentro c’era una vecchia bussola: un marchingegno fatto d’acqua e sughero, con un ago che girava da una parte all’altra, come impazzito.
Non ci volle molto affinché imparasse a far buon uso di quell’ago magico: ben presto infatti scoprì il segreto del muschio umido, attaccato alla corteccia degli alberi e quello del sole, che spuntava dalla testa delle montagne, saliva in alto e poi scendeva, nelle sabbie della pianura. Imparò a mangiare quando il sole gli batteva dritto sulla testa e a continuare il cammino quando la sua ombra correva, veloce, davanti a lui.
Poco alla volta quella bussola non gli servì più, perciò decise di richiuderla nella scatola scura e la di conservarla con cura nel marsupio.


Le piogge lo accompagnarono fino alla Radura Verde. Se ne stava, impaurito, a cercar conforto nella luce delle stelle, quando sentì qualcuno infilarsi tra le zampe. “Ehi, ma…!”
“Dove diavolo sono?!” borbottò un animaletto peloso col muso lungo, mentre tastava qua e là. “Eppure stavano qui, li avevo lasciati proprio qui”
“Ehiiiii, mi fai il solletico”, disse Zampillo balzando in piedi.
“Oh, scusa, amico! Ma ho perso i miei occhiali… li avevo appoggiati qui ieri, quando mi son fermato per ricaricare la mia Pietra di Luna, ma ora… non li trovo più.
Senza occhiali, tu non puoi capire, ma per una talpa quale son io, è un vero DISASTRO: mi perderò per le strade del bosco e non arriverò in tempo per la festa della nuova alba! Accidenti a me e alla mia testa vuota!”
Il canguro si fece una bella risata. “Ma che problema c’è? Io ho con me un ago magico, lui ti porta dove vuoi.” Allungò la zampa e avvicinò la scatola scura al muso peloso di lei, che uscì dal buco ed iniziò ad annusare intorno, con gli occhi stretti stretti per cercare di vedere… “Ahhhhh, meraviglia! Grazie, amico mio! Io in cambio posso lasciarti questa grossa Pietra… non è mica una pietra qualsiasi… questa t’illumina il cammino quando scende la notte: tenendola tra le mani, farà luce ai tuoi passi, sconfiggendo la paura ”
In un attimo si ritrovò nel marsupio quella palla luminosa, trasparente. “Accidenti quanto pesa!”
“Pesa, è vero! Ma non la dovrai tenere a lungo: lei ti aiuterà a vedere fin dove gli occhi non arrivano, ti aiuterà a scoprire i segreti della strada e delle sue pietre… poco alla volta non ti servirà più e potrai camminare anche ad occhi chiusi!”
Zampillo abbassò la testa dispiaciuto: “Io… beh, ti ringrazio!! Solo che… beh, vedi… io… ehm… io adesso non ti posso lasciare la mia bussola… cioè, io ho imparato i suoi segreti, ma un giorno potrebbe servirmi ancora… sai, io devo andare fino alla Fessura del Mare… devo arrivare fino alla Terra Rossa… vedi… è tanta strada… potrei perdermi ancora… mi dispiace… ma…”
“Non ti preoccupare, zampa lunga!”, rispose sorridendo la talpa. “La guarderò un po’ qui, prima che tu riprenda la tua strada. Quando ti sveglierai, domani mattina, potrai riprendere il cammino con il tuo marsupio pieno!” Fece un salto sopra la bussola e iniziò a parlare tra sé e sé “N… muschio e stelle in groppa… S… E… ahah… il sole, sì… domani…”


Quando Zampillo riaprì gli occhi, quello che trovò fu solo un buco, accanto alla sua zampa destra: la talpa se n’era già andata.
Con un balzo riprese la sua strada ma… quanto peso dentro al suo marsupio!
Presto scese la notte e, con in mano la Pietra di Luna, il canguro non ebbe più paura… imparò a saltellare sui sassi scivolosi ed evitare quelli spigolosi, scoprì il segreto della strada e dei suoi rami.
Passo dopo passo, decise di rimettere al sicuro quel pallone luminoso e a camminare ad occhi chiusi… sentendo la polvere sotto ai piedi prendere la forma dei suoi balzi.
Si risvegliò anche il sole, mentre lui ancora balzellava ad occhi chiusi sulla strada quando…
SPLASH
“Ahhhhhhhhhhh, accidenti a te!!”, spalancando gli occhi si ritrovò in groppa ad uno degli animali più grossi che avesse mai incontrato in vita sua… aveva l’aria di essere un po’ arrabbiato… molto arrabbiato.
“Ehm… scusa… ma non ti avevo visto, andavo un po’ di fretta! Posso fare qualcosa per riparare al danno che ho combinato?”
Quel grasso musone si spalancò in un enoooooorme sbadiglio. “Mi hai svegliato, pulce dalle orecchie a punta! Sto cercando di raggiungere il mare ma, quando scende la notte, il buio mi fa addormentare… è più forte di me, non riesco a stare sveglio! e così ora, oltre ad essere in ritardo, sono anche di cattivo umore!”
“Beh”, rispose Zampillo, strisciando la zampa a terra, “io ce l’avrei una cosa per farti tenere sveglio: è una palla magica, una Pietra di Luna. Però non te la posso lasciare, perché potrebbe servire ancora a me… il viaggio è ancora lungo e…”
“Dove stai andando, orecchie a punta?”
“Domattina arriverò alla Fessura del Mare… l’attraverserò e poi mi metterò a balzellare tra i miei sogni, nella Terra Rossa.”
“Mmmmhhh.. ragazzo mio, la Fessura del Mare è un posto pericoloso. Pensi davvero di farcela? Lì c’è un filo di ragnatela e tira forte il vento. Sei sicuro di poter attraversare la gola senza scivolare? In equilibrio… senza guardar giù e senza voltarti indietro?”
Zampillo iniziò a muovere le orecchie, agitato. “Vedi, io ci voglio davvero arrivare di là!”
“Allora, pulce, penso di avere qualcosa che fa al caso tuo: molti anni fa, un pappagallo giallo mi ha regalato una girandola, una vecchia e grossa girandola fatta di rami e foglie. L’ho tenuta qui, accanto a me, per tutto questo tempo… ho imparato ad ascoltare il vento: ora so quando cadrà la pioggia e quando potrò uscire senza che lui mi soffi via tutto il mio fango.
Sai, anche a me piacerebbe andare laggiù, nella pianura, ma io sono un ippopotamo… e quel filo di ragnatela è delicato: bisogna essere leggeri, seguire il vento… bisogna esser veloci ed agili.
Porta con te questa girandola ed esercitati tra gli alberi del bosco, così quando arriverai alla Fessura del Mare avrai già imparato ogni segreto del vento.
Non ti preoccupare per me: tieni la tua Pietra di Luna se credi ti servirà ancora… io ritroverò la strada. Buona fortuna, pulce dalle orecchie a punta!”

