La maggior parte di noi si porta dentro, da sempre, un viaggio, che non è una semplice visita, ma un sogno. E va crescendo a poco a poco, costruendosi una delicata architettura. E’ un’amabile malinconia, che sviluppiamo con un complicato processo: senza voli aerei, senza tempo, senza soldi. Dalle palpebre verso dentro.

Un viaggio di questo tipo si alimenta di letture, cartoline illustrate, carte geografiche, ortografie, persone che arrivano con delle notizie, avventure vissute da altri e di cui uno si sente partecipe, nell’oscurità di una sala cinematografica o a casa, soli davanti al televisore.

Un pezzetto dopo l’altro prende forma il paesaggio che si riproduce una realtà che non si può toccare, ma forte come il vincolo che unisce il corteggiatore alla sua amante segreta. Credo sia una sorta di pellegrinaggio che ha a che vedere con il luogo a cui, per motivi misteriosi, sentiamo di voler appartenere

(da “Amor America” di M.Torres)

Perle di saggezza popolare (grazie a Venessia.com)

Io vado...

...nella mia nuova casa

mercoledì 4 febbraio 2009

Una nuova casa


"A tutti, nel paese, senza dubbio doveva sembrare che io vagassi qua e là, senza destinazione. Ma qui, lungo il fiume, al crepuscolo puoi vedere il dolce volo dei pipistrelli che volteggiano a zig-zag, intorno … volano per procurarsi il cibo. E se ti è mai capitato di perdere la strada nel mezzo della notte, nella foresta oscura vicino a Miller’s Ford, evitando ora una strada, ora l’altra, ovunque si poteva intravedere la luce della Via Lattea brillare per illuminare il sentiero. Dovresti allora capire che io cercavo la strada con ardente zelo e che tutto quel mio vagabondare era un vagabondare nella ricerca."

(una mia personalissima traduzione e adattamento della poesia “William Goode”, in “Antologia di Spoon River”, di E. Lee Masters)



Curiosa ed impaziente, ho vagabondato…

Un giorno mi son fermata:
un albero
una panchina
un’ombra


Sono stata a testa in giù, appesa ad un ramo di quell’albero, accompagnata dal dolce russare dei pipistrelli, risvegliata dai raggi che penetravano tra le foglie, coccolata dal silenzio di chi, passando, guardava su e sorrideva… e sussurrava… e raccontava…

Ho deciso di fare di quest’albero, la mia casa.
Ho deciso di fare di questa panchina, la ninnananna dei miei pensieri.
Ho deciso di fare di quell’ombra, la mia ombra… ad un passo dai miei pensieri, ad un passo da chi c’è appena più in là.

Nel caso qualcuno abbia voglia di passare a salutare, ora abito qui.
Starò a giocare con i semini di senapa… chicchi minuscoli, invisibili… che crescono con sole e pioggia.

Lascio questo mio spazio verde, così… com’è… con i giocattoli fuori posto, l’eco delle parole e le orme sulla strada…

In fondo, tutto quello che conta, è con me… alla rinfusa nelle tasche…

giovedì 15 gennaio 2009

Un tango di seducente silenzio

Mi immagino un silenzio surreale. Un pavimento nudo, di legno chiaro, caldo.
Un passo avanti all'altro, un petalo dietro l'altro.

Silenzio



Discover Gotan Project!



Le mani sudate; i passi lenti, decisi.
La punta che scivola, sfiora la cera, insegue l'ombra.
Chiudi gli occhi in un istante e li riapri mille e cento anni dopo, a guardarti in equilibrio sul piede sinistro.

Sfiori le corde di un pensiero, fai virbare l'armonia di un passo.
Cerchi il sottile legame tra le parole, dove i contorni sono bruciati e la punteggiatura arrugginita.

Balli un tango silenzioso, in mezzo alle parole degli altri.

Scivoli sui dittonghi e arrivi in punta di piedi sugli accenti.

Un salto.
Ti aggrappi agli apostrofi.. dei discorsi tronchi, macinati a mezz'aria, nascosti. Con le dita accarezzi la tenda di seta nera.. dietro c'è tutto ciò che vorresti solo immaginare. Abbassi lo sguardo e lasci le emozioni lì.. formicolii sulla pelle.

Chiudi gli occhi e rincorri i sospiri.. quelli che stanno tra le parole, quelli che rimangono imprigionati tra le pieghe della seta, tra le righe d'inchiostro.

Poi allunghi una mano e afferri i punti. Stretti, tra i pugni chiusi.



Oggi cerchi silenzio. Seducente silenzio.

Anch'io.

domenica 11 gennaio 2009

Seguendo la mia creuza de ma

Ombre di facce facce di marinai
da dove venite dov'è che andate
da un posto dove la luna si mostra nuda
e la notte ci ha puntato il coltello alla gola
e a montare l'asino c'è rimasto Dio
il diavolo è in cielo e ci si è fatto il nido


[luna, 11 gennaio 2009]

E nella barca del vino ci navigheremo
sugli scogli emigranti della risata con i chiodi negli occhi
finché il mattino crescerà da poterlo raccogliere
fratello dei garofani e delle ragazze
padrone della corda marcia d'acqua e sale
che ci lega e ci porta in una creuza de ma

[la mia creuza de ma (Jesolo -VE, settembre 08)]

da "Creuza de ma" - Fabrizio De André


La penna scorre sul foglio, tra le righe che immagino disegnar una strada... s'inerpicano sui pensieri e scendono sulle emozioni.
Resta un segno scuro, sbavato e sinuoso.
Restano gli spazi tra le parole come fotografie da immaginare.
Inseguo i passi andare e venire, in una creuza de ma


Nella spazzatura... parole e musica:

venerdì 9 gennaio 2009

Al volo... in una tazza di the

Con la mano sfiora la coperta e sorride; dentro agli occhi c'è la luce riflessa della candela accesa.

Penso agli anni... un libro di parole; di segni a matita e disegni sbavati; sottolineature; frecce e linee di graffite e sogni. Cinque anni scorrono come un nastro da tipografia... scritti e macinati... vissuti ed immaginati.
Nel frattempo abbiamo buttato le scarpe vecchie, comprato giacche più pesanti e tolto i guanti.
Ma siamo sempre qui. A stupirci di ciò che siamo e a sognare di riempire le pagine di un quaderno a righe, illuminate solo da quel lumino... al sicuro dentro alla lanterna.
Ho la sensazione che tutto sia proprio in quelle pagine bianche ancora da scrivere.



