La maggior parte di noi si porta dentro, da sempre, un viaggio, che non è una semplice visita, ma un sogno. E va crescendo a poco a poco, costruendosi una delicata architettura. E’ un’amabile malinconia, che sviluppiamo con un complicato processo: senza voli aerei, senza tempo, senza soldi. Dalle palpebre verso dentro.

Un viaggio di questo tipo si alimenta di letture, cartoline illustrate, carte geografiche, ortografie, persone che arrivano con delle notizie, avventure vissute da altri e di cui uno si sente partecipe, nell’oscurità di una sala cinematografica o a casa, soli davanti al televisore.

Un pezzetto dopo l’altro prende forma il paesaggio che si riproduce una realtà che non si può toccare, ma forte come il vincolo che unisce il corteggiatore alla sua amante segreta. Credo sia una sorta di pellegrinaggio che ha a che vedere con il luogo a cui, per motivi misteriosi, sentiamo di voler appartenere

(da “Amor America” di M.Torres)

Perle di saggezza popolare (grazie a Venessia.com)

Io vado...

...nella mia nuova casa

Visualizzazione post con etichetta pensieri dal mio taccuino. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta pensieri dal mio taccuino. Mostra tutti i post

giovedì 15 gennaio 2009

Un tango di seducente silenzio

Mi immagino un silenzio surreale. Un pavimento nudo, di legno chiaro, caldo.
Un passo avanti all'altro, un petalo dietro l'altro.

Silenzio



Discover Gotan Project!



Le mani sudate; i passi lenti, decisi.
La punta che scivola, sfiora la cera, insegue l'ombra.
Chiudi gli occhi in un istante e li riapri mille e cento anni dopo, a guardarti in equilibrio sul piede sinistro.

Sfiori le corde di un pensiero, fai virbare l'armonia di un passo.
Cerchi il sottile legame tra le parole, dove i contorni sono bruciati e la punteggiatura arrugginita.

Balli un tango silenzioso, in mezzo alle parole degli altri.

Scivoli sui dittonghi e arrivi in punta di piedi sugli accenti.

Un salto.
Ti aggrappi agli apostrofi.. dei discorsi tronchi, macinati a mezz'aria, nascosti. Con le dita accarezzi la tenda di seta nera.. dietro c'è tutto ciò che vorresti solo immaginare. Abbassi lo sguardo e lasci le emozioni lì.. formicolii sulla pelle.

Chiudi gli occhi e rincorri i sospiri.. quelli che stanno tra le parole, quelli che rimangono imprigionati tra le pieghe della seta, tra le righe d'inchiostro.

Poi allunghi una mano e afferri i punti. Stretti, tra i pugni chiusi.



Oggi cerchi silenzio. Seducente silenzio.

Anch'io.

domenica 11 gennaio 2009

Seguendo la mia creuza de ma

Ombre di facce facce di marinai
da dove venite dov'è che andate
da un posto dove la luna si mostra nuda
e la notte ci ha puntato il coltello alla gola
e a montare l'asino c'è rimasto Dio
il diavolo è in cielo e ci si è fatto il nido


[luna, 11 gennaio 2009]

E nella barca del vino ci navigheremo
sugli scogli emigranti della risata con i chiodi negli occhi
finché il mattino crescerà da poterlo raccogliere
fratello dei garofani e delle ragazze
padrone della corda marcia d'acqua e sale
che ci lega e ci porta in una creuza de ma

[la mia creuza de ma (Jesolo -VE, settembre 08)]

da "Creuza de ma" - Fabrizio De André


La penna scorre sul foglio, tra le righe che immagino disegnar una strada... s'inerpicano sui pensieri e scendono sulle emozioni.
Resta un segno scuro, sbavato e sinuoso.
Restano gli spazi tra le parole come fotografie da immaginare.
Inseguo i passi andare e venire, in una creuza de ma


Nella spazzatura... parole e musica:

venerdì 9 gennaio 2009

Al volo... in una tazza di the

Con la mano sfiora la coperta e sorride; dentro agli occhi c'è la luce riflessa della candela accesa.

Penso agli anni... un libro di parole; di segni a matita e disegni sbavati; sottolineature; frecce e linee di graffite e sogni. Cinque anni scorrono come un nastro da tipografia... scritti e macinati... vissuti ed immaginati.
Nel frattempo abbiamo buttato le scarpe vecchie, comprato giacche più pesanti e tolto i guanti.
Ma siamo sempre qui. A stupirci di ciò che siamo e a sognare di riempire le pagine di un quaderno a righe, illuminate solo da quel lumino... al sicuro dentro alla lanterna.
Ho la sensazione che tutto sia proprio in quelle pagine bianche ancora da scrivere.



Il profumo di menta accompagna le parole dove devono andare e noi ci attacchiamo a quel filo e ci facciamo trasportare sulle emozioni.
Mi chiedo dove andranno a rifugiarsi, poi, le parole... quando perdono la forma e s'infilano in un vestito nuovo. Me le immagino in quella bustina affogata nella tazza, appesa al filo sottile che avvolgiamo al manico, stretto tra le dita. Me le immagino tutte lì, schiacciate una contro l'altra.. fino ad imbeversi, fino a profumare l'acqua di menta.
Resta solo l'essenza, il profumo.
Quelle, le parole, le butti. Dopo un po' sono insipide e rinsecchite. Quello che sono state è ormai già dentro di te, passa sotto alla lingua e s'infila tra i denti.. scende giù.

Tutto il resto, è ciò che rimane da raccontare.

domenica 4 gennaio 2009

Come gli occhi dei tuareg


Le dita scivolano sul marmo freddo della cucina, disegnano onde, seguono le curve, come se portassero briciole di colore. Quelle mani sentono quello che io potrei solo vedere, penetrano dove io potrei solo immaginare.
E' vecchio: il viso è disegnato da rughe profonde.. seguendo il filo delle curve, si potrebbe camminare tra i suoi ricordi, scendere giù fino al sole più caldo della terra da cui proviene e risalire su, fino a sentire l'aria dei pascoli. La bocca è scura, una linea sottile; una fessura nasconde denti bianchi, perfetti.
Indossa ciabatte nere di pelle striata dal tempo e una camicia scura, aperta un po', prima di richiudersi sotto alla morsa del maglione di lana grossa, grezza.
Io sono seduta in un angolo e lo osservo. Gli occhi scrutano ogni movimento.. prima le mani.. poi il viso.. mi incanto a vedere le espressioni del volto mentre sfiora il tavolo con delicatezza..
Sorride e mi racconta di quando sedeva ad intrecciare vimini.
Poche parole riescono ad entrarmi dentro, davvero.. le altre si avvicinano e poi sfumano, a pochi centimentri dalle orecchie.Una volta guardava le stringhe delle botti, le scie del carretto sulla mulattiera dopo le giornate di pioggia, i rivoli d'acqua lungo il marciapiedi.. seguo quelle scie.. chiudo gli occhi, anch'io. Cammino fino a bagnarmi i piedi, fino a sentire l'odore acre, del mosto.
Provo una sensazione di velata malinconia.. forse perché non può vedere i solchi sulla neve, oggi.. o forse perché lui vede quel che io non riesco a vedere.. o forse perché mi dispiace.. semplicemente mi dispiace.. chissà perché..
Mi tornano alla mente gli occhi dei tuareg.. nel deserto lo sguardo non incontra ostacoli, è sempre rivolto "oltre", e a lungo andare prende la forma di ciò che sta guardando, diventa profondo, quasi fosse abituato alla lungimiranza.
Chiudo gli occhi e cerco anch'io la profondità, ma io non sono nel deserto, non vedo oltre le case..
Chissà, forse anche lui, prima di diventare cieco, vedeva solo l'orizzonte, vedeva scie nel cielo e nuvole passare.
Io vedo marmo, vedo balconi socchiusi e orme ghiacciate.. mi chiedo cosa potrà vedere lui, più di me.. più iin là di me, nel suo deserto di sabbia e vento.
Vorrei chiederglielo. Vorrei chiedergli cosa vede più di una volta.. prima che quella strana malattia si stendesse comoda sugli occhi, giorno dopo giorno.. una coperta che poco alla volta gli ha nascosto quanto di più bello ci circonda.. i colori! e le forme. e le espresioni delle forme.
Vorrei chiedergli di che colore sono le orme ghiacciate, lui che le vede con gli occhi dei piedi.. di che colore sono, adesso, le stringhe delle botti.. quante sfumature, in fondo, riesce ad immaginare.. quante sfumature, in fondo, mi accontento di vedere io.. quante sfumature, in fondo, non riesco a percepire io.
Sono leggermente miope.. e astigmatica.. se guardo lontano vedo confuso, in una tempesta di sabbia. Dovrei immaginare il deserto e abituare gli occhi a guardare più in là, oltre la linea dell'orizzonte, oltre le case e le antenne..e non voglio occhiali per mettere a fuoco, basta guardare più in là.. sempre un po' più in là.

martedì 23 dicembre 2008

Tutti, solo per me


Discover Dean Martin!