Zampillo infilò la girandola nel suo marsupio, ormai traboccante, e riprese la strada. Tutti quei tesori, stavano diventando davvero molto pesanti: non riusciva più a saltellare bene come i primi giorni, scivolava, instabile.

Il giorno passò velocemente e quando scese la sera, il canguro era sfinito: la schiena a pezzi e le gambe doloranti. Decise così di trascorrere la notte tra i rami degli alberi con la girandola ricevuta in dono dall’ippopotamo.
In poco tempo imparò a riconoscere il fruscio delle foglie, sentiva il vento venire da est e poi cambiare, soffiare forte da nord, freddo e pungente. Quando il sole si risvegliò nuovamente, lui aveva imparato a rimanere in equilibrio tra le foglie, a correre leggero tra i rami, a farsi accarezzare dal vento senza scivolare… era davvero pronto per intraprendere l’ultimo pezzo di strada, quello della Fessura del Mare.
La vedeva lì, davanti agli occhi: un filo sottile, che molleggiava con il soffio del vento… un filo che portava dritto dritto verso la Terra Rossa… già lo sentiva il profumo, già la vedeva la casa dei suoi sogni.


Prese un bel respiro e con un balzo si posizionò in equilibrio…
Fece il primo passo, fermo, preciso, attento.
E poi il secondo.
E il terzo.
Ormai se ne stava già a metà strada, quando sentì il vento soffiare forte, davanti a lui. Era sicuro di potercela fare, aveva imparato a farsi accarezzare senza mai scivolare… ma il suo marsupio ora era pesante, troppo pesante.
Non riusciva a camminare leggero, sul filo. Sentiva il peso sulle zampe.

“Eppure”, pensava tra sé, “il vecchio Zampa Corta si era raccomandato <>. Ma com’è che ora tutto pesava troppo? Cosa avrebbe dovuto fare, adesso? Dopo tutta quella strada, dopo tutta quella corsa… con il sogno davanti agli occhi…

“Ragazzo!” una voce roca lo sorprese, in bilico, a mezz’aria. L’avrebbe potuto riconoscere in mezzo a mille… era lui, il vecchio Zampa Corta.
“Non ti girare, figliolo. Rimani lì dove sei. Accucciati sulle zampe e drizza bene le orecchie!
Che ci fai così? Devi correre figliolo, non fermarti e guardare dritto davanti a te… leggero, delicato, sul filo dei sogni!”
Zampillo alzò le zampe e fece un leggero movimento col muso “Non ci riesco! Me l’hai detto tu… me l’hai detto tu” disse piagnucolando “che dovevo far tesoro di quello che incontravo lungo la strada! Io ho fatto così… ho portato con me tutto, sono stato attento e ora ho tutto qui con me, dentro al mio marsupio!”
“Ragazzo mio”, rispose a gran voce il vecchio saggio, “è quello che ti ho detto, sì! Ma far tesoro non significa portarsi addosso il peso di ciò che sono, tutte quelle cose! Hai ricevuto una bussola per imparare a leggere i segnali del bosco, una Pietra di Luna per abituare gli occhi al buio della notte… e una girandola per riconoscere il vento e giocare con lui senza farti ingannare dal suo soffio.
Tutto quello che hai, è già dentro di te. Quello che ora ti porti addosso, è solo un peso: liberatene! Avresti potuto aiutare la talpa. E poi l’ippopotamo… invece hai portato tutto con te per paura di non farcela. Getta in mare quello che non ti serve e fai tesoro nel cuore di ciò che hai imparato… metti una zampa dopo l’altra e continua il tuo cammino, dritto, verso la Terra Rossa.
Buona strada, mio piccolo amico!”

Zampillo girò la testa, ma quel che vide furono solo rami… immobile, lì, dov’era, infilò una zampa nel marsupio ed estrasse la girandola, e poi la grossa Pietra di Luna ed infine la Bussola… una ad una le gettò giù, nel mare.

Ora si sentiva di nuovo leggero, ora era pronto per rimettersi in piedi e, un passo dopo l’altro, arrivare alla Terra Rossa.
Un soffio, solo un soffio.

Ancora un passo, un altro.

domenica 30 novembre 2008

Stacca la spina... Staccala!


PLAY

E' una corsa. Girare la testa e sorridere a chi sta dietro; mettersi a due centimentri di ruota da chi ti sta davanti, appoggiare il respiro sulla sua bisaccia per sentire che c'è. O vedersi ultimi, con la strada che corre più veloce di te.... vedersi sempre più lontani e farsi accarezzare dall'idea di accelerare.

E poi, in un momento, sentirsi bene lì, indietro, scarsi, stanchi... ultimi! Lontani dal fruscio degli altri e sentire solo i pedali, solchi nella neve.
Guardarsi attorno e pensare di essere in un sogno...
rallentare...
ascoltare i muscoli...

dare il ritmo giusto alle ruote...




REWIND

I ricordi balbettano fotografie che appaiono disordinate.