Il profumo di menta accompagna le parole dove devono andare e noi ci attacchiamo a quel filo e ci facciamo trasportare sulle emozioni.
Mi chiedo dove andranno a rifugiarsi, poi, le parole... quando perdono la forma e s'infilano in un vestito nuovo. Me le immagino in quella bustina affogata nella tazza, appesa al filo sottile che avvolgiamo al manico, stretto tra le dita. Me le immagino tutte lì, schiacciate una contro l'altra.. fino ad imbeversi, fino a profumare l'acqua di menta.
Resta solo l'essenza, il profumo.
Quelle, le parole, le butti. Dopo un po' sono insipide e rinsecchite. Quello che sono state è ormai già dentro di te, passa sotto alla lingua e s'infila tra i denti.. scende giù.

Tutto il resto, è ciò che rimane da raccontare.

domenica 4 gennaio 2009

Come gli occhi dei tuareg


Le dita scivolano sul marmo freddo della cucina, disegnano onde, seguono le curve, come se portassero briciole di colore. Quelle mani sentono quello che io potrei solo vedere, penetrano dove io potrei solo immaginare.
E' vecchio: il viso è disegnato da rughe profonde.. seguendo il filo delle curve, si potrebbe camminare tra i suoi ricordi, scendere giù fino al sole più caldo della terra da cui proviene e risalire su, fino a sentire l'aria dei pascoli. La bocca è scura, una linea sottile; una fessura nasconde denti bianchi, perfetti.
Indossa ciabatte nere di pelle striata dal tempo e una camicia scura, aperta un po', prima di richiudersi sotto alla morsa del maglione di lana grossa, grezza.
Io sono seduta in un angolo e lo osservo. Gli occhi scrutano ogni movimento.. prima le mani.. poi il viso.. mi incanto a vedere le espressioni del volto mentre sfiora il tavolo con delicatezza..
Sorride e mi racconta di quando sedeva ad intrecciare vimini.
Poche parole riescono ad entrarmi dentro, davvero.. le altre si avvicinano e poi sfumano, a pochi centimentri dalle orecchie.Una volta guardava le stringhe delle botti, le scie del carretto sulla mulattiera dopo le giornate di pioggia, i rivoli d'acqua lungo il marciapiedi.. seguo quelle scie.. chiudo gli occhi, anch'io. Cammino fino a bagnarmi i piedi, fino a sentire l'odore acre, del mosto.
Provo una sensazione di velata malinconia.. forse perché non può vedere i solchi sulla neve, oggi.. o forse perché lui vede quel che io non riesco a vedere.. o forse perché mi dispiace.. semplicemente mi dispiace.. chissà perché..
Mi tornano alla mente gli occhi dei tuareg.. nel deserto lo sguardo non incontra ostacoli, è sempre rivolto "oltre", e a lungo andare prende la forma di ciò che sta guardando, diventa profondo, quasi fosse abituato alla lungimiranza.
Chiudo gli occhi e cerco anch'io la profondità, ma io non sono nel deserto, non vedo oltre le case..
Chissà, forse anche lui, prima di diventare cieco, vedeva solo l'orizzonte, vedeva scie nel cielo e nuvole passare.
Io vedo marmo, vedo balconi socchiusi e orme ghiacciate.. mi chiedo cosa potrà vedere lui, più di me.. più iin là di me, nel suo deserto di sabbia e vento.
Vorrei chiederglielo. Vorrei chiedergli cosa vede più di una volta.. prima che quella strana malattia si stendesse comoda sugli occhi, giorno dopo giorno.. una coperta che poco alla volta gli ha nascosto quanto di più bello ci circonda.. i colori! e le forme. e le espresioni delle forme.
Vorrei chiedergli di che colore sono le orme ghiacciate, lui che le vede con gli occhi dei piedi.. di che colore sono, adesso, le stringhe delle botti.. quante sfumature, in fondo, riesce ad immaginare.. quante sfumature, in fondo, mi accontento di vedere io.. quante sfumature, in fondo, non riesco a percepire io.
Sono leggermente miope.. e astigmatica.. se guardo lontano vedo confuso, in una tempesta di sabbia. Dovrei immaginare il deserto e abituare gli occhi a guardare più in là, oltre la linea dell'orizzonte, oltre le case e le antenne..e non voglio occhiali per mettere a fuoco, basta guardare più in là.. sempre un po' più in là.

martedì 30 dicembre 2008

Zampillo in cammino verso la Terra Rossa

Aveva le zampe lunghe e le orecchie a punta; dietro al tallone, una macchia chiara… sua mamma gli aveva detto che quello era il segno della Terra Rossa, cosa strana per un canguro delle montagne. Il vecchio Zampa Corta gli aveva raccontato tante volte la storia dei canguri della pianura. “Un giorno andrò laggiù… vero, nonno?”, gli rispondeva sempre, curioso, Zampillo.

E fu così, che in un giorno di primavera, Zampillo infilò i suoi grandi occhiali e si presentò davanti alla casa del vecchio saggio. Due zampate alla porta e… “Zampa Corta, la Terra Rossa mi aspetta. Son passato a salutarti.”
Il vecchio infilò la testa nella fessura della porta, lo guardò ben benino, sorrise sbirciando le zampe che tamburellavano sull’erba, poi diede un’occhiata al marsupio vuoto e bofonchiò: “Aspetta un attimo. C’è qualcosa che devi avere.” Richiuse la porta con un colpo secco e sparì tra rumori rotti.
Se ne uscì qualche minuto dopo con una scatola impolverata: ci diede una passata con i suoi guanti neri e disse: “Questa ti servirà per imparare a riconoscere i messaggi del bosco! Dovrai averne cura, mio piccolo amico!”
In un batter d’occhio, Zampillo si trovò la scatola tra le mani e la porta chiusa, davanti agli occhi. La infilò nel marsupio e si avviò verso il bosco.
“Ehi!”, urlò dalla finestra il vecchio, “Non dimenticare: fai tesoro di tutto ciò che trovi. Fanne tesoro, mio piccolo amico!”