Passeggio sui minuti di una giornata, l'ultima dei ventiquattro 22 dicembre che mi son già scivolati sotto ai piedi.

Il sole si è alzato tardi, quando io ero già in cammino... si è stiracchiato ben bene le zampe e poi ha tirato fuori la testa. Timido. Incuriosito, forse da quelle striature rosate sul suo cuscino.


Poi si è alzato e si è vestito tutto d'azzurro.
Io l'ho inseguito mentre, con i piedi immersi nell'acqua, faceva il solletico ai gabbiani. Ero lì, dietro al muretto, mentre lui si rinfrescava il viso, a mezzogiorno.


L'ho ritrovato stanco, mentre sbadigliava respiri caldi, per coccolare chi partiva e accogliere chi tornava.


L'ho visto sedersi, accoccolarsi teneramente sotto alla coperta scura della notte... gli ho cantato una ninnananna silenziosa, raccontandogli la storia dei miei piccoli orsacchiotti.

Sto tornando a casa solo ora.. dopo 10 lunghe ore di lavoro, nelle gambe sento il peso della stanchezza e negli occhi il riflesso di tutta quella luce. Ma oggi ho corso per 10 ore fingendo solo di fare cose importanti pur di non perderlo di vista...lui, il sole!
e mi ha portato il mare.

Ho le tasche piene, stracolme, di tutti quei secondi dipinti di sfumature, che sono scivolati giù da quel pallone luminoso e si sono infilati qui, nelle mie tasche, alla rinfusa, trovando un buco negli angolini più bui.

Torno a casa con le mani che si fanno spazio tra quei colori.. cerco di toccarli tutti, con la punta delle dita.. mi sfiora il pensiero di tirarli fuori tutti e soffiarli in aria, o buttarmi a testa in giù e farli cadere sull'asfalto..chissà, magari qualcuno potrebbe raccoglierli.. Oppure, pensa, ipotrei nfilarli nelle cassette della posta o sotto ai cancelli...
O..

Ma..no, dai... in fondo oggi li voglio tenere per me..
tutti, solo per me.
Sorrido

domenica 21 dicembre 2008

Senza nulla


Discover Bob Geldof!


"Mi sono chiesto se era un caso che quando inizi un certo tipo di pensieri e di discorsi incontri un sacco di gente che dice o fa cose simili. O forse prima le incontravo e non ci facevo caso perché non avevo quel tipo di attenzione?" (da "Un posto nel mondo" di F. Volo)

Faccio fatica a ordinare i pensieri... perciò riprendo in mano quel filo che mi ha condotto fin qui e torno indietro...

Parto da quel viale alberato, dove tutto risuonava di silenzio. Immobile.

Villa Braida, Zerman di Mogliano (TV)

Penso ad Andrea, che un giovedì pomeriggio ha deciso di partire. Sentiva che la vita gli stava troppo stretta, forse.
Io invece penso che la giacca si possa sempre un po' allargare, i pantaloni accorciare e le maniche aggiustare.
Ma questo lo penso io. Forse lui non aveva voglia di aggiustare... forse voleva solo un vestito nuovo. Mi auguro solo che adesso, almeno, ci stia più comodo.


Penso alle parole di Bisio che recita Gaber:


ora basta con la finzione
normale benessere
una morale
troppo facile per noi essere pacifisti, antiautoritari e democratici
resistenza
magari ad altre cose
esibire
mano invisibile
consumo
essenzialità
spinta
nemico
contro le ideologie dominanti
contro il dilagare del superfluo
anche voi
silenziosa e passiva
slancio
localizzato
noia
s'insinua
senza nulla, salvo quel nulla non identificabile che ci corrode

Intanto canticchio una canzone...
Non insegnate ai bambini
non insegnate la vostra morale
è così stanca e malata
potrebbe far male
forse una grave imprudenza
è lasciarli in balia di una falsa coscienza.

Non elogiate il pensiero
che è sempre più raro
non indicate per loro
una via conosciuta
ma se proprio volete
insegnate soltanto la magia della vita.

Giro giro tondo cambia il mondo.

Non insegnate ai bambini
non divulgate illusioni sociali
non gli riempite il futuro
di vecchi ideali
l'unica cosa sicura è tenerli lontano
dalla nostra cultura.

Non esaltate il talento
che è sempre più spento
non li avviate al bel canto, al teatro
alla danza
ma se proprio volete
raccontategli il sogno di
un'antica speranza.

Non insegnate ai bambini
ma coltivate voi stessi il cuore e la mente
stategli sempre vicini
date fiducia all'amore il resto è niente.

Giro giro tondo cambia il mondo.
("Non insegnate ai bambini" di G. Gaber)

E penso a quel frammento di "La storia infinita":
Gmork: Sei uno sciocco e non sai niente di Fantasia. È il mondo della fantasia umana. Ogni suo elemento, ogni sua creatura scaturisce dai sogni e dalle speranze dell’umanità e quindi fantasia non può avere confini.
Atreyu: Perché Fantasia muore?
Gmork: Perché la gente ha rinunciato a sperare. E dimentica i propri sogni. Così il nulla dilaga.
Atreyu: Che cos’è questo NULLA?
Gmork: È il vuoto che ci circonda. È la disperazione che distrugge il mondo, e io ho fatto in modo di aiutarlo.
Atreyu: Ma perché?
Gmork: Perché è più facile dominare chi non crede in niente ed è questo il modo più sicuro di conquistare il potere.

Penso a quel post di Renata

Penso a quei minuti frantumi che cadono sulla gente, a quei fiocchi di neve di Janas.

Penso alle parole dell'anonimo Luca nel commento a Janas
facile dire "bel post", sono solidale, un'altra bandierina a sventolare, come quel libro, pesante mattone si, ma solo nella coscienza di chi vuol costruire, e non solo progettare.

E penso..
Cosa altro dovremmo fare se non sventolare la nostra bandiera?

Come si insegna, quella magia?
dare esempio, con coerenza al voler costruire, senza derive verso le false libertà

Già..
Forse iniziando a mettere delle cose belle, sopra questo nulla.
Metterci un tavolo e 4 sedie. Un bicchiere di vino e una bottiglia d'olio. Del pane caldo e le salviette blu.

I miei 25 anni sono alle porte...

Giro giro tondo cambia il mondo

... ho ancora due mani libere... nel caso qualcuno si volesse attaccare...

sabato 13 dicembre 2008

In mani e piedi

Qual è il peso dei sogni?
Un soffio di vento? Una foglia ben ancorata al suo ramo? che spunta in primavera, succhia la linfa facendosela scorrere tra le vene fino ad ubriacarsi per poi sentirsi sazia e scegliere di lasciarsi andare, nei primi freddi autunnali... cadere giù, marcire e rifiorire in un petalo di una pratolina sotto ad una quercia?
Una fedina d'argento? che vive con te, nel silenzio e nell'amore dei giorni. Pochi grammi che pesano come macigni quando decidi di toglierla, così, solo per pulirla un poco.
Una borsa troppo piena di cose inutili? che continui a portarti via perché "non si sa mai".