Accendo l'incenso e mi lascio guidare tra le parole, tra quelle fotografie.
Rivedo quel bacio
Risento quel sorriso... quasi riesco a risentire il gusto di quel gelato



e ricordo quel viaggio di tanti anni fa...
rivedo le luci sul foro, risento il profumo della carbonara calda, ritrovo le telefonate e le parole.
Risento i piedi stanchi appoggiati alla panchina di Santa Sabina... rivivo quell'aria di casa, lontana chilometri e chilometri dalla mia... quell'aria calda che inaspettatamente ogni tanto riappare, lieve.

Libero, sorridente
ripensandoti
come foglia al vento
carico di profumi

(da "Stacca la spina" di G. Barbarotta)


Il treno ha chiuso le sue porte e il mio viaggio continua; qui; nelle telefonate veloci, negli itinerari tra il vino e le statue ammaccate dal tempo. Il mio viaggio continua nel silenzio di quelle parole che si perdono tra i vicoli nascosti dei ricordi.
Il tuo è ricominciato, nel mio silenzio e nei tuoi sorrisi... so che risentirò quel fischio passarmi accanto, sorridermi, svegliarmi.




FAST FORWARD

Tornerò lassù, un giorno.
Riappoggerò i piedi su quella panchina per fischiare anch'io; e risvegliare la grande città.



PAUSE
Il mio cuore è come una nube,
vuole vagare in mezzo al cielo.

Aperti gli occhi verso la terra
vuol sorridere come l'alba.
Il sorriso s'unisce alle nubi,

il sorriso vaga per l'aria:
sorriso d'aurora, sorriso di fiore
si spande per il giardino.
Il mio cuore s'innalza in cielo
vuole fiorire come l'aurora.

(da "Sissu" di R. Tagore)




Ero irritabile, instabile, soggetto a troppi alti e bassi. Gli dissi che mi sembrava di guardare il mondo attraverso un caleidoscopio: una piccola mossa e tutto appariva verde; ancora un leggero tocco e tutto era rosso, poi nero e poi oro. Volevo fermare il caleidoscopio, così che tutto restasse d’un colore. Volevo mettere fine agli alti e bassi, che tutto fosse pari.

(da “Un altro giro di giostra” di Terzani)



Uno è che non sono ancora riuscito ad avere un rapporto giusto col tempo e a considerare il mio tempo come tempo per gli altri al modo in cui faceva il Swami. Mi piacerebbe tanto arrivarci!
L'altro problema è che continuo a identificare la pace interiore con la solitudine, la mia armonia col vivere in un eremo in montagna. La lontananza dal mondo è ancora una condizione necessaria del mio stare in equilibrio. E questo è un segno che ho ancora molto da lavorare. Per questo ho cominciato da poco a fare un esercizio che i tibetani, i sufi e tanti altri hanno fatto per secoli. Disteso per terra guardo il cielo. Contro l'azzurro si muovono, leggere, delle nuvole. Ne fisso una, la seguo, mi ci identifico. Presto divento quella nuvola e, come quella nuvola, senza peso, senza pensieri, senza emozioni, senza desideri, senza resistenza, senza direzione mi lascio andare nell'immenso spazio del cielo. Non ci sono sentieri da seguire, non una meta da raggiungere. Semplicemente vagare, aleggiare, vuoto come la nuvola. E come la nuvola cambio forma, prendo tante forme, poi divento evanescente, mi disfaccio, scompaio. La nuvola non c'è più. lo non ci sono più. Resta solo la coscienza, libera, senza legami, una coscienza che si espande. Ho cominciato a fare quest'esercizio sul mio crinale sopra lo strapiombo. Ora debbo imparare a farlo dovunque: su un prato nell' Appennino, sulla terrazza della casa a Firenze o al margine di un'autostrada. Se riesco a immagazzinare quel senso di vuoto della materia, così come credo di aver finalmente capito che il silenzio è una dimensione interiore e non fisica, avrò fatto un passo avanti, smetterò di considerare il quotidiano come una piovra dalle mille braccia, il tempo come «mio» e a dover scappare nell'Himalaya per sentirmi in pace. Ci lavoro.

(da "Un altro giro di giostra" di T. Terzani)




Giovane viaggiatore,
dimentica le stanchezze del viaggio,

procedi con coraggio!

Non spegnere nell'anima

la luce del tuo cammino.


(da "Sfulingo" di R. Tagore)




STOP
Quello che volevo dire
e non ho detto

era solo questo:

Attraverso la mia porta

davanti agli occhi

ho visto mille volte

l'universo eterno.
L'eterna intelligenza dello sconosciuto

ogni giorno in tanta semplicità

ha riempito l'intimo del cuore:

non so se potrò dire con parole semplici

questa verità


(da "Balaka" di R. Tagore)




PLAYCi lavoro.

mercoledì 12 novembre 2008

Eureka!

E’ una storia lunga… è complicata… è fatta di ieri, e di oggi.
Ci vuole tempo, ci vuole voglia…

Ma al bivio si può scegliere:

La scorciatoia
Non mi piacciono i riassunti, ma ho spesso incontrato persone di fretta… sono quelle che, incontrandoti, ti chiedono “come va?” mentre pensano già a quanto pesi quella borsa, a cosa cucinare a pranzo, a quando potranno iscriversi al corso di nuoto… chi va di fretta ama leggere poche righe e rispondere con poche parole, per poi riprendere la corsa… ecco perché questo “Bignami dei miei pensieri”… che poi, non sono nemmeno i miei…

Occhio però, che a far le scorciatoie, si mette a dura prova il fiato!


I tornanti
Tutto è iniziato lunedì, tra i fumi nebbiosi di un tè bollente… no, anzi, molto prima! Tutto è iniziato con un incrocio e un incontro e un inceppo… non un giorno, non un’ora… ma in… dentro.

Lunedì son tornata a casa tra la nebbia, che già alle 5 del pomeriggio offuscava i passi. La strada è la strada di sempre: ne conosco ogni curva, ogni avvallamento… è come tornare a casa ad occhi chiusi, guidati solo dal ricordo. Sì, la strada la conosco… ma quella nebbia mi confondeva e mi inquietava… mi ricordava un orologio in cui s’infila dentro dell’acqua: il quadrante rimane immerso e le lancette si nascondono… o una bussola smagnetizzata, con il nord che gioca a mosca cieca e cambia e gira, ovunque tu scelga di andare…

Ho chiuso la porta, con uno scatto, ed ho nascosto la chiave per non far entrare quella nebbia dentro casa… mi sono rifugiata nella luce, limpida.