Appena scese la sera, Zampillo tirò fuori la scatola scura: era pesante, di legno di mogano, con un’incisione tonda, chiara… assomigliava proprio a quella macchia che aveva lui dietro al tallone.
Dentro c’era una vecchia bussola: un marchingegno fatto d’acqua e sughero, con un ago che girava da una parte all’altra, come impazzito.
Non ci volle molto affinché imparasse a far buon uso di quell’ago magico: ben presto infatti scoprì il segreto del muschio umido, attaccato alla corteccia degli alberi e quello del sole, che spuntava dalla testa delle montagne, saliva in alto e poi scendeva, nelle sabbie della pianura. Imparò a mangiare quando il sole gli batteva dritto sulla testa e a continuare il cammino quando la sua ombra correva, veloce, davanti a lui.
Poco alla volta quella bussola non gli servì più, perciò decise di richiuderla nella scatola scura e la di conservarla con cura nel marsupio.


Le piogge lo accompagnarono fino alla Radura Verde. Se ne stava, impaurito, a cercar conforto nella luce delle stelle, quando sentì qualcuno infilarsi tra le zampe. “Ehi, ma…!”
“Dove diavolo sono?!” borbottò un animaletto peloso col muso lungo, mentre tastava qua e là. “Eppure stavano qui, li avevo lasciati proprio qui”
“Ehiiiii, mi fai il solletico”, disse Zampillo balzando in piedi.
“Oh, scusa, amico! Ma ho perso i miei occhiali… li avevo appoggiati qui ieri, quando mi son fermato per ricaricare la mia Pietra di Luna, ma ora… non li trovo più.
Senza occhiali, tu non puoi capire, ma per una talpa quale son io, è un vero DISASTRO: mi perderò per le strade del bosco e non arriverò in tempo per la festa della nuova alba! Accidenti a me e alla mia testa vuota!”
Il canguro si fece una bella risata. “Ma che problema c’è? Io ho con me un ago magico, lui ti porta dove vuoi.” Allungò la zampa e avvicinò la scatola scura al muso peloso di lei, che uscì dal buco ed iniziò ad annusare intorno, con gli occhi stretti stretti per cercare di vedere… “Ahhhhh, meraviglia! Grazie, amico mio! Io in cambio posso lasciarti questa grossa Pietra… non è mica una pietra qualsiasi… questa t’illumina il cammino quando scende la notte: tenendola tra le mani, farà luce ai tuoi passi, sconfiggendo la paura ”
In un attimo si ritrovò nel marsupio quella palla luminosa, trasparente. “Accidenti quanto pesa!”
“Pesa, è vero! Ma non la dovrai tenere a lungo: lei ti aiuterà a vedere fin dove gli occhi non arrivano, ti aiuterà a scoprire i segreti della strada e delle sue pietre… poco alla volta non ti servirà più e potrai camminare anche ad occhi chiusi!”
Zampillo abbassò la testa dispiaciuto: “Io… beh, ti ringrazio!! Solo che… beh, vedi… io… ehm… io adesso non ti posso lasciare la mia bussola… cioè, io ho imparato i suoi segreti, ma un giorno potrebbe servirmi ancora… sai, io devo andare fino alla Fessura del Mare… devo arrivare fino alla Terra Rossa… vedi… è tanta strada… potrei perdermi ancora… mi dispiace… ma…”
“Non ti preoccupare, zampa lunga!”, rispose sorridendo la talpa. “La guarderò un po’ qui, prima che tu riprenda la tua strada. Quando ti sveglierai, domani mattina, potrai riprendere il cammino con il tuo marsupio pieno!” Fece un salto sopra la bussola e iniziò a parlare tra sé e sé “N… muschio e stelle in groppa… S… E… ahah… il sole, sì… domani…”


Quando Zampillo riaprì gli occhi, quello che trovò fu solo un buco, accanto alla sua zampa destra: la talpa se n’era già andata.
Con un balzo riprese la sua strada ma… quanto peso dentro al suo marsupio!
Presto scese la notte e, con in mano la Pietra di Luna, il canguro non ebbe più paura… imparò a saltellare sui sassi scivolosi ed evitare quelli spigolosi, scoprì il segreto della strada e dei suoi rami.
Passo dopo passo, decise di rimettere al sicuro quel pallone luminoso e a camminare ad occhi chiusi… sentendo la polvere sotto ai piedi prendere la forma dei suoi balzi.
Si risvegliò anche il sole, mentre lui ancora balzellava ad occhi chiusi sulla strada quando…
SPLASH
“Ahhhhhhhhhhh, accidenti a te!!”, spalancando gli occhi si ritrovò in groppa ad uno degli animali più grossi che avesse mai incontrato in vita sua… aveva l’aria di essere un po’ arrabbiato… molto arrabbiato.
“Ehm… scusa… ma non ti avevo visto, andavo un po’ di fretta! Posso fare qualcosa per riparare al danno che ho combinato?”
Quel grasso musone si spalancò in un enoooooorme sbadiglio. “Mi hai svegliato, pulce dalle orecchie a punta! Sto cercando di raggiungere il mare ma, quando scende la notte, il buio mi fa addormentare… è più forte di me, non riesco a stare sveglio! e così ora, oltre ad essere in ritardo, sono anche di cattivo umore!”
“Beh”, rispose Zampillo, strisciando la zampa a terra, “io ce l’avrei una cosa per farti tenere sveglio: è una palla magica, una Pietra di Luna. Però non te la posso lasciare, perché potrebbe servire ancora a me… il viaggio è ancora lungo e…”
“Dove stai andando, orecchie a punta?”
“Domattina arriverò alla Fessura del Mare… l’attraverserò e poi mi metterò a balzellare tra i miei sogni, nella Terra Rossa.”
“Mmmmhhh.. ragazzo mio, la Fessura del Mare è un posto pericoloso. Pensi davvero di farcela? Lì c’è un filo di ragnatela e tira forte il vento. Sei sicuro di poter attraversare la gola senza scivolare? In equilibrio… senza guardar giù e senza voltarti indietro?”
Zampillo iniziò a muovere le orecchie, agitato. “Vedi, io ci voglio davvero arrivare di là!”
“Allora, pulce, penso di avere qualcosa che fa al caso tuo: molti anni fa, un pappagallo giallo mi ha regalato una girandola, una vecchia e grossa girandola fatta di rami e foglie. L’ho tenuta qui, accanto a me, per tutto questo tempo… ho imparato ad ascoltare il vento: ora so quando cadrà la pioggia e quando potrò uscire senza che lui mi soffi via tutto il mio fango.
Sai, anche a me piacerebbe andare laggiù, nella pianura, ma io sono un ippopotamo… e quel filo di ragnatela è delicato: bisogna essere leggeri, seguire il vento… bisogna esser veloci ed agili.
Porta con te questa girandola ed esercitati tra gli alberi del bosco, così quando arriverai alla Fessura del Mare avrai già imparato ogni segreto del vento.
Non ti preoccupare per me: tieni la tua Pietra di Luna se credi ti servirà ancora… io ritroverò la strada. Buona fortuna, pulce dalle orecchie a punta!”