Che odore hanno i sogni?
Quel profumo delicato di marsiglia? che si impregna nei vestiti... che ti porti addosso per la strada... quell'odore che col tempo s'affievolisce e che rimpiazzi con uno nuovo, da scoprire.
Che odore hanno? Quel non-so-che che sa di casa tua? che non riesci a percepire ma che gli altri riconoscono tra mille? E' quell'odore che risenti solo quando torni da un pellegrinaggio lontano, alla ricerca di Loto e Tiaré... e torni a casa con le tasche vuote e la nostalgia di quel non-so-che.

Che forma prendono, i sogni?
Quella dell'ultimo dentino di un bimbo, nascosto con cura in un angolo della finestra, che si trasforma in un sorriso di fata, nella notte?
Un neo sulla pelle? che un giorno decidi di togliere per non avere più marchi indelebili dentro e fuori di te? ancora inconsapevole che ti resterà una cicatrice eterna, che prude quando piove e sbiadisce al sole, ma che racconta splendidamente di quello che sei
Una briciola di pane? sulle spalle di una formica, fino a casa
Un sassolino che calci per la strada? che a volte sparisce sotto al marciapiede per poi riapparire più grande, dietro al lampione?
Un guscio di noce? che diventa una barchetta nel bicchiere o il guscio di una tartaruga in cui infilare la testa... o il cappello del grillo parlante, ubriaco di parole buone... o una conchiglia che ti canta la ninnananna prima di dormire... o la gobba di un cammello nel mezzo del deserto, da cui, una goccia alla volta, trovi il tuo più dolce ristoro lungo la strada... o lo zainetto di un camaleonte, che oggi è turchese come il riflesso del vento e domani è arancione come le bacche della piracanta?


I miei credo si nascondano nelle orme che i miei piedi lasciano lungo il sentiero, ogni giorno, e in tutte quelle sensazioni che tocco con la punta delle dita, ogni istante.

giovedì 4 dicembre 2008

Erano solo riflessi... solo?

Passeggiava con il passo pesante, tra le dita si stringeva ad una sigaretta per fumare via la polvere.

Era arrivato da lontano per cercarlo qui, trovarlo, portarselo via.
Nelle tasche conservava un post-it giallo e stropicciato: dentro c'era appuntata la sua speranza, consumata.

Aveva attraversato ponti e seguito voli di gabbiani... era stato in equilibrio sui fili della luce, aveva chiuso gli occhi e aveva provato a cercarlo tra i ricordi...
Camminava a testa alta, il passo veloce, ma pesante. Guardava su e non vedeva altro che quello che c'era già, quello che c'era ieri... guardava dietro i tetti, tra il fumo dei camini e in bilico, sulla linea dell'orizzonte.

Aveva corso, si era fermato, era tornato... voleva di più... era nervoso, e pure un po' arrabbiato.

Scusi, sto...
Ma c'era chi non capiva, non sapeva...
giocava...
semplicemente si divertiva a giocare con biglie di vetro, ammaccate; e si faceva meravigliare da quelle sfumature che si intrecciavano dentro.

Il vetro fa il miracolo, la magia… Entrare in un posto e avere l’impressione di uscire fuori… Essere protetti dentro qualcosa che non impedisce di guardare ovunque, lontano… Fuori e dentro nello stesso momento… al sicuro eppure liberi… questo è il miracolo, e a farlo è il vetro, solo il vetro. […]
E’ la magia del vetro… proteggere senza imprigionare… stare in un posto e poter vedere ovunque, avere un tetto e vedere il cielo… sentirsi dentro e sentirsi fuori, contemporaneamente… un’astuzia, nient’altro che un’astuzia… se lei vuole una cosa e però ne ha paura non ha che da mettere un vetro in mezzo.. tra lei e quella cosa… potrà andarle vicinissimo eppure rimarrà al sicuro…

Non c’è altro… io metto pezzi di mondo sotto vetro perché quello è un modo di salvarsi… si rifugiano i desideri, lì dentro… al riparo dalla paura… una tana meravigliosa e trasparente…
Lo capisce, lei, tutto questo?
(da “Castelli di rabbia” di Alessandro Baricco)


Lui si era inginocchiato solo per raccogliere la biglia, scivolata tra i suoi piedi
e l'aveva visto.


Era lì, nascosto tra le onde, il centro di cerchi nell'acqua...
forse era solo un riflesso... ma che importava? era lì!

Ed era il più bel sole che avesse mai visto!

Sfilò il post-it giallo dalla tasca e buttò la sigaretta.
Stava scendendo ormai la sera: non poteva perdere altro tempo... sarebbe arrivata la notte e, con lei, un'altra mattina.
Lo raccolse e lo mise in tasca, un sorriso alla bambina che giocava con le biglie... lei non sapeva, ma era felice di vedere i raggi spuntare da quella tasca

anche se erano solo riflessi...

ma, in fondo, lì c'era il fuoco e c'era l'acqua, lì si nascondeva il cielo e la terra... era al sicuro
erano solo riflessi... ma è sempre da quelli che si comincia...
si segue una scia...





liberamente ispirato da:
-un'immagine...un sole riflesso, passeggiando tra le calli
-biglie che scappano e si perdono
-palle di diverse dimensioni, più grandi di biglie e più piccole di soli... a volte girano, a volte son lì, che aspettano
-L’esistenza si consuma nell’attesa: si va in giro con la lista della spesa ma forse quello che aspettavo è già arrivato, nascosto nella luce per non essere individuato ("Tutto può succedere" di Lorenzo... una frase casuale di una canzone scelta casualmente dal mio random nell'mp3)
-il karma della karma

martedì 2 dicembre 2008

Solo salviettine?

Fermarsi al bar, la sera, prima di andare a dormire, è un modo per raccontarsi storie. E quelle storie stanno tutte dentro alle salviettine triturate, spigolate, ripiegate… dietro ci sono disegni infantili, firme che non appartengono più a nessuno, parole come bolle di sapone che si gonfiano, si deformano…fino a scoppiare.
In realtà quelle parole non sono lì per caso! E' che uno le attacca là, per togliersele dalla testa. E invece loro non se ne vanno mai! ti guardano e ti sorridono… Alla fine cedi; cedi sempre.


Così inizi a ripassare la S, che ti vien bene, quella… poi ci fai un cappellino e una coda… è un serpente! Nononono..forse è un corteggiatore emozionato, in ginocchio davanti a lei… dev’essere lui, sì! Quasi quasi ci vedo l’anello, tra le mani.

Poi d’improvviso la tua mano cede un poco, un tremolio leggero… ti senti emozionato per lui, forse… o ti senti lei… ti distrai, pensi a dopo, pensi a ieri e così… ecco,
gli è caduto l’anello!
Che pirla! Tu te la ridi… ma non puoi abbandonarlo così!
E allora ti fermi un attimo, quasi ci fossi anche tu, lì con lui a cercare di rallentare quei secondi eterni che passano in fretta… Lui abbassa gli occhi e lo vede... eccoloeccolo! è lì, per terra, caduto tra le foglie!!
Si tuffa in una N.. lo vede lo prende e lo alza come un trofeo.. come quando ti insegnano a tirar su i cucchiai in piscina. E intanto con la penna lo accompagni nel salto.

Bello questo momento... un fermo immagine nel momento in cui

tocca

l'anello con le dita: ti gusti l'i s t a n t e della conquista e poi ricominci, risali risali risali fino a vedere gli occhi di lei. E dagli occhi torni giù, in un rewind lento, per
risentire

l'anello

tra
le
dita,


laggiù, tra le foglie umidicce



Quella parola ti piace! adesso è diventata una parola che si sta sciogliendo in una macchia di olio, per terra... In un attimo poi diventa un fumetto... no, non più... uno specchio?! Mh…
O un lecca-lecca, forse...
Ma non ci sono parole sui lecca-lecca! Che idiozia!