Mi sono fatta una tazza di tè bollente, pensavo fosse per scaldarmi le mani e toglier quel sapore di umidità allo stomaco… ma in realtà mi son ritrovata immersa in quel fumo caldo… a lui ho affidato gli occhi…
Cercavo la nebbia… quella che avevo nervosamente attraversato lungo la strada, quella che ho chiuso con un sospiro di sollievo dietro la porta, lasciandola fuori, fuori da me…

E poi incontro Amelie…

Vado a tentoni nella stanza… incontro altre mani che cercano… non credo stiano cercando quello che cerco io, ora… ma poco cambia: siamo tutti ciechi alla ricerca della luce.
Intravedo un bagliore, mi avvicino piano… le mani si sfiorano appena… non credo di poter sfruttare quella luce fioca, basta appena per lui… ma bastano poche parole e in quell’incrocio di mani, mi resta un fiammifero…
lo accendo.

Intorno a me c’è un gran numero di cose, e persone: qualcuno se ne sta appoggiato al muro, in silenzio; qualcuno sta chiacchierando, con altri, lontano da me; qualcuno mi è di fianco e gioca a dare all’ombra, la forma di un alce e di un serpente…
qualcuno se n’è andato: è ad un passo da me, ma la testa guarda altrove, si avvicina ad una porta… forse entrerà e la chiuderà alle spalle… forse potrei seguirlo… è quel che faccio, in effetti.
Mi avvicino, da dietro sorrido, ma non c’è spazio per me, ora. Tutto quello che lo riguarda viene racchiuso nella luce del fiammifero… tutto il resto è fuori, buio, invisibile. Io me ne sto a pochi passi da quella luce e vedo che dentro c’è già parecchia gente… faccio un passo indietro, faccio un cenno con la testa, saluto… ma nel buio non si sente, né si vede…

Mi siedo in silenzio e continuo a guardarmi intorno… il fiammifero si consuma, poco alla volta… e con lui, anche un po’ della mia tristezza… forse finora avevo parlato con le sue ombre sul muro, o forse mi sono fatta ingannare: nel mio immenso gesticolare, non mi sono accorta che quelle ombre, sono le mie… non c’era nessuno: forse stavo parlando con me, con l’ombra di me.
Me ne resto lì un po’, poi mi alzo e torno sui miei passi…

Mi viene in mente una cosa…
Quell’incrocio, quell’incontro, quell’inceppo…
Quel bagliore mi illumina anche la mente… e penso che le parole sono strane, sono strade di altre strade, sono fiumi dentro a mari… impossibile cadere in strade a senso unico: anche quando pensi di aver capito, anche quando dentro di te sai che in vuol dire dentro e solo dentro, vedi un bivio in fondo alla strada…
Come può essere che voglia dire dentro, ma anche senza? Come può essere tutto ed il contrario di tutto? Quindi può essere che io sia dentro, ma mi senta fuori?
In…


Con quel mozzicone di luce che mi resta, mi avvicino al libro e leggo:

Eppure, a volte basta poco per rendersi conto anche del resto..
Tagore, il grande poeta bengalese, lo dice con una semplice similitudine. Una sera è a bordo di una casa galleggiante sul Gange e al lume di candela legge un saggio di Benedetto Croce. Il vento fa spegnere la fiamma e improvvisamente la stanza è invasa dalla luce della luna. E Tagore scrive:

La bellezza era tutta attorno a me,
Ma il lume di una candela ci separava.
Quella piccola luce impediva
Alla bella, grande luce della luna di raggiungermi.


Penso che quel fiammifero ora non mi serve più: mi stavo confondendo tra la sua luce e le sue ombre. Lo spengo e mi faccio guidare dalla luce che mi viene da dentro, la mia.


Non mi piace l'inverno, ma mi piace vedere le foglie nascere, arrossire e salutare. Mi piace sentire il vento cambiare, entrare nelle ossa e inumidirle e raffreddarle e poi bagnarle di sole..
mi piace arrivare e trovare la nebbia, dopo tanto sole. Mi piace intrufolarmi nelle calli senza vedere bene chi mi sta attorno..

però questa nebbia, che arriva d'improvviso, mi offusca i pensieri… mi nasconde i punti alla fine delle frasi e non riesco più a riconoscere i punti esclamativi da quelli interrogativi… tutto si perde un po'…

ma è bello anche per questo! perché si può dondolare sulle parole, si può ipotizzare dove si arriverà o inventare una fine diversa… prima che arrivino sole e neve ad illuminare o ghiacciare.


Riprendo in mano il mio libro, dal punto alla lettera maiuscola… riprendo la mia strada:


La nostra vita quotidiana è piena di piccole luci che ci impediscono di vederne una più grande. Il campo della nostra mente si è ristretto in maniera impressionante. Così come si è ristretta la nostra libertà. Quello che facciamo è soprattutto reagire. Reagiamo a quello che ci capita, reagiamo a quello che leggiamo, che vediamo alla TV, a quello che ci viene detto. Reagiamo secondo modelli culturali e sociali prestabiliti. E sempre di più reagiamo automaticamente. Non abbiamo il tempo di fare altro. C'è una strada già tracciata. Procediamo per quella.
Nell'ashram non era così. Si aveva il tempo di vivere con attenzione ogni momento. Ci si esercitava ad agire, non a reagire; a tenere all'erta la mente, a essere consapevoli di ogni gesto. Delle zanzare mi ronzavano attorno agli orecchi? Facile reagire distrattamente, sovrappensiero, con una manata. Mi costringevo invece a non ucciderle. E mi piaceva.
Sì, l'ashram era, per tanti versi, uno strano posto. Strano certo per me che, abituato da una vita a stare in mezzo alla gente e a scorrazzare per il mondo per raccontarne le storie…

Altri invece sono convinti che noi, solo noi, siamo responsabili di quel che ci succede, perché “fortuna” e “sfortuna” sono il frutto delle nostre azioni in questa o nelle nostre vite precedenti.