Zampillo infilò la girandola nel suo marsupio, ormai traboccante, e riprese la strada. Tutti quei tesori, stavano diventando davvero molto pesanti: non riusciva più a saltellare bene come i primi giorni, scivolava, instabile.

Il giorno passò velocemente e quando scese la sera, il canguro era sfinito: la schiena a pezzi e le gambe doloranti. Decise così di trascorrere la notte tra i rami degli alberi con la girandola ricevuta in dono dall’ippopotamo.
In poco tempo imparò a riconoscere il fruscio delle foglie, sentiva il vento venire da est e poi cambiare, soffiare forte da nord, freddo e pungente. Quando il sole si risvegliò nuovamente, lui aveva imparato a rimanere in equilibrio tra le foglie, a correre leggero tra i rami, a farsi accarezzare dal vento senza scivolare… era davvero pronto per intraprendere l’ultimo pezzo di strada, quello della Fessura del Mare.
La vedeva lì, davanti agli occhi: un filo sottile, che molleggiava con il soffio del vento… un filo che portava dritto dritto verso la Terra Rossa… già lo sentiva il profumo, già la vedeva la casa dei suoi sogni.


Prese un bel respiro e con un balzo si posizionò in equilibrio…
Fece il primo passo, fermo, preciso, attento.
E poi il secondo.
E il terzo.
Ormai se ne stava già a metà strada, quando sentì il vento soffiare forte, davanti a lui. Era sicuro di potercela fare, aveva imparato a farsi accarezzare senza mai scivolare… ma il suo marsupio ora era pesante, troppo pesante.
Non riusciva a camminare leggero, sul filo. Sentiva il peso sulle zampe.

“Eppure”, pensava tra sé, “il vecchio Zampa Corta si era raccomandato <>. Ma com’è che ora tutto pesava troppo? Cosa avrebbe dovuto fare, adesso? Dopo tutta quella strada, dopo tutta quella corsa… con il sogno davanti agli occhi…

“Ragazzo!” una voce roca lo sorprese, in bilico, a mezz’aria. L’avrebbe potuto riconoscere in mezzo a mille… era lui, il vecchio Zampa Corta.
“Non ti girare, figliolo. Rimani lì dove sei. Accucciati sulle zampe e drizza bene le orecchie!
Che ci fai così? Devi correre figliolo, non fermarti e guardare dritto davanti a te… leggero, delicato, sul filo dei sogni!”
Zampillo alzò le zampe e fece un leggero movimento col muso “Non ci riesco! Me l’hai detto tu… me l’hai detto tu” disse piagnucolando “che dovevo far tesoro di quello che incontravo lungo la strada! Io ho fatto così… ho portato con me tutto, sono stato attento e ora ho tutto qui con me, dentro al mio marsupio!”
“Ragazzo mio”, rispose a gran voce il vecchio saggio, “è quello che ti ho detto, sì! Ma far tesoro non significa portarsi addosso il peso di ciò che sono, tutte quelle cose! Hai ricevuto una bussola per imparare a leggere i segnali del bosco, una Pietra di Luna per abituare gli occhi al buio della notte… e una girandola per riconoscere il vento e giocare con lui senza farti ingannare dal suo soffio.
Tutto quello che hai, è già dentro di te. Quello che ora ti porti addosso, è solo un peso: liberatene! Avresti potuto aiutare la talpa. E poi l’ippopotamo… invece hai portato tutto con te per paura di non farcela. Getta in mare quello che non ti serve e fai tesoro nel cuore di ciò che hai imparato… metti una zampa dopo l’altra e continua il tuo cammino, dritto, verso la Terra Rossa.
Buona strada, mio piccolo amico!”

Zampillo girò la testa, ma quel che vide furono solo rami… immobile, lì, dov’era, infilò una zampa nel marsupio ed estrasse la girandola, e poi la grossa Pietra di Luna ed infine la Bussola… una ad una le gettò giù, nel mare.

Ora si sentiva di nuovo leggero, ora era pronto per rimettersi in piedi e, un passo dopo l’altro, arrivare alla Terra Rossa.
Un soffio, solo un soffio.

Ancora un passo, un altro.

martedì 23 dicembre 2008

Tutti, solo per me


Discover Dean Martin!



Passeggio sui minuti di una giornata, l'ultima dei ventiquattro 22 dicembre che mi son già scivolati sotto ai piedi.

Il sole si è alzato tardi, quando io ero già in cammino... si è stiracchiato ben bene le zampe e poi ha tirato fuori la testa. Timido. Incuriosito, forse da quelle striature rosate sul suo cuscino.


Poi si è alzato e si è vestito tutto d'azzurro.
Io l'ho inseguito mentre, con i piedi immersi nell'acqua, faceva il solletico ai gabbiani. Ero lì, dietro al muretto, mentre lui si rinfrescava il viso, a mezzogiorno.


L'ho ritrovato stanco, mentre sbadigliava respiri caldi, per coccolare chi partiva e accogliere chi tornava.


L'ho visto sedersi, accoccolarsi teneramente sotto alla coperta scura della notte... gli ho cantato una ninnananna silenziosa, raccontandogli la storia dei miei piccoli orsacchiotti.

Sto tornando a casa solo ora.. dopo 10 lunghe ore di lavoro, nelle gambe sento il peso della stanchezza e negli occhi il riflesso di tutta quella luce. Ma oggi ho corso per 10 ore fingendo solo di fare cose importanti pur di non perderlo di vista...lui, il sole!
e mi ha portato il mare.

Ho le tasche piene, stracolme, di tutti quei secondi dipinti di sfumature, che sono scivolati giù da quel pallone luminoso e si sono infilati qui, nelle mie tasche, alla rinfusa, trovando un buco negli angolini più bui.

Torno a casa con le mani che si fanno spazio tra quei colori.. cerco di toccarli tutti, con la punta delle dita.. mi sfiora il pensiero di tirarli fuori tutti e soffiarli in aria, o buttarmi a testa in giù e farli cadere sull'asfalto..chissà, magari qualcuno potrebbe raccoglierli.. Oppure, pensa, ipotrei nfilarli nelle cassette della posta o sotto ai cancelli...
O..