Adesso non ti piace più. L'amante se n'è andato, il tuo fumetto non parla più, lo specchio si è rotto e il lecca-lecca sa di vaniglia.. pessimo!
Meglio farlo a pezzettini! Prima piega Seconda piega...

Illuminazione!
Ecco cos'era! Lo giri, lo contorci... una due dieci
quindici volte.
Ecco cosa cercava lui: non era un anello! stava raccogliendo una rosa! una rosellina per lei!

Così te la ritrovi tra le mani: una rosellina bianca con sfumature blu, qualcuna è sbavata e qualche altra è appena segnata.. una linea distratta che si è persa tra le pieghe.



Ti volti e la dai a lui.
Un sorriso. Anzi, due!

Un bacio


domenica 30 novembre 2008

Stacca la spina... Staccala!


PLAY

E' una corsa. Girare la testa e sorridere a chi sta dietro; mettersi a due centimentri di ruota da chi ti sta davanti, appoggiare il respiro sulla sua bisaccia per sentire che c'è. O vedersi ultimi, con la strada che corre più veloce di te.... vedersi sempre più lontani e farsi accarezzare dall'idea di accelerare.

E poi, in un momento, sentirsi bene lì, indietro, scarsi, stanchi... ultimi! Lontani dal fruscio degli altri e sentire solo i pedali, solchi nella neve.
Guardarsi attorno e pensare di essere in un sogno...
rallentare...
ascoltare i muscoli...

dare il ritmo giusto alle ruote...




REWIND

I ricordi balbettano fotografie che appaiono disordinate.


Accendo l'incenso e mi lascio guidare tra le parole, tra quelle fotografie.
Rivedo quel bacio
Risento quel sorriso... quasi riesco a risentire il gusto di quel gelato



e ricordo quel viaggio di tanti anni fa...
rivedo le luci sul foro, risento il profumo della carbonara calda, ritrovo le telefonate e le parole.
Risento i piedi stanchi appoggiati alla panchina di Santa Sabina... rivivo quell'aria di casa, lontana chilometri e chilometri dalla mia... quell'aria calda che inaspettatamente ogni tanto riappare, lieve.

Libero, sorridente
ripensandoti
come foglia al vento
carico di profumi

(da "Stacca la spina" di G. Barbarotta)


Il treno ha chiuso le sue porte e il mio viaggio continua; qui; nelle telefonate veloci, negli itinerari tra il vino e le statue ammaccate dal tempo. Il mio viaggio continua nel silenzio di quelle parole che si perdono tra i vicoli nascosti dei ricordi.
Il tuo è ricominciato, nel mio silenzio e nei tuoi sorrisi... so che risentirò quel fischio passarmi accanto, sorridermi, svegliarmi.




FAST FORWARD

Tornerò lassù, un giorno.
Riappoggerò i piedi su quella panchina per fischiare anch'io; e risvegliare la grande città.



PAUSE
Il mio cuore è come una nube,
vuole vagare in mezzo al cielo.

Aperti gli occhi verso la terra
vuol sorridere come l'alba.
Il sorriso s'unisce alle nubi,

il sorriso vaga per l'aria:
sorriso d'aurora, sorriso di fiore
si spande per il giardino.
Il mio cuore s'innalza in cielo
vuole fiorire come l'aurora.

(da "Sissu" di R. Tagore)




Ero irritabile, instabile, soggetto a troppi alti e bassi. Gli dissi che mi sembrava di guardare il mondo attraverso un caleidoscopio: una piccola mossa e tutto appariva verde; ancora un leggero tocco e tutto era rosso, poi nero e poi oro. Volevo fermare il caleidoscopio, così che tutto restasse d’un colore. Volevo mettere fine agli alti e bassi, che tutto fosse pari.

(da “Un altro giro di giostra” di Terzani)



Uno è che non sono ancora riuscito ad avere un rapporto giusto col tempo e a considerare il mio tempo come tempo per gli altri al modo in cui faceva il Swami. Mi piacerebbe tanto arrivarci!
L'altro problema è che continuo a identificare la pace interiore con la solitudine, la mia armonia col vivere in un eremo in montagna. La lontananza dal mondo è ancora una condizione necessaria del mio stare in equilibrio. E questo è un segno che ho ancora molto da lavorare. Per questo ho cominciato da poco a fare un esercizio che i tibetani, i sufi e tanti altri hanno fatto per secoli. Disteso per terra guardo il cielo. Contro l'azzurro si muovono, leggere, delle nuvole. Ne fisso una, la seguo, mi ci identifico. Presto divento quella nuvola e, come quella nuvola, senza peso, senza pensieri, senza emozioni, senza desideri, senza resistenza, senza direzione mi lascio andare nell'immenso spazio del cielo. Non ci sono sentieri da seguire, non una meta da raggiungere. Semplicemente vagare, aleggiare, vuoto come la nuvola. E come la nuvola cambio forma, prendo tante forme, poi divento evanescente, mi disfaccio, scompaio. La nuvola non c'è più. lo non ci sono più. Resta solo la coscienza, libera, senza legami, una coscienza che si espande. Ho cominciato a fare quest'esercizio sul mio crinale sopra lo strapiombo. Ora debbo imparare a farlo dovunque: su un prato nell' Appennino, sulla terrazza della casa a Firenze o al margine di un'autostrada. Se riesco a immagazzinare quel senso di vuoto della materia, così come credo di aver finalmente capito che il silenzio è una dimensione interiore e non fisica, avrò fatto un passo avanti, smetterò di considerare il quotidiano come una piovra dalle mille braccia, il tempo come «mio» e a dover scappare nell'Himalaya per sentirmi in pace. Ci lavoro.

(da "Un altro giro di giostra" di T. Terzani)




Giovane viaggiatore,
dimentica le stanchezze del viaggio,

procedi con coraggio!

Non spegnere nell'anima

la luce del tuo cammino.


(da "Sfulingo" di R. Tagore)




STOP
Quello che volevo dire
e non ho detto

era solo questo:

Attraverso la mia porta

davanti agli occhi

ho visto mille volte

l'universo eterno.
L'eterna intelligenza dello sconosciuto

ogni giorno in tanta semplicità

ha riempito l'intimo del cuore:

non so se potrò dire con parole semplici

questa verità


(da "Balaka" di R. Tagore)




PLAYCi lavoro.

lunedì 24 novembre 2008

della serie... a volte ritornano!


Due anni fa mi è stato chiesto di fare una “testimonianza di vita” per alcuni ragazzi di 17 anni… non che il mio zaino traboccante di grandi esperienze, ma, si sa, i ragazzi riconoscono quelli che hanno da poco percorso la loro strada, quelli che stanno poco più avanti… non troppo da perderne la scia, ma abbastanza per poter riconoscerne le orme.

Li ho accompagnati lungo il mio sentiero: c’ho messo dentro canzoni e qualche fiaba per allietare il cammino, c’ho infilato un pizzico di amarezza ed ho condito il tutto con della salsa piccante… insomma, tutto ciò che sono in tutto quello che mi racconta.
Li ho lasciati con un pezzetto di un famosissimo discorso di Martin Luther King, che a me piace tanto…

Se sei destinato ad essere uno spazzino, pulisci le strade come Michelangelo dipingeva i suoi quadri, come Beethoven componeva musica, come Leontyne Prince cantava davanti al Metropolitan, come Shakespeare scriveva poesia. Pulisci le strade così bene in modo che tutti gli abitanti del paradiso e della terra si fermino e dicano: “Qui visse un grande spazzino, uno che fece bene il suo lavoro.” Se non puoi essere pino in cima alla collina, sii un arbusto nella valle. Sii, sii il miglior piccolo arbusto sul fianco della collina.
Sii un cespuglio se non puoi essere un albero. Se non puoi essere una strada maestra, sii semplicemente un sentiero. Se non puoi essere il sole, sii una stella. Perché non è per le dimensioni che si vince o si perde. Sii il meglio di qualsiasi cosa tu sia.