Oggi
Ora

Oggi, ora, la felicità è questo caffè, è guardarci dentro ed accorgermi che nei riflessi c’è nascosto uno di quei cosi che volano in aria, a cui ci stanno appesi i coraggiosi, che si fanno trasportare dal vento.


Scelgo di non finirlo tutto, perché l’ultimo goccio non mi va… lo metto da parte e lo berrò dopo.
Scelgo di tornare giù a correggere sfumature di una traduzione

Scelgo di andare a trovare Marta per vedere quel meraviglioso frugoletto che ha iniziato a respirare l’aria del mondo… si starà guardando in giro e sarà felice solo di vedere gli occhi della mamma e le mani del papà… non credo si dispiacerà che le borse stiano andando male, né che i treni sono in ritardo per via dello sciopero…
Scelgo di mandare un pensiero… a quella che sta ancora col naso chiuso, a quello che sta studiando e probabilmente mi sta pure pensando... a quella che probabilmente di me ha visto solo l’ombra e pensa che sia tutto lì… ora è impegnata a guardare il cerchio di luce del suo fiammifero e non mi sente… ma io ci sono. A quello che non è convinto, ma in fondo pensa che un giorno lo vedrà tutto, il buono; a quello che pensa che salvando gli altri salverà se stesso… forse non è vero, ma almeno non se ne sta a filosofeggiare. A quella che sente al di là delle parole e a quella che sta aspettando che arrivi un segnale… spero solo che non ci siano interferenze!

Io sono qui, e sono ora.
Sono nell’eterna contraddizione di ciò che scelgo di. Ma ci sono.


ps
i pensieri in arancione sono pensieri sparsi dal mio taccuino, di questi giorni
quelli in grigio, da "Un altro giro di giostra" di Tiziano Terzani

lunedì 27 ottobre 2008

Always be yourself along the way, living through the spirit of your dreams

Non possiamo sapere cosa ci potrà accadere nello strano intreccio della vita.
Noi però possiamo decidere cosa deve accadere dentro di noi, come possiamo affrontare le cose, e quale decisione prendere, e in fin dei conti è ciò che veramente conta.
(J. F. Newton)




E ricordati, io ci sarò.
Ci sarò su nell’aria.
Allora ogni tanto, se mi vuoi parlare, mettiti da una parte, chiudi gli occhi e cercami.
Ci si parla. Ma non nel linguaggio delle parole. Nel silenzio
(Tiziano Terzani)



(titolo da "Ordinary Day" di Dolores O'Riordan)

Posted by Picasa

La storia dell'aquilone rubato

- Raccontami una storia, papà!
- C’era un’anfora vecchia che il contadino voleva buttare perché screpolata
- Ahhhhhhh! Me l’hai già raccontata, papà!
- Mh…
Allora ti racconto la storia di Peter, un bambino sperduto che viveva in un’isola lontana, dal nome che nessuno sa più ricordare…
- Ma papàààààà!...
- Ragazzo mio… ci vuole pazienza! Chiudi gli occhi e vieni con me…

Questo è il paese dei bimbi sperduti, dove la terra è ancora terra e profuma di lavoro; dove il sole scalda ancora i piedi che scalpitano per le strade e il vento s’infila nelle barbe scure di uomini vestiti di bianco.
Questa non è un’isola come le altre. Negli altri posti i bambini si ritrovano insieme a bambole parlanti, carte di mostri con le spade dorate e gli occhi magici, macchinine veloci come la luce e omini minuscoli alla ricerca di un tesoro dentro una scatola luminosa… ma alla fine succede sempre che dopo un po’ si stancano perché vorrebbero quel che non c’è… vorrebbero perfino quel che si son dimenticati di volere!
In quest’isola lontana invece i bimbi sperduti giocano con quello che non c’è… ed è così che dei panni stracciati diventano palloni avvelenati e dei frammenti di roccia, coraggiosissimi soldatini in guerra… ma la cosa più bella è quando della carta colorata diventa mille splendidi aquiloni.

Peter viveva qui ed era qui che sgattaiolava tra i viali polverosi con la sua maglietta verde e il cappellino a punta, come un folletto. Aveva un sorriso contagioso e i bimbi sperduti gli volevano bene per questo… nonostante fosse il più grande, non si stancava mai di giocare ed immaginare. Con le sue invenzioni strampalate riusciva sempre a far rotolare la felicità… dicono sia per questo che l’avevano eletto il loro piccolo grande capo. Raccontano anche che sapesse anche volare… sì, gli altri bimbi ne erano sicuri, solo che lui non aveva ancora capito come farlo.

Peter aveva un fratello di nome Hassan, un ragazzino moro, con gli occhi di un cerbiatto ed il sorriso dolce della luna.
Hassan doveva avere qualcosa di magico nelle mani, perché i suoi aquiloni correvano su a fare il solletico al vento. Lui, solo lui, riusciva a far fare loro le capriole o a farli mettere a testa in giù e rotolare fin dentro alle nuvole per bagnarsi i capelli con quella spuma bianca per poi uscire a saltellare a pochi centimetri dai tetti bianchi ed infilarsi tra le stole chiare delle donne intente ad intrecciare vimini.
Quando Hassan faceva volare il suo aquilone, tutti i bimbi lo guardavano dalla cima della collina verde, insieme a Peter che intanto balzellava tra un ramo e un altro per raggiungerlo, attaccarsi alla coda e farsi trasportare. Volteggiava che sembrava volare con delle ali invisibili fino al sole, e più in là.
Ma per Peter questo non era abbastanza, voleva volare e voleva pensava che potesse riuscirci solo con l’aquilone di Hassan, voleva sentirlo intrappolargli le dita tra i fili… voleva essere lui.