Ma..no, dai... in fondo oggi li voglio tenere per me..
tutti, solo per me.
Sorrido

domenica 21 dicembre 2008

Senza nulla


Discover Bob Geldof!


"Mi sono chiesto se era un caso che quando inizi un certo tipo di pensieri e di discorsi incontri un sacco di gente che dice o fa cose simili. O forse prima le incontravo e non ci facevo caso perché non avevo quel tipo di attenzione?" (da "Un posto nel mondo" di F. Volo)

Faccio fatica a ordinare i pensieri... perciò riprendo in mano quel filo che mi ha condotto fin qui e torno indietro...

Parto da quel viale alberato, dove tutto risuonava di silenzio. Immobile.

Villa Braida, Zerman di Mogliano (TV)

Penso ad Andrea, che un giovedì pomeriggio ha deciso di partire. Sentiva che la vita gli stava troppo stretta, forse.
Io invece penso che la giacca si possa sempre un po' allargare, i pantaloni accorciare e le maniche aggiustare.
Ma questo lo penso io. Forse lui non aveva voglia di aggiustare... forse voleva solo un vestito nuovo. Mi auguro solo che adesso, almeno, ci stia più comodo.


Penso alle parole di Bisio che recita Gaber:


ora basta con la finzione
normale benessere
una morale
troppo facile per noi essere pacifisti, antiautoritari e democratici
resistenza
magari ad altre cose
esibire
mano invisibile
consumo
essenzialità
spinta
nemico
contro le ideologie dominanti
contro il dilagare del superfluo
anche voi
silenziosa e passiva
slancio
localizzato
noia
s'insinua
senza nulla, salvo quel nulla non identificabile che ci corrode

Intanto canticchio una canzone...
Non insegnate ai bambini
non insegnate la vostra morale
è così stanca e malata
potrebbe far male
forse una grave imprudenza
è lasciarli in balia di una falsa coscienza.

Non elogiate il pensiero
che è sempre più raro
non indicate per loro
una via conosciuta
ma se proprio volete
insegnate soltanto la magia della vita.

Giro giro tondo cambia il mondo.

Non insegnate ai bambini
non divulgate illusioni sociali
non gli riempite il futuro
di vecchi ideali
l'unica cosa sicura è tenerli lontano
dalla nostra cultura.

Non esaltate il talento
che è sempre più spento
non li avviate al bel canto, al teatro
alla danza
ma se proprio volete
raccontategli il sogno di
un'antica speranza.

Non insegnate ai bambini
ma coltivate voi stessi il cuore e la mente
stategli sempre vicini
date fiducia all'amore il resto è niente.

Giro giro tondo cambia il mondo.
("Non insegnate ai bambini" di G. Gaber)

E penso a quel frammento di "La storia infinita":
Gmork: Sei uno sciocco e non sai niente di Fantasia. È il mondo della fantasia umana. Ogni suo elemento, ogni sua creatura scaturisce dai sogni e dalle speranze dell’umanità e quindi fantasia non può avere confini.
Atreyu: Perché Fantasia muore?
Gmork: Perché la gente ha rinunciato a sperare. E dimentica i propri sogni. Così il nulla dilaga.
Atreyu: Che cos’è questo NULLA?
Gmork: È il vuoto che ci circonda. È la disperazione che distrugge il mondo, e io ho fatto in modo di aiutarlo.
Atreyu: Ma perché?
Gmork: Perché è più facile dominare chi non crede in niente ed è questo il modo più sicuro di conquistare il potere.

Penso a quel post di Renata

Penso a quei minuti frantumi che cadono sulla gente, a quei fiocchi di neve di Janas.

Penso alle parole dell'anonimo Luca nel commento a Janas
facile dire "bel post", sono solidale, un'altra bandierina a sventolare, come quel libro, pesante mattone si, ma solo nella coscienza di chi vuol costruire, e non solo progettare.

E penso..
Cosa altro dovremmo fare se non sventolare la nostra bandiera?

Come si insegna, quella magia?
dare esempio, con coerenza al voler costruire, senza derive verso le false libertà

Già..
Forse iniziando a mettere delle cose belle, sopra questo nulla.
Metterci un tavolo e 4 sedie. Un bicchiere di vino e una bottiglia d'olio. Del pane caldo e le salviette blu.

I miei 25 anni sono alle porte...

Giro giro tondo cambia il mondo

... ho ancora due mani libere... nel caso qualcuno si volesse attaccare...

sabato 13 dicembre 2008

In mani e piedi

Qual è il peso dei sogni?
Un soffio di vento? Una foglia ben ancorata al suo ramo? che spunta in primavera, succhia la linfa facendosela scorrere tra le vene fino ad ubriacarsi per poi sentirsi sazia e scegliere di lasciarsi andare, nei primi freddi autunnali... cadere giù, marcire e rifiorire in un petalo di una pratolina sotto ad una quercia?
Una fedina d'argento? che vive con te, nel silenzio e nell'amore dei giorni. Pochi grammi che pesano come macigni quando decidi di toglierla, così, solo per pulirla un poco.
Una borsa troppo piena di cose inutili? che continui a portarti via perché "non si sa mai".

Che odore hanno i sogni?
Quel profumo delicato di marsiglia? che si impregna nei vestiti... che ti porti addosso per la strada... quell'odore che col tempo s'affievolisce e che rimpiazzi con uno nuovo, da scoprire.
Che odore hanno? Quel non-so-che che sa di casa tua? che non riesci a percepire ma che gli altri riconoscono tra mille? E' quell'odore che risenti solo quando torni da un pellegrinaggio lontano, alla ricerca di Loto e Tiaré... e torni a casa con le tasche vuote e la nostalgia di quel non-so-che.