Insieme alle parole, ho lasciato loro un pezzetto di pastello, un rimasuglio… uno di quelli consumati dai disegni, dagli schizzi e dalle sfumature.
Con un solo augurio: qualunque sia la vostra strada, tenetelo sempre in tasca e sappiate colorare tutti quei fogli bianchi che vi capiteranno sotto al naso, facendo sempre il più bello dei vostri disegni.


Oggi me ne stavo a casa, con lo stomaco ancora in subbuglio; stavo davanti al mio computer a battere parole che, oggi, oggi proprio, non mi dicono nulla… una dopo l’altra; così, come sono scritte: passano attraverso gli occhi, si cambiano le lettere e tutto resta uguale… non è questo, quello che fa un traduttore di solito, ma oggi è così… oggi sono come quel Babelfish che infesta internet… oggi quelle parole non hanno sfumature, tutte uguali, tasti che si intervallano… lettere che, una accanto all’altra, matematicamente creano parole…
Capita…

Ad un certo punto suona il campanello
E’ lei! Ha passato anni con me: le ho sistemato il fazzolettone, l’ho portata in tenda con la febbre e il mal di schiena, l’ho sgamata in giro di notte a veder le stelle, mi sono crepata di risate a sentirla raccontare storie strampalate e le ho tenuto la testa tra le spalle quando le parole non bastavano più… ho ascoltato i suoi sogni di domani e mi son sentita piccola davanti alla sua meravigliosa fantasia.

Oggi ha suonato il campanello e si è seduta accanto a me
Ho chiuso il computer e ho sorriso a questo bel regalo, capitato lì all’improvviso

Chiudi gli occhi, mi ha detto…
mi son sentita tra le mani una decina di tubicini di legno, pastelli direi… sì, l’odore era inconfondibile! Pastelli!

e scegline uno…
sempre ad occhi chiusi, faccio scivolare le dita e ne prendo uno. Me lo passo tra le dita e sento che la punta è tonda, un po’ consumata; il dietro un po’ scheggiato, qualche ammaccatura sulla lacca…
senza pensarci troppo, lo annuso, ci gioco...

Rimani con gli occhi chiusi e ascolta:
Chi mi conosce a volte si lamenta del fatto che per me le cose sono o bianche o nere. In effetti, qualche mio collega potrebbe dire: «Se cerchi un consiglio netto, o bianco o nero, vai da Randy. Ma se cerchi un'idea o un consiglio che abbia una qualche sfumatura, non è lui la persona giusta». Okay. Ammetto di essere colpevole, e da giovane ero peggio. Dicevo che la mia scatola di pastelli conteneva solo due colori: bianco e nero. Credo sia questo il motivo per cui mi piace l'informatica, perché quasi tutto o è vero o è falso. Invecchiando, però, ho imparato a capire che una buona scatola di pastelli ha più colori. Ma penso ancora che se si vive la vita nel modo giusto, il bianco e nero si consumeranno prima degli altri colori. In ogni caso, qualsiasi sia il colore, amo i pastelli. Alla mia ultima lezione ne avevo portati centinaia. Volevo che tutti ne avessero uno quando avrebbero lasciato l'auditorium, ma quelli alla porta si sono dimenticati di distribuirli. Peccato. La mia idea era questa: mentre parlavo dei sogni dell'infanzia, avrei chiesto a tutti di chiudere gli occhi e sfregare il pastello tra le dita -per sentirne la consistenza, la carta, la cera. Poi avrei detto di portare i pastelli al naso per annusarli. L'odore di un pastello riporta all'infanzia, non è cosi? Una volta ho visto un collega fare una cosa simile con i pastelli con un gruppo di persone, e l'ho trovata un'idea ispirata. Infatti, da allora, ho portato spesso con me un pastello nel taschino della camicia. Quando ho bisogno di tornare indietro nel tempo, mi faccio un'annusata. Ho un debole per il pastello nero e per quello bianco, sono fatto cosÌ. Ma tutti i colori hanno la stessa potenza. Annusateli. Vedrete.
("L’ultima lezione" di Randy Pausch)


Apro gli occhi meravigliosamente confusa

Ora ho un pastello azzurro tra le mani…
e vedo che c’è ancora un bel po' di colore da usare!

...e, ormai si sa,
a me non piace aspettare! eheh

venerdì 21 novembre 2008

E' solo un trasloco

Oggi la mia casa è una conchiglia, di quelle tutte attorcigliate. Dev'essere rotolata male, deve aver preso una botta, qualcuno dev'essersi avvicinato con una scarpa..
oggi è scheggiata..
capita..
oggi sto con la testa sotto..gli occhi vedono il cielo, ma le orecchie non sentono il vento..
oggi ho voglia di non sentire..
a forza di sentire, mi sono ingrassata e mi sto stretta, oggi.

Eppure, stamattina, alle 6, quand'è suonata la sveglia, la mia casa era un albero. Era verde, umida e accogliente. Le foglie scricchiolavano e mi facevano il solletico, stavo in alto, a penzoloni sul ramo più alto con il sedere al sole e il sorriso alle melegrane.

Qualcuno dice che ogni passaggio è una trasformazione: si è trasformata in un'orchidea, dicono.
Qualcuno pensa che si sia solo fermata un attimo e si sia incollata a quella coperta scura, blu..e da lì guardi giù, saluti.
Qualcuno è convinto che stia pagando i conti rimasti in sospeso.
Qualcuno crede che abbia iniziato a vivere, solo ora, solo addesso.
Qualcuno immagina che sia tornata alla terra, che sia di nuovo acqua e spirito.
Qualcuno sa che oggi è il primo giorno del tempo che gli resta..tutto il resto, non si vede..quindi non conta.

Io oggi guardo il cielo da dentro, stretta; ma al coperto..
Oggi non ho voglia di chiedermi, né di pensare, o ipotizzare, o credere, o sapere.
Adesso ho voglia di dare un bacio a mia mamma, trovare la parola giusta per tradurre flying temper, mettere su il cd che mi ha regalato mia sorella per la maturità e flasciar scorrere la matita.


Oggi mi piaccio con la mia casetta scheggiata e con il silenzio intorno.

Intanto mi immagino la casa di domani.. forse tornerò col sedere al sole; o forse sarò in una casa di mattoni con lui, un caminetto e un libro chiuso.

Ma è solo un trasloco.

Mi piacciono i traslochi

venerdì 14 novembre 2008

Un ramo tra i capelli... e uno scoiattolo che dorme


Se posso, scelgo sempre il sedile vicino al finestrino, sempre per via dei riflessi.
Ne trovo uno libero, mi siedo e apro il mio libro.

Accanto a me arriva un bimbo saltellante.
Avrà 7-8 anni, due occhioni verdi e una scimmia di capelli dietro alla testa. Già questo era un segnale... i capelli sono un segnale!: chi non ci mette troppo a sistemarli, non li costringe a stare dove e come vorrebbe lui.. li lascia liberi di stiracchiarsi.. mah, chi fa così coi capelli, mi dà l'idea che faccia lo stesso con la testa!
Quella scimmia e quel sorriso contagioso, mi davano una bella sensazione.. mi stava simpatica questa piccola peste!
La mamma intanto gli stava davanti; ogni tanto allungava la mano alle gambe dicendogli Stai-più-in-qua-Siediti-bene-Non-disturbare-la-signora...

(
LA SIGNORAAAAA!??!
mmmhhhh
)


Mi son messa comoda ed ho aperto il mio libro [Terzani, "Un altro giro di giostra"], pagina 433
Il villaggio di Derisanamscope era un posto incantato: il più insolito, uno dei più interessanti, certo il più sereno e pacifico in cui sono stato in India.
Ma che non ci vada nessuno, credendo di trovare quel che ci ho trovato io, perché ognuno fa di ogni cosa -un posto, una persona, un avvenimento- quello che vuole, quello di cui, in quel momento, ha bisogno. E niente, niente come la fantasia aiuta a vedere la realtà.