Fu così che in una calda notte di giugno, Peter entrò nella stanza di Hassan e gli sfilò da sotto al letto il suo aquilone scuro dai contorni bianchi per portarlo fin sulla collina verde… a quell’ora nessuno poteva vederlo, nessuno poteva fermarlo.
C’erano solo lui, e il vento… che lo aspettava come ad un appuntamento troppo importante da mancare.
Peter teneva in mano il suo trofeo rubato, quando iniziò la corsa verso la distesa color del grano… regalava il suo filo alle dita del vento, senza sapere che il vento non si accontenta mai, vuole di più e soffia più forte, e tira e strappa e scherza e si sposta e si gira.
Nel mezzo del buio della notte, però sentì uno strappo e cadde all’indietro… il vento si era portato via il suo aquilone e gli aveva lasciato tutto quel filo che gli era entrato dentro alle dita.

...l’aquilone di Hassan… se almeno gliel'avessi chiesto!…

Non poteva abbandonarlo così, doveva andare a riprenderselo! Sapeva volare, te l’ho detto, e così cominciò a saltellare tra i rami finché non fu abbastanza in alto per spiccare il volo…


Se chiedessimo alla luna che da lassù li guardava danzare insieme, lei ci direbbe che Peter volò insieme al vento più in alto, proprio dove non era mai arrivato… che era felice come quando si gioca con quel che non c’è… come quando si arriva più su.
Stando lì, a volare, si era dimenticato dell’aquilone… quello, dopo tanto cullare, aveva deciso di ritornar giù, si era infilato nella finestra di Hassan ed era tornato a dormire sotto il suo letto.

Peter invece aveva deciso di non tornare, di starsene lassù tra le stelle e la luna a fare quello che aveva sognato da sempre… ma, ragazzo mio, se guardi bene, in alcune notti d’estate, quando la luna illumina il cielo, tu potrai scorgere quell’aquilone!



E’ Hassan, che nel mezzo di quella distesa color grano, manda il suo aquilone fin lassù, tra le braccia di Peter… per salutarlo e ricordargli che non occorreva il suo aquilone scuro dal bordo bianco, per arrivar fin lassù…
bastavano le sue gambe e la sua voglia di volare… di andare più in là




(liberamente ispirato da "Peter Pan" e "Il cacciatore di aquiloni", dalla "Grammatica della fantasia" di G. Rodari", dalla costellazione di Bootes che è qui raccontata dalla mitttica wikipedia, da "Non Rubare" e... e... e...)

martedì 21 ottobre 2008

Magic Moments

"Magic Moments" - Neil Sedaka


Discover Perry Como!





Avrà avuto ventotto anni, o poco più. E' solo che quel sorriso che aveva sempre stampato in viso e quel suo modo un po' impacciato di salutare, lo facevano sembrare appena un ragazzino.
In paese lo conoscevano tutti, ma in pochi erano riusciti ad attraversare quei suoi occhioni neri... molti si erano persi ed erano naufragati in quel mare scuro e profondo. Forse è perché tutti sono abituati a dover cavalcare onde su onde e rinforzare le vele nella tempesta.. che poi, nel bel mezzo del mare calmo, ci si perde... non si è abituati alle cose semplici! Perché siamo pieni di strumenti e marchingegni per andare controvento, per andar più veloci, per superare la nebbia.. ma quando, nel mare calmo, tutti questi non ci servono più, allora prevale la paura.. per la prima volta non ci sono scuse.. acqua nell’orologio o compassi difettati.. solo noi, a giocare..
Ma la maggior parte delle volte, ci siamo dimenticati come si fa!

Ai bambini però lui piaceva! Perché ogni volta che incontrava qualcuno di loro, tirava fuori dalla tasca uno o due foglietti di carta colorata e in pochi minuti li trasformava in un airone o in un lombrico saltellante.. in un elicottero col cappello o in una rosa senza spine! Una volta ha dato forma perfino ad una nuvola.. dicono che quasi quasi si sentisse anche il vento, a toccarla!
Questa della carta, era la sua più grande passione: fin da quando andava a scuola, nell'ora di disegno, passava tra i banchi a raccogliere i ritagli che lasciavano gli altri; se li metteva tutti in tasca e poi, a ricreazione, da quelle tasche uscivano i fiori più profumati, i bambini più vari, gli animali più diversi.
Pensavano tutti che fossero delle tasche magiche... solo con l’andar del tempo scoprirono che, di magico, lui aveva le mani!
Ma d'altronde è sempre così: la magia sembra essere nascosta nella piega di quello che, per uno strano caso, indossiamo.. e invece pochi sanno che lei si rotola dentro le mani e i piedi di tutti. Qualcuno passa così tanto tempo a cercare, che a forza di rimestare e rovesciare come si fa in uno scatolone, la fa scivolare in fondo, giù fino alla pianta dei piedi.. troppo distante per essere riacciuffata.
Qualche altro invece pensa di averne talmente tanta da poterla buttare.. ormai a quella magia si è abituato, così inizia a dimenticarsene.
Altri la trovano ogni tanto.. mentre son seduti aspettando il treno, mentre passa una macchina gialla, mentre stanno per bruciare l’arrosto o pulendo il bagno.. mentre sentono una foglia cadere o mentre giocano con un foglietto di carta da buttare, per ammazzare il tempo.. la prende semplicemente quando arriva, ci gioca e ci costruisce un momento a forma di girandola o di spazzolino.. è un momento, che diventa magico.

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lunedì 13 ottobre 2008

Profumo di notte

"Attraversare la notte" - Tiromancino


Discover Tiromancino!






Me ne stavo distesa con lo zaino sotto alla testa; le scarpe sull'erba, ai piedi della panchina grigia.
Poco alla volta ho iniziato a scrivere una storia... è stato quando un folletto si è avvicinato piano e mi ha abbassato la luce: le ha dato sfumature rosse, a tratti gialle.. c'ha messo anche del nero e del blu.. in fondo, a sprazzi, si vedeva ancora l'azzurro. Poco alla volta ha disteso una coperta scura sopra la mia testa, finché la luce non s'è spenta, nascondendo agli occhi l'immagine di quel che mi stava intorno.
Iniziò facendo dei buchini su quella coperta scura.. forellini gialli, splendenti! Lanciò in aria una palla bianca.. dev'essere stata tutta appiccicosa, perché si attaccò alla coperta e da lì non scese più.. solo rotolava un poco, molto lentamente.