Che forma prendono, i sogni?
Quella dell'ultimo dentino di un bimbo, nascosto con cura in un angolo della finestra, che si trasforma in un sorriso di fata, nella notte?
Un neo sulla pelle? che un giorno decidi di togliere per non avere più marchi indelebili dentro e fuori di te? ancora inconsapevole che ti resterà una cicatrice eterna, che prude quando piove e sbiadisce al sole, ma che racconta splendidamente di quello che sei
Una briciola di pane? sulle spalle di una formica, fino a casa
Un sassolino che calci per la strada? che a volte sparisce sotto al marciapiede per poi riapparire più grande, dietro al lampione?
Un guscio di noce? che diventa una barchetta nel bicchiere o il guscio di una tartaruga in cui infilare la testa... o il cappello del grillo parlante, ubriaco di parole buone... o una conchiglia che ti canta la ninnananna prima di dormire... o la gobba di un cammello nel mezzo del deserto, da cui, una goccia alla volta, trovi il tuo più dolce ristoro lungo la strada... o lo zainetto di un camaleonte, che oggi è turchese come il riflesso del vento e domani è arancione come le bacche della piracanta?


I miei credo si nascondano nelle orme che i miei piedi lasciano lungo il sentiero, ogni giorno, e in tutte quelle sensazioni che tocco con la punta delle dita, ogni istante.

venerdì 12 dicembre 2008

Sensasìa

SENSASìA..ovvero, la fantasia dei sensi!

E' un gioco che mi son divertita a fare e a guardar fare: l'ho trovato MERAVIGLIOSO! Soprattutto l'idea di vedere le varie interpretazioni di suoni, immagini e profumi... è incredibile a volte come siano belle le sfumature che colgono altri, come siano strane e quasi assurde... a volte sembrano banali, perché magari ci avviciniamo senza toccare quell'idea.

E' una giostra di sentimenti, a guardar quello degli altri!

... e una giostra di emozioni a provare a farlo!!


Abbina un SUONO a
- ULTIMO: http://www.deezer.com/track/952363
- SOGNI:
- SEMPRE: http://www.deezer.com/track/1246462
- QUI: http://www.deezer.com/track/2106519
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- CASUALITA': http://www.deezer.com/track/540833
- SCIVOLARE:
- DOMANI: http://www.deezer.com/track/189561


Abbina un PROFUMO a
- DESTINO: incenso al gelsomino
- PRIMO: pancetta affumicata (ovverosia: carbonara!ahhhh)
- CONFUSIONE: odore di bruciato (ho in mente quello della macchina..cioè non proprio la macchina intera, ovvio! un qualche cosa che c'era dentro la macchina.. e che poi.. eheh.. non c'era più!)
- SORRISO: pepe
- LUNA: incenso alla rosa
- SORPRESA: pane fresco
- RICORDI: non è proprio un odore.. è l'odore della cedrata unito alla sensazione di frizzantino che si sente nel naso quando lo si avvicina al bicchiere!!
- FORSE: quell'odore che si sente poco prima che piova
- EMPATIA: il profumo dell'erba appena tagliata
- INTUIZIONE: zenzero


Abbina un'IMMAGINE a
(precisasiùn: il gioco consisteva nel dare una forma di un oggetto ad ognuna di queste parole... io mi son divertita farlo con le fotografie!!)

- VENTO:


- SILENZIO:


- OCCASIONE:


- SI':


- TEMPO:


- INCERTEZZA:


- OGGI:


- APPUNTAMENTO:


- MERAVIGLIA:

- FINE:

E per chi ha voglia di giocare con la propria fantasia dei sensi... buone emozioni!

venerdì 5 dicembre 2008

Un biglietto sotto alla porta --uno


Discover Carmen Consoli!



- [sta sulla finestra, con la testa fa un movimento incerto, lento] : Ehi, Willy… ho trovato un biglietto sotto alla porta, oggi pomeriggio…
- [continua a spazzolare la giacca] :

- [voce più alta] : Ehi, Willy… credo di aver sbagliato…
- [continua a spazzolare la giacca] : Chiedi scusa
- [piega il foglio tra le mani] : Non mi chiedi perché?
- [continua a spazzolare la giacca] : Non è più importante
- [abbassa lo sguardo, si gira, guarda fuori dalla finestra] : …

la notte è tranquilla, la luna si nasconde… ma lascia intravedere il sorriso più bello che ha

- [piega la giacca e si siede sopra] :
Lui pensava, davvero, che gli uomini stanno sulla veranda della propria vita (esuli… da se stessi) e che questo è l’unico modo possibile, per loro, di difendere la propria vita dal mondo, giacché se solo si azzardassero a rientrare in casa (e ad essere se stessi) immediatamente quella casa regredirebbe a fragile rifugio nel mare del nulla, destinata ad essere spazzata via dall’ondata dell’Aperto, e il rifugio si tramuterebbe in trappola mortale, ragione per cui la gente si affretta a riuscire sulla veranda… riprendendo posizione là dove solo le è dato di arrestare l’invasione del mondo, salvando quanto meno l’idea di una propria casa, pur nella rassegnazione di sapere, quella casa, inabitabile. … C’era qualcosa di infinitamente dignitoso in quell’indugiare eterno davanti alla soglia di casa, un passo prima di essere se stessi

[alza la testa] : Stai scrivendo, Ste?!
- [gira la testa, lascia solo i capelli alla luna] : Ehm… no, scusa, ho…
- [abbassa la voce] :
le notti in cui si alza il vento feroce della verità, la mattina dopo sei costretto a riparare la tettoia delle tue menzogne, con pazienza inossidabile…. Quelle sere in cui l’aria è fredda e il mondo sembra essersi assentato, d’improvviso ti senti comico, lì, sulla veranda, a fare la guardia contro nessun nemico, ed è una stanchezza che ti morde, e l’umiliazione di sentirti così inutilmente ridicolo, alla fine ti alzi e rientri in casa, dopo anni di menzogna nemmeno ti riuscirà di orientarti, là dentro, come se fosse la casa di un altro e invece era la tua, lo è ancora, apri la porta ed entri, curiosa felicità che non ricordavi, casa tua, dio che meraviglia…. Sarò in questa casa fino a quando sarò, MA
[alza la voce]
MA se tu aspetti, e da fuori guardi quella casa, potrà passare un’ora o una giornata intera, MA alla fine tu vedrai la porta aprirsi, senza sapere né poter capire, mai cosa può essere successo là dentro, vedrai la porta aprirsi e lentamente quell’uomo, uscire, invisibilmente spinto fuori da qualcosa che non potrai mai sapere, MA certo deve avere a che fare con qualche vertiginosa paura, o incapacità, o condanna, tanto spietata da spingere quell’uomo fuori, sulla sua veranda, il fucile in mano. *
[si alza in piedi e raccoglie la giacca] Chiudi la finestra!
[voce più alta] e scendi da lì.
C’è da spazzare, raccogliere l’immondizia e mettere un sacchetto nuovo



Discover Alex Britti!