Bella 'sta frase, penso.
Mentre la sottolineo, il bimbo mi fa:

"Hai un ramo incastrato tra i capelli!", guardando il solito bastoncino che tengo infilato in testa.

ahhhhhhhhhhhhahahahahahah

..mi viene da ridere! sorridono tutti, a dire il vero! anche quello che mi sta seduto davanti e finge di dormire.. lo percepisco il suo sorriso, senza nemmeno doverlo guardare!!

"Shhhhh", rispondo io sorridendogli, "parla piano.. potresti svegliare lo scoiattolo che c'è attaccato"
Lui, al volo: "Ma vaaaaaaaa è impossibile! gli scoiattoli stanno nei buchi"
La mamma mi guarda, rossa in viso, sorride e gli ricorda che non deve disturbare la signora che legge

(
ancora con 'sta signora?!?!
ahhhhh
)

Io riprendo la mia lettura, ma con la coda dell'occhio vedo che lui non toglie lo sguardo da quel ramo tra i miei capelli.
Che spettacolo!

So benissimo che non ci crede, alla storia dello scoiattolo. Ma è come con Babbo Natale: i bimbi, ad una certa età smettono di crederci tutti, ma a 60 anni continuano a scendere nel mezzo della notte per lasciare un regalino alla persona che amano, di solito proprio la notte del 25 dicembre. Coincidenze?
Io non ci credo alle coincidenze...


E' sceso subito dopo. Mi ha salutato, ma con lo sguardo stava fisso al ramo.. credo volesse salutare lo scoiattolo che non c'era, più che me.
Chissà, forse tornando a casa avrà raccontato alla mamma che lui, solo lui, ha visto anche la coda spuntare tra i miei capelli.
te lo giuroooo, c'era!!

Continuo a sorridere alla fantasia e chiudo il libro... ho quasi paura a continuare! per oggi, troppe coincidenze!

mercoledì 12 novembre 2008

Eureka!

E’ una storia lunga… è complicata… è fatta di ieri, e di oggi.
Ci vuole tempo, ci vuole voglia…

Ma al bivio si può scegliere:

La scorciatoia
Non mi piacciono i riassunti, ma ho spesso incontrato persone di fretta… sono quelle che, incontrandoti, ti chiedono “come va?” mentre pensano già a quanto pesi quella borsa, a cosa cucinare a pranzo, a quando potranno iscriversi al corso di nuoto… chi va di fretta ama leggere poche righe e rispondere con poche parole, per poi riprendere la corsa… ecco perché questo “Bignami dei miei pensieri”… che poi, non sono nemmeno i miei…

Occhio però, che a far le scorciatoie, si mette a dura prova il fiato!


I tornanti
Tutto è iniziato lunedì, tra i fumi nebbiosi di un tè bollente… no, anzi, molto prima! Tutto è iniziato con un incrocio e un incontro e un inceppo… non un giorno, non un’ora… ma in… dentro.

Lunedì son tornata a casa tra la nebbia, che già alle 5 del pomeriggio offuscava i passi. La strada è la strada di sempre: ne conosco ogni curva, ogni avvallamento… è come tornare a casa ad occhi chiusi, guidati solo dal ricordo. Sì, la strada la conosco… ma quella nebbia mi confondeva e mi inquietava… mi ricordava un orologio in cui s’infila dentro dell’acqua: il quadrante rimane immerso e le lancette si nascondono… o una bussola smagnetizzata, con il nord che gioca a mosca cieca e cambia e gira, ovunque tu scelga di andare…

Ho chiuso la porta, con uno scatto, ed ho nascosto la chiave per non far entrare quella nebbia dentro casa… mi sono rifugiata nella luce, limpida.

Mi sono fatta una tazza di tè bollente, pensavo fosse per scaldarmi le mani e toglier quel sapore di umidità allo stomaco… ma in realtà mi son ritrovata immersa in quel fumo caldo… a lui ho affidato gli occhi…
Cercavo la nebbia… quella che avevo nervosamente attraversato lungo la strada, quella che ho chiuso con un sospiro di sollievo dietro la porta, lasciandola fuori, fuori da me…

E poi incontro Amelie

Vado a tentoni nella stanza… incontro altre mani che cercano… non credo stiano cercando quello che cerco io, ora… ma poco cambia: siamo tutti ciechi alla ricerca della luce.
Intravedo un bagliore, mi avvicino piano… le mani si sfiorano appena… non credo di poter sfruttare quella luce fioca, basta appena per lui… ma bastano poche parole e in quell’incrocio di mani, mi resta un fiammifero…
lo accendo.

Intorno a me c’è un gran numero di cose, e persone: qualcuno se ne sta appoggiato al muro, in silenzio; qualcuno sta chiacchierando, con altri, lontano da me; qualcuno mi è di fianco e gioca a dare all’ombra, la forma di un alce e di un serpente…
qualcuno se n’è andato: è ad un passo da me, ma la testa guarda altrove, si avvicina ad una porta… forse entrerà e la chiuderà alle spalle… forse potrei seguirlo… è quel che faccio, in effetti.
Mi avvicino, da dietro sorrido, ma non c’è spazio per me, ora. Tutto quello che lo riguarda viene racchiuso nella luce del fiammifero… tutto il resto è fuori, buio, invisibile. Io me ne sto a pochi passi da quella luce e vedo che dentro c’è già parecchia gente… faccio un passo indietro, faccio un cenno con la testa, saluto… ma nel buio non si sente, né si vede…

Mi siedo in silenzio e continuo a guardarmi intorno… il fiammifero si consuma, poco alla volta… e con lui, anche un po’ della mia tristezza… forse finora avevo parlato con le sue ombre sul muro, o forse mi sono fatta ingannare: nel mio immenso gesticolare, non mi sono accorta che quelle ombre, sono le mie… non c’era nessuno: forse stavo parlando con me, con l’ombra di me.
Me ne resto lì un po’, poi mi alzo e torno sui miei passi…

Mi viene in mente una cosa…
Quell’incrocio, quell’incontro, quell’inceppo…
Quel bagliore mi illumina anche la mente… e penso che le parole sono strane, sono strade di altre strade, sono fiumi dentro a mari… impossibile cadere in strade a senso unico: anche quando pensi di aver capito, anche quando dentro di te sai che in vuol dire dentro e solo dentro, vedi un bivio in fondo alla strada…
Come può essere che voglia dire dentro, ma anche senza? Come può essere tutto ed il contrario di tutto? Quindi può essere che io sia dentro, ma mi senta fuori?
In…


Con quel mozzicone di luce che mi resta, mi avvicino al libro e leggo:

Eppure, a volte basta poco per rendersi conto anche del resto..
Tagore, il grande poeta bengalese, lo dice con una semplice similitudine. Una sera è a bordo di una casa galleggiante sul Gange e al lume di candela legge un saggio di Benedetto Croce. Il vento fa spegnere la fiamma e improvvisamente la stanza è invasa dalla luce della luna. E Tagore scrive:

La bellezza era tutta attorno a me,
Ma il lume di una candela ci separava.
Quella piccola luce impediva
Alla bella, grande luce della luna di raggiungermi.


Penso che quel fiammifero ora non mi serve più: mi stavo confondendo tra la sua luce e le sue ombre. Lo spengo e mi faccio guidare dalla luce che mi viene da dentro, la mia.


Non mi piace l'inverno, ma mi piace vedere le foglie nascere, arrossire e salutare. Mi piace sentire il vento cambiare, entrare nelle ossa e inumidirle e raffreddarle e poi bagnarle di sole..
mi piace arrivare e trovare la nebbia, dopo tanto sole. Mi piace intrufolarmi nelle calli senza vedere bene chi mi sta attorno..

però questa nebbia, che arriva d'improvviso, mi offusca i pensieri… mi nasconde i punti alla fine delle frasi e non riesco più a riconoscere i punti esclamativi da quelli interrogativi… tutto si perde un po'…

ma è bello anche per questo! perché si può dondolare sulle parole, si può ipotizzare dove si arriverà o inventare una fine diversa… prima che arrivino sole e neve ad illuminare o ghiacciare.