Intorno vedevo solo ombre.. quelli che sotto la luce azzurra sembravano attori che camminavano su e giù per il palco e produttori e scenografi intenti ad organizzare, ora parevano figuranti di cartone scuro, immobili.. abbandonati nelle quinte di un teatro, fino al prossimo spettacolo.
Avrebbe dovuto essere tutto com'era prima, ma ora non ne ero più così sicura… perfino i piedi mi sembravano distanti, così lontani da me.


Siamo schiavi della vista! Tutto passa sempre prima dagli occhi: una scansione attenta ci fa immaginare di aver visto tutto. Di notte, invece, quando la vista si spegne, come una lampadina che d’un tratto si surriscalda, ci si perde nel buio: muovi le mani, tossisci, giri la testa qua e là tra la speranza di intravedere qualcosa e la paura di vederla. Cerchi i punti di riferimento che prima erano illuminati dal sole, ma che ora non riconosci più..
Ti senti quasi indifeso, una boa in mezzo al mare.. ancorato lì. Non perché tu ci voglia davvero rimanere, ma solo perché non sapresti dove altro andare.. e così ti resti dove sei, in balia di quel tutto che ora non vedi più.

Poi un po’ alla volta capisci che non è con gli occhi che devi cercare.. e allora inizi ad usare le mani: tocchi intorno e dai agli oggetti che ti ritrovi tra le dita un aspetto nuovo.
Io appoggiai le mani sull'erba.. la sentivo umida, fredda. Sopra c'erano come dei fogli di carta crespa, ne sentivo i contorni spigolosi, la pelle rigida; scricchiolavano ad ogni mio tocco... avrei giurato che ci fossero foglie lì sotto, invece ora mi immaginavo coccarde rosse su un mantello di ciniglia, ancora umido dopo la lavatrice.
Passai le dita sulla panchina.. era granulosa.. mi immaginavo distesa su un dolce di riso soffiato e mars! sentivo i chicchi sotto ai piedi, li sentivo tra le costole, dietro alle spalle.. O forse era solo perché avevo fame!!

Quel metro e mezzo che mi circondava ora era tornato ad avere una forma, un’immagine nuova.. ma le mani non bastavano più.
Provai ad annusare, per cercare di cogliere quel che c'era più in là, per dare un volto ai figuranti su cartone scuro. All’inizio l'aria sapeva semplicemente di… notte! la sentivo uguale a tutte le altre. Ma lentamente quell'odore diventò di mille odori.. odori che non avevo mai sentito, che non sapevo distinguere o non riuscivo a dare loro un nome, né una casa.
Riuscii a riconoscerli davvero solo quando li assaporai: mi bagnai le labbra e sentii il gusto di quell'umidità.. quella che prima percepivo solo attraverso i piedi, quella che se ne stava nascosta tra la pelle e la camicia, quella che mi era entrata nelle ginocchia.
C’era dentro tutto, era perfino un po’ salata… si avvicinava al gusto della pioggia e della nebbia. Ma non era nulla di tutto questo.

Mi sfiorò il pensiero che in tanti anni, non avevo mai gustato la notte così. Tante volte mi era capitato di starmene lì, seduta da qualche parte, in mezzo ad un bosco senza sentire altro che i suoi rumori, senza riuscire a vedere ad un passo da me. Ma forse non avevo mai provato ad aspettare, ad ancorare la mia boa… forse me n’ero sempre andata per non rischiare di perdermi nel buio o perché mi ritrovavo delusa dal solito gusto di notte che sentivo ogni volta. Chissà…

Questa volta credo di aver davvero guardato ed ascoltato la notte, ascoltando i suoi rumori, decifrandoli ed immaginandoli nuovi…

Quando aprii gli occhi, c'era una coccinella gialla che se ne stava seduta sul mio calzino.. mi piace immaginare che si fosse infilata sotto la coperta scura con me, ad ascoltare.. ma in realtà magari era semplicemente curiosa di dare una forma a quella figurante di cartone scuro che probabilmente avevo preso io ai suoi occhi… lei, così piccola, che aveva avuto il coraggio di volare nonostante il buio.
Ho avuto la sensazione che condividessimo qualcosa al di là delle parole.

Tutto il resto invece era diverso: la coperta scura non c'era più, il riso soffiato era tornato ad essere duro e grigio come il granito e le coccarde s'erano staccate dal mantello e sembravano semplicemente… foglie.
Ero sicura che quel folletto m’avesse raccontato una storia… ma ora non la ricordo più… forse se n’è scappata tra i forellini di quella coperta scura…

giovedì 9 ottobre 2008

domani toglierò il cappello

"Altrove" - Morgan


Discover Morgan!



C'è un omino piccolo piccolo, porta in testa una caciottina blu, di lana.
C'è un cane, gli cammina sempre due passi avanti senza voltarsi
mai

L'omino tiene il passo, il cane decide
la strada

A volte si ferma: una mano accarezza il cappello e il cappello accarezza i pensieri
Poi riparte

Il cane fa la strada, la caciottina decide
il tempo

L'omino tiene il passo...
domani toglierò il cappello... wow!!

venerdì 26 settembre 2008

Give me a place to be

Aveva gli occhi stanchi... stanchi di cercare.
Stanchi di guardare il sole e sentirsi abbagliare.


Chiuderli in un istante per andarsene là, dove il cielo si nasconde tra le onde... là per toccare quell'istante di felicità... quell'attimo in cui sussurrare, piano

...dammi un luogo dove stare...
...dammi un luogo dove essere...




Un attimo. Un solo istante
prima di tornare


Musica: "Place to be" di Nick Drake

Discover Nick Drake!

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sabato 13 settembre 2008

E' arrivata la sera?

Jesolo, 26 dicembre 2007

Silenzio. Vladimiro ed Estragone guardano il sole che tramonta

ESTRAGONE: Si direbbe che stia risalendo

VLADIMIRO: Impossibile.

ESTRAGONE: E se fosse l'aurora?