[*da Alessandro Baricco, "City"]

giovedì 4 dicembre 2008

Erano solo riflessi... solo?

Passeggiava con il passo pesante, tra le dita si stringeva ad una sigaretta per fumare via la polvere.

Era arrivato da lontano per cercarlo qui, trovarlo, portarselo via.
Nelle tasche conservava un post-it giallo e stropicciato: dentro c'era appuntata la sua speranza, consumata.

Aveva attraversato ponti e seguito voli di gabbiani... era stato in equilibrio sui fili della luce, aveva chiuso gli occhi e aveva provato a cercarlo tra i ricordi...
Camminava a testa alta, il passo veloce, ma pesante. Guardava su e non vedeva altro che quello che c'era già, quello che c'era ieri... guardava dietro i tetti, tra il fumo dei camini e in bilico, sulla linea dell'orizzonte.

Aveva corso, si era fermato, era tornato... voleva di più... era nervoso, e pure un po' arrabbiato.

Scusi, sto...
Ma c'era chi non capiva, non sapeva...
giocava...
semplicemente si divertiva a giocare con biglie di vetro, ammaccate; e si faceva meravigliare da quelle sfumature che si intrecciavano dentro.

Il vetro fa il miracolo, la magia… Entrare in un posto e avere l’impressione di uscire fuori… Essere protetti dentro qualcosa che non impedisce di guardare ovunque, lontano… Fuori e dentro nello stesso momento… al sicuro eppure liberi… questo è il miracolo, e a farlo è il vetro, solo il vetro. […]
E’ la magia del vetro… proteggere senza imprigionare… stare in un posto e poter vedere ovunque, avere un tetto e vedere il cielo… sentirsi dentro e sentirsi fuori, contemporaneamente… un’astuzia, nient’altro che un’astuzia… se lei vuole una cosa e però ne ha paura non ha che da mettere un vetro in mezzo.. tra lei e quella cosa… potrà andarle vicinissimo eppure rimarrà al sicuro…

Non c’è altro… io metto pezzi di mondo sotto vetro perché quello è un modo di salvarsi… si rifugiano i desideri, lì dentro… al riparo dalla paura… una tana meravigliosa e trasparente…
Lo capisce, lei, tutto questo?
(da “Castelli di rabbia” di Alessandro Baricco)


Lui si era inginocchiato solo per raccogliere la biglia, scivolata tra i suoi piedi
e l'aveva visto.


Era lì, nascosto tra le onde, il centro di cerchi nell'acqua...
forse era solo un riflesso... ma che importava? era lì!

Ed era il più bel sole che avesse mai visto!

Sfilò il post-it giallo dalla tasca e buttò la sigaretta.
Stava scendendo ormai la sera: non poteva perdere altro tempo... sarebbe arrivata la notte e, con lei, un'altra mattina.
Lo raccolse e lo mise in tasca, un sorriso alla bambina che giocava con le biglie... lei non sapeva, ma era felice di vedere i raggi spuntare da quella tasca

anche se erano solo riflessi...

ma, in fondo, lì c'era il fuoco e c'era l'acqua, lì si nascondeva il cielo e la terra... era al sicuro
erano solo riflessi... ma è sempre da quelli che si comincia...
si segue una scia...





liberamente ispirato da:
-un'immagine...un sole riflesso, passeggiando tra le calli
-biglie che scappano e si perdono
-palle di diverse dimensioni, più grandi di biglie e più piccole di soli... a volte girano, a volte son lì, che aspettano
-L’esistenza si consuma nell’attesa: si va in giro con la lista della spesa ma forse quello che aspettavo è già arrivato, nascosto nella luce per non essere individuato ("Tutto può succedere" di Lorenzo... una frase casuale di una canzone scelta casualmente dal mio random nell'mp3)
-il karma della karma

martedì 2 dicembre 2008

Solo salviettine?

Fermarsi al bar, la sera, prima di andare a dormire, è un modo per raccontarsi storie. E quelle storie stanno tutte dentro alle salviettine triturate, spigolate, ripiegate… dietro ci sono disegni infantili, firme che non appartengono più a nessuno, parole come bolle di sapone che si gonfiano, si deformano…fino a scoppiare.
In realtà quelle parole non sono lì per caso! E' che uno le attacca là, per togliersele dalla testa. E invece loro non se ne vanno mai! ti guardano e ti sorridono… Alla fine cedi; cedi sempre.


Così inizi a ripassare la S, che ti vien bene, quella… poi ci fai un cappellino e una coda… è un serpente! Nononono..forse è un corteggiatore emozionato, in ginocchio davanti a lei… dev’essere lui, sì! Quasi quasi ci vedo l’anello, tra le mani.

Poi d’improvviso la tua mano cede un poco, un tremolio leggero… ti senti emozionato per lui, forse… o ti senti lei… ti distrai, pensi a dopo, pensi a ieri e così… ecco,
gli è caduto l’anello!
Che pirla! Tu te la ridi… ma non puoi abbandonarlo così!
E allora ti fermi un attimo, quasi ci fossi anche tu, lì con lui a cercare di rallentare quei secondi eterni che passano in fretta… Lui abbassa gli occhi e lo vede... eccoloeccolo! è lì, per terra, caduto tra le foglie!!
Si tuffa in una N.. lo vede lo prende e lo alza come un trofeo.. come quando ti insegnano a tirar su i cucchiai in piscina. E intanto con la penna lo accompagni nel salto.

Bello questo momento... un fermo immagine nel momento in cui

tocca

l'anello con le dita: ti gusti l'i s t a n t e della conquista e poi ricominci, risali risali risali fino a vedere gli occhi di lei. E dagli occhi torni giù, in un rewind lento, per
risentire

l'anello

tra
le
dita,


laggiù, tra le foglie umidicce



Quella parola ti piace! adesso è diventata una parola che si sta sciogliendo in una macchia di olio, per terra... In un attimo poi diventa un fumetto... no, non più... uno specchio?! Mh…
O un lecca-lecca, forse...
Ma non ci sono parole sui lecca-lecca! Che idiozia!

Adesso non ti piace più. L'amante se n'è andato, il tuo fumetto non parla più, lo specchio si è rotto e il lecca-lecca sa di vaniglia.. pessimo!
Meglio farlo a pezzettini! Prima piega Seconda piega...