Riprendo in mano il mio libro, dal punto alla lettera maiuscola… riprendo la mia strada:


La nostra vita quotidiana è piena di piccole luci che ci impediscono di vederne una più grande. Il campo della nostra mente si è ristretto in maniera impressionante. Così come si è ristretta la nostra libertà. Quello che facciamo è soprattutto reagire. Reagiamo a quello che ci capita, reagiamo a quello che leggiamo, che vediamo alla TV, a quello che ci viene detto. Reagiamo secondo modelli culturali e sociali prestabiliti. E sempre di più reagiamo automaticamente. Non abbiamo il tempo di fare altro. C'è una strada già tracciata. Procediamo per quella.
Nell'ashram non era così. Si aveva il tempo di vivere con attenzione ogni momento. Ci si esercitava ad agire, non a reagire; a tenere all'erta la mente, a essere consapevoli di ogni gesto. Delle zanzare mi ronzavano attorno agli orecchi? Facile reagire distrattamente, sovrappensiero, con una manata. Mi costringevo invece a non ucciderle. E mi piaceva.
Sì, l'ashram era, per tanti versi, uno strano posto. Strano certo per me che, abituato da una vita a stare in mezzo alla gente e a scorrazzare per il mondo per raccontarne le storie…

Altri invece sono convinti che noi, solo noi, siamo responsabili di quel che ci succede, perché “fortuna” e “sfortuna” sono il frutto delle nostre azioni in questa o nelle nostre vite precedenti.

Oggi
Ora

Oggi, ora, la felicità è questo caffè, è guardarci dentro ed accorgermi che nei riflessi c’è nascosto uno di quei cosi che volano in aria, a cui ci stanno appesi i coraggiosi, che si fanno trasportare dal vento.


Scelgo di non finirlo tutto, perché l’ultimo goccio non mi va… lo metto da parte e lo berrò dopo.
Scelgo di tornare giù a correggere sfumature di una traduzione

Scelgo di andare a trovare Marta per vedere quel meraviglioso frugoletto che ha iniziato a respirare l’aria del mondo… si starà guardando in giro e sarà felice solo di vedere gli occhi della mamma e le mani del papà… non credo si dispiacerà che le borse stiano andando male, né che i treni sono in ritardo per via dello sciopero…
Scelgo di mandare un pensiero… a quella che sta ancora col naso chiuso, a quello che sta studiando e probabilmente mi sta pure pensando... a quella che probabilmente di me ha visto solo l’ombra e pensa che sia tutto lì… ora è impegnata a guardare il cerchio di luce del suo fiammifero e non mi sente… ma io ci sono. A quello che non è convinto, ma in fondo pensa che un giorno lo vedrà tutto, il buono; a quello che pensa che salvando gli altri salverà se stesso… forse non è vero, ma almeno non se ne sta a filosofeggiare. A quella che sente al di là delle parole e a quella che sta aspettando che arrivi un segnale… spero solo che non ci siano interferenze!

Io sono qui, e sono ora.
Sono nell’eterna contraddizione di ciò che scelgo di. Ma ci sono.


ps
i pensieri in arancione sono pensieri sparsi dal mio taccuino, di questi giorni
quelli in grigio, da "Un altro giro di giostra" di Tiziano Terzani

venerdì 7 novembre 2008

E' una fotografia


"MLK" - U2

Discover U2!


E’ una fotografia.

E’ stanco e ha negli occhi la fatica di chi ogni giorno vede l’alba diventare tramonto, e poi notte. In una mano tiene stretta una speranza: ha la forma di un libro con le immagini di segnali stradali e strade tortuose; con l’altra tiene stretta una maniglia che ora mi pare assomigli più ad un gancio in mezzo al vuoto, una tana di cemento nella bufera.
I suoi occhi scuri s’annebbiano un poco, diventano lucidi… s’abbassano.

Un click. Ci vedo dentro della terra sporca e una barca bucata dai sogni feriti; ci vedo dentro quel momento in cui, nel mezzo di una salita cruda, ti assale la paura e dagli occhi se ne esce tutta quella forza su cui prima contavi, lavata dalle lacrime… è quel momento in cui ti chiedi. Solo ti chiedi.
Ci vedo dentro vergogna… forse la mia.
Poi la mano si stringe a quella sua speranza… un ultimo appiglio, un altro tentativo… quasi a spremere quel cartone per prendersi l’ultimo goccio rimasto, nascosto tra le pieghe.

Io prima avevo le gambe pesanti e la testa gonfia di tanta voglia di tornare a casa; io avevo difeso questo posto… avevo chiuso la porta e le finestre intorno a me e avevo lasciato aperto solo il riflesso del finestrino che mi sta accanto. Prima.
Ora quel finestrino si è spalancato e la mia tana, spezzata.

Siediti…
Un click, che accompagna l’abbraccio di poche parole. Abbasso lo sguardo, vorrei sorridere ma mi sento fragile, sul ciglio della strada… qualsiasi gesto potrebbe scaraventarmi a terra, qualsiasi folata di vento potrebbe togliermi quella maschera di pietra che indosso e scoprire le mie emozioni, togliere la coperta e lasciarmi i piedi nudi.

Il sonno si prende i respiri che avanzano a quelli che son seduti comodi.

Lui s’infila il libro nella giacca e appoggia la testa al finestrino, si arrende a quel riflesso.
Mi sembra di scorgerci una lacrima… ma non so se sia la mia, o la sua.



martedì 4 novembre 2008

Taking a walk


Discover Lou Reed!

Pioviggina. E io ho pure messo le scarpe con la stoffa!… eppure l’avevano detto in tv! eppure a me piaccono tanto! …chissenefrega.
Il cielo è uno spettacolo stamattina: argentato, immobile.

All’uscita dalla stazione tutti s’affrettano ad aprire l’ombrello: in pochi istanti decine di airbag colorati scoppiano in aria. Mentre io m’infilo a testa bassa sotto alla pioggia gustandomi quei fuochi d’artificio, incontro il suo sguardo: siamo gli unici due con il cappuccio della felpa infilato sulla testa e le mani in tasca. Ci siamo sorrisi.
Ci siamo capiti al volo.
O almeno, questo è quel che ho pensato io! Chissà, magari sorrideva all’idea di aver dato una fine assurda ad una barzelletta sentita tra le chiacchiere… o magari si era appena accorto di aver messo due calzini di colore diverso… o forse era semplicemente divertito dal mio cappuccio a punta. Chissà…

Mi piace camminare sotto alla pioggia! soprattutto quando piove appena e le gocce si appoggiano sulle ciglia o sulla punta del naso; mi piace vederle cadere per terra a disegnare costellazioni.
La gente quando piove va via in fretta. Non che di solito sia diverso, ma quando piove tutti sono presi da una certa frenesia… è come se ogni goccia fosse il ticchettio dell’orologio, è come se avessero la sensazione di essere in ritardo, come se il tempo battesse sul loro ombrello a ricordare che sta scivolando via veloce… chissà!
A me invece piace rallentare… adoro tenere le mani in tasca e guardare gli schizzi che spruzzano dalla punta delle scarpe.