VLADIMIRO: Non dire sciocchezze. E' l'oriente, di là.

ESTRAGONE: E che ne sai tu?

POZZO (angosciato): E' arrivata la sera?

VLADIMIRO: E poi non si è affatto mosso

ESTRAGONE: Ti dico che sta risalendo

POZZO: Perché non mi rispondete?

ESTRAGONE: Il fatto è che non vorremmo raccontarle una balla.

(da "Aspettando Godot" di Samuel Beckett)


giovedì 10 luglio 2008

Troppe domande per semplici sensazioni


Portatemi il tramonto in una coppa -
Calcolate le caraffe del mattino
E ditemi quant'è la Rugiada -
Ditemi fin dove si spinge il mattino -
Ditemi a che ora va a dormire il tessitore
Che filò le vastità d'azzurro!

(di Emily Dickinson)
foto: 22 gennaio 2005

domenica 25 maggio 2008

Alla ricerca della Perfetta Letizia

Un sorriso, una pacca sulla spalla, una strizzata d'occhi... a volte non bastano...
Dopo un gran lavoro, con impegno e volontà, ci si aspetterebbe un "grazie". Ma a volte il lavoro e l'impegno, come quel sorriso e quella pacca sulla spalla, non bastano. C'è chi ti guarda e vorrebbe di più! Vorrebbe avere in mano la bacchetta magica e vedere dall'oggi al domani le cose cambiare, i risultati arrivare... e così ci si dimentica presto di tutto quello che c'è dietro. Di tutto quell'amore, quel sacrificio...
Non è per nascondersi dietro alla gratuità con cui si fa, non è per credersi così bravi da meritare un applauso, non è per sentirsi acclamati da un bagno di folla per il tempo che ci si dedica... questa... non è perfetta letizia...

E' solo perché, a volte, mi fermo a ripensare a tutto quello che faccio, a quello che trascuro per farlo, per darci il giusto tempo, il giusto impegno... l'amore! totale!

E così adesso mi trovo qui, con un pezzo di legno incastrato tra il cuore e l'orgoglio.
Mi ritrovo arrabbiata e un po' delusa, con la solita domanda che ogni tanto si fa sentire nella testa: "...ma chi diavolo me lo fa fare?"

Ma poi sento Francesco, cantare...

free music


Frate Leone, agnello del Signore, per quanto possa un frate sull' acqua camminare, sanare gli ammalati o vincere ogni male; o far vedere i ciechi e i morti camminare...
Frate Leone, pecorella del Signore, per quanto possa un santo frate parlare ai pesci e agli animali
e possa ammansire i lupi e farli amici come cani; per quanto possa lui svelare che cosa ci dará il domani.... Tu scrivi che questa non è perfetta letizia!

Frate Leone, agnello del Signore, per quanto possa un frate parlare tanto bene da far capire i sordi e convertire i ladri, per quanto anche all 'inferno lui possa far cristiani... tu scrivi che questa non é perfetta letizia

Se in mezzo a frate inverno, tra neve, freddo e vento, stasera arriveremo a casa e busseremo giù al portone, bagnati, stanchi ed affamati, ci scambieranno per due ladri, ci scacceranno come cani,
ci prenderanno a bastonate e al freddo toccherá aspettare con sora notte e sora fame. E se sapremo pazientare, bagnati, stanchi e bastonati, pensando che così Dio vuole e il male trsformarlo in bene, tu scrivi che questa.. è perfetta letizia!

testo: Tuttoscout



E allora mi rivedo in quello specchio... guardo e riguardo... dentro, dietro... davanti... nessun miracolo, nessun potere straordinario... solo la forza (da trovare!!) per pazientare, bagnati, stanchi ed affamati, anche dopo essere stati presi a bastonate...
Andare avanti per la propria strada, con coraggio e determinazione.

Chi me lo fa fare?!
Io! Semplicemente perché ci credo! Sarà pure una strada in salita, ma qualcuno insegna che la strada in salita è sempre la via migliore!
Un bacio di chi, con amore, ti sta accanto e ti sostiene, un tiro di sigaretta, uno sguardo al cielo, la carezza del vento in giardino... e poi si riprende, la strada!
A volte fermarsi va bene: aiuta a scendere dal piedistallo e ricominciare a guardare dal basso... con la certezza di poter dare e la voglia di capire...

Tu, scrivi che... questa... è perfetta letizia!
Già...

poco alla volta
passo dopo passo


sabato 19 aprile 2008

Alla ricerca di... chi?


Ho appena chiuso il libro “Nelle terre estreme” di Jon Krakauer, quello che ha ispirato il film di Sean Penn “Into the wild”.

Qui potete trovare una mia personalissima "recensione"

Consigliato a chi crede nella semplicità della vita… ma non ha ancora capito se sta nel giardino di casa o in cima ad una montagna
Consigliato a chi pensa di sapere tutto della vita, ma non ha coraggio di sfidarla
Consigliato a chi ha voglia di vivere di sensazioni, in un viaggio che ti prende, dai piedi alla testa
Consigliato a chi non ha ancora capito dove sta l’equilibrio tra la passione del cuore e la consapevolezza della ragione
Consigliato a chi ha voglia di vivere felice, ma non ha ancora capito come…

Consigliato a chi non vuole giudicare… ma è curioso di scoprire un paesaggio nuovo


Soltanto ora capivo perché egli diceva che la felicità sta solo nel vivere per gli altri. […] Io ho vissuto molto e mi pare di aver trovato quel che occorre per essere felice. Una vita tranquilla, appartata nella nostra solitudine di campagna, con la possibilità di far del bene alla gente, che è così facile beneficare perché non è abituata a questo, poi il lavoro, un lavoro che sembra recare un vantaggio, poi il riposo, la natura, un libro, la musica, l’amore per il prossimo, ecco una felicità, al di là della quale non osano spingersi i miei sogni. Ma qui, oltre a tutto questo, una tale amica come voi, una famiglia, forse, e tutto quanto un uomo può desiderare. (Tolstoj, Lev – “La felicità familiare”)
 

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