Finisco il mio lavoro prima del previsto e, strano ma vero, sarei in perfetto orario per tornare alla stazione e prendere il treno verso casa… ma adesso ho voglia di una passeggiata.
Guarda te, certe volte…! E’ strano come quando si ha fretta, il tempo giochi sempre brutti scherzi: regolarmente ti accorgi di avere appena perso l’ultimo treno utile, ti rassegni all’idea di dover aspettare un’ora per la coincidenza e ti vedi tutti i tuoi bei progetti scombinati sopra al tavolo… carte arruffate da uno spiffero alla finestra!
Invece quando si rallenta senza farsi prendere da quel folletto dispettoso chiamato agenda, si ha sempre tempo di scegliere cosa fare e come farlo… e perché! Incredibile.
Io cerco sempre di riservarmi del tempo per scegliere. In fondo le cose urgenti non sono mai così urgenti… in fondo posso studiare mezz’ora in più la sera… in fondo adesso sarei comunque poco concentrata…
Se fossi una persona razionale, direi che sono solo trappole della mente… ma adesso poco m’importa, ormai mi ritrovo già dispersa per le calli senza una precisa destinazione. Stamattina posso scegliere e faccio scegliere ai piedi!



Mi ritrovo in una calle senza uscita, una di quelle che mi piace tanto, una di quelle che sbuca sull’acqua! Si sa, servono per permettere alle barche di scaricare le loro merci, ma a me piace immaginarle come porti per i pensieri: li aiutano ad immergersi lentamente… quegli scalini li fanno trotterellare giù, a passi incerti come di un bimbo, fino a sparire nel profondo.

C’è una panchina… perfetto! adoro le panchine! Infilo un giornale tra le pieghe e mi metto comoda a sbirciare intorno e…
ritrovo quel sorriso. E’ seduto sulla panchina di fronte, impegnato a disegnare qualcosa su un cartoncino colorato.
Entrambi abbiamo ancora la testa accovacciata dentro al cappuccio.
Penso che nemmeno se ci fossimo messi d’accordo avremmo potuto trovarci in quel buco di mondo… io, ora che ci penso bene, non so nemmeno dove sono finita esattamente… forse nemmeno lui!
Sarei tentata di aprire il libro, ma stamattina non voglio ascoltare altre storie…voglio stare seduta qui a guardare l’acqua che rimbalza davanti ai miei piedi e canta la sua litania, eterna.


Con le orecchie ancora in bilico sulle onde, torno verso casa… lui sembra essere dondolato dai suoi pensieri, non voglio disturbarlo… così mi alzo e sorrido… sono di spalle, non mi potrà vedere, ma so che capirà… ci capiremo al volo! Sorrideremo entrambi… forse a due cose diverse, forse ai suoi calzini spaiati… ma sorrideremo! ed è quello che conta, no?

foto: Venezia

lunedì 27 ottobre 2008

La storia dell'aquilone rubato

- Raccontami una storia, papà!
- C’era un’anfora vecchia che il contadino voleva buttare perché screpolata
- Ahhhhhhh! Me l’hai già raccontata, papà!
- Mh…
Allora ti racconto la storia di Peter, un bambino sperduto che viveva in un’isola lontana, dal nome che nessuno sa più ricordare…
- Ma papàààààà!...
- Ragazzo mio… ci vuole pazienza! Chiudi gli occhi e vieni con me…

Questo è il paese dei bimbi sperduti, dove la terra è ancora terra e profuma di lavoro; dove il sole scalda ancora i piedi che scalpitano per le strade e il vento s’infila nelle barbe scure di uomini vestiti di bianco.
Questa non è un’isola come le altre. Negli altri posti i bambini si ritrovano insieme a bambole parlanti, carte di mostri con le spade dorate e gli occhi magici, macchinine veloci come la luce e omini minuscoli alla ricerca di un tesoro dentro una scatola luminosa… ma alla fine succede sempre che dopo un po’ si stancano perché vorrebbero quel che non c’è… vorrebbero perfino quel che si son dimenticati di volere!
In quest’isola lontana invece i bimbi sperduti giocano con quello che non c’è… ed è così che dei panni stracciati diventano palloni avvelenati e dei frammenti di roccia, coraggiosissimi soldatini in guerra… ma la cosa più bella è quando della carta colorata diventa mille splendidi aquiloni.

Peter viveva qui ed era qui che sgattaiolava tra i viali polverosi con la sua maglietta verde e il cappellino a punta, come un folletto. Aveva un sorriso contagioso e i bimbi sperduti gli volevano bene per questo… nonostante fosse il più grande, non si stancava mai di giocare ed immaginare. Con le sue invenzioni strampalate riusciva sempre a far rotolare la felicità… dicono sia per questo che l’avevano eletto il loro piccolo grande capo. Raccontano anche che sapesse anche volare… sì, gli altri bimbi ne erano sicuri, solo che lui non aveva ancora capito come farlo.

Peter aveva un fratello di nome Hassan, un ragazzino moro, con gli occhi di un cerbiatto ed il sorriso dolce della luna.
Hassan doveva avere qualcosa di magico nelle mani, perché i suoi aquiloni correvano su a fare il solletico al vento. Lui, solo lui, riusciva a far fare loro le capriole o a farli mettere a testa in giù e rotolare fin dentro alle nuvole per bagnarsi i capelli con quella spuma bianca per poi uscire a saltellare a pochi centimetri dai tetti bianchi ed infilarsi tra le stole chiare delle donne intente ad intrecciare vimini.
Quando Hassan faceva volare il suo aquilone, tutti i bimbi lo guardavano dalla cima della collina verde, insieme a Peter che intanto balzellava tra un ramo e un altro per raggiungerlo, attaccarsi alla coda e farsi trasportare. Volteggiava che sembrava volare con delle ali invisibili fino al sole, e più in là.
Ma per Peter questo non era abbastanza, voleva volare e voleva pensava che potesse riuscirci solo con l’aquilone di Hassan, voleva sentirlo intrappolargli le dita tra i fili… voleva essere lui.

Fu così che in una calda notte di giugno, Peter entrò nella stanza di Hassan e gli sfilò da sotto al letto il suo aquilone scuro dai contorni bianchi per portarlo fin sulla collina verde… a quell’ora nessuno poteva vederlo, nessuno poteva fermarlo.
C’erano solo lui, e il vento… che lo aspettava come ad un appuntamento troppo importante da mancare.
Peter teneva in mano il suo trofeo rubato, quando iniziò la corsa verso la distesa color del grano… regalava il suo filo alle dita del vento, senza sapere che il vento non si accontenta mai, vuole di più e soffia più forte, e tira e strappa e scherza e si sposta e si gira.
Nel mezzo del buio della notte, però sentì uno strappo e cadde all’indietro… il vento si era portato via il suo aquilone e gli aveva lasciato tutto quel filo che gli era entrato dentro alle dita.

...l’aquilone di Hassan… se almeno gliel'avessi chiesto!…

Non poteva abbandonarlo così, doveva andare a riprenderselo! Sapeva volare, te l’ho detto, e così cominciò a saltellare tra i rami finché non fu abbastanza in alto per spiccare il volo…


Se chiedessimo alla luna che da lassù li guardava danzare insieme, lei ci direbbe che Peter volò insieme al vento più in alto, proprio dove non era mai arrivato… che era felice come quando si gioca con quel che non c’è… come quando si arriva più su.
Stando lì, a volare, si era dimenticato dell’aquilone… quello, dopo tanto cullare, aveva deciso di ritornar giù, si era infilato nella finestra di Hassan ed era tornato a dormire sotto il suo letto.

Peter invece aveva deciso di non tornare, di starsene lassù tra le stelle e la luna a fare quello che aveva sognato da sempre… ma, ragazzo mio, se guardi bene, in alcune notti d’estate, quando la luna illumina il cielo, tu potrai scorgere quell’aquilone!



E’ Hassan, che nel mezzo di quella distesa color grano, manda il suo aquilone fin lassù, tra le braccia di Peter… per salutarlo e ricordargli che non occorreva il suo aquilone scuro dal bordo bianco, per arrivar fin lassù…
bastavano le sue gambe e la sua voglia di volare… di andare più in là




(liberamente ispirato da "Peter Pan" e "Il cacciatore di aquiloni", dalla "Grammatica della fantasia" di G. Rodari", dalla costellazione di Bootes che è qui raccontata dalla mitttica wikipedia, da "Non Rubare" e... e... e...)

 

blogger templates | Make Money Online