Illuminazione!
Ecco cos'era! Lo giri, lo contorci... una due dieci
quindici volte.
Ecco cosa cercava lui: non era un anello! stava raccogliendo una rosa! una rosellina per lei!

Così te la ritrovi tra le mani: una rosellina bianca con sfumature blu, qualcuna è sbavata e qualche altra è appena segnata.. una linea distratta che si è persa tra le pieghe.



Ti volti e la dai a lui.
Un sorriso. Anzi, due!

Un bacio


domenica 30 novembre 2008

Stacca la spina... Staccala!


PLAY

E' una corsa. Girare la testa e sorridere a chi sta dietro; mettersi a due centimentri di ruota da chi ti sta davanti, appoggiare il respiro sulla sua bisaccia per sentire che c'è. O vedersi ultimi, con la strada che corre più veloce di te.... vedersi sempre più lontani e farsi accarezzare dall'idea di accelerare.

E poi, in un momento, sentirsi bene lì, indietro, scarsi, stanchi... ultimi! Lontani dal fruscio degli altri e sentire solo i pedali, solchi nella neve.
Guardarsi attorno e pensare di essere in un sogno...
rallentare...
ascoltare i muscoli...

dare il ritmo giusto alle ruote...




REWIND

I ricordi balbettano fotografie che appaiono disordinate.


Accendo l'incenso e mi lascio guidare tra le parole, tra quelle fotografie.
Rivedo quel bacio
Risento quel sorriso... quasi riesco a risentire il gusto di quel gelato



e ricordo quel viaggio di tanti anni fa...
rivedo le luci sul foro, risento il profumo della carbonara calda, ritrovo le telefonate e le parole.
Risento i piedi stanchi appoggiati alla panchina di Santa Sabina... rivivo quell'aria di casa, lontana chilometri e chilometri dalla mia... quell'aria calda che inaspettatamente ogni tanto riappare, lieve.

Libero, sorridente
ripensandoti
come foglia al vento
carico di profumi

(da "Stacca la spina" di G. Barbarotta)


Il treno ha chiuso le sue porte e il mio viaggio continua; qui; nelle telefonate veloci, negli itinerari tra il vino e le statue ammaccate dal tempo. Il mio viaggio continua nel silenzio di quelle parole che si perdono tra i vicoli nascosti dei ricordi.
Il tuo è ricominciato, nel mio silenzio e nei tuoi sorrisi... so che risentirò quel fischio passarmi accanto, sorridermi, svegliarmi.




FAST FORWARD

Tornerò lassù, un giorno.
Riappoggerò i piedi su quella panchina per fischiare anch'io; e risvegliare la grande città.



PAUSE
Il mio cuore è come una nube,
vuole vagare in mezzo al cielo.

Aperti gli occhi verso la terra
vuol sorridere come l'alba.
Il sorriso s'unisce alle nubi,

il sorriso vaga per l'aria:
sorriso d'aurora, sorriso di fiore
si spande per il giardino.
Il mio cuore s'innalza in cielo
vuole fiorire come l'aurora.

(da "Sissu" di R. Tagore)




Ero irritabile, instabile, soggetto a troppi alti e bassi. Gli dissi che mi sembrava di guardare il mondo attraverso un caleidoscopio: una piccola mossa e tutto appariva verde; ancora un leggero tocco e tutto era rosso, poi nero e poi oro. Volevo fermare il caleidoscopio, così che tutto restasse d’un colore. Volevo mettere fine agli alti e bassi, che tutto fosse pari.

(da “Un altro giro di giostra” di Terzani)



Uno è che non sono ancora riuscito ad avere un rapporto giusto col tempo e a considerare il mio tempo come tempo per gli altri al modo in cui faceva il Swami. Mi piacerebbe tanto arrivarci!
L'altro problema è che continuo a identificare la pace interiore con la solitudine, la mia armonia col vivere in un eremo in montagna. La lontananza dal mondo è ancora una condizione necessaria del mio stare in equilibrio. E questo è un segno che ho ancora molto da lavorare. Per questo ho cominciato da poco a fare un esercizio che i tibetani, i sufi e tanti altri hanno fatto per secoli. Disteso per terra guardo il cielo. Contro l'azzurro si muovono, leggere, delle nuvole. Ne fisso una, la seguo, mi ci identifico. Presto divento quella nuvola e, come quella nuvola, senza peso, senza pensieri, senza emozioni, senza desideri, senza resistenza, senza direzione mi lascio andare nell'immenso spazio del cielo. Non ci sono sentieri da seguire, non una meta da raggiungere. Semplicemente vagare, aleggiare, vuoto come la nuvola. E come la nuvola cambio forma, prendo tante forme, poi divento evanescente, mi disfaccio, scompaio. La nuvola non c'è più. lo non ci sono più. Resta solo la coscienza, libera, senza legami, una coscienza che si espande. Ho cominciato a fare quest'esercizio sul mio crinale sopra lo strapiombo. Ora debbo imparare a farlo dovunque: su un prato nell' Appennino, sulla terrazza della casa a Firenze o al margine di un'autostrada. Se riesco a immagazzinare quel senso di vuoto della materia, così come credo di aver finalmente capito che il silenzio è una dimensione interiore e non fisica, avrò fatto un passo avanti, smetterò di considerare il quotidiano come una piovra dalle mille braccia, il tempo come «mio» e a dover scappare nell'Himalaya per sentirmi in pace. Ci lavoro.

(da "Un altro giro di giostra" di T. Terzani)




Giovane viaggiatore,
dimentica le stanchezze del viaggio,

procedi con coraggio!

Non spegnere nell'anima

la luce del tuo cammino.


(da "Sfulingo" di R. Tagore)




STOP
Quello che volevo dire
e non ho detto

era solo questo:

Attraverso la mia porta

davanti agli occhi

ho visto mille volte

l'universo eterno.
L'eterna intelligenza dello sconosciuto

ogni giorno in tanta semplicità

ha riempito l'intimo del cuore:

non so se potrò dire con parole semplici

questa verità


(da "Balaka" di R. Tagore)




PLAYCi lavoro.

lunedì 24 novembre 2008

della serie... a volte ritornano!


Due anni fa mi è stato chiesto di fare una “testimonianza di vita” per alcuni ragazzi di 17 anni… non che il mio zaino traboccante di grandi esperienze, ma, si sa, i ragazzi riconoscono quelli che hanno da poco percorso la loro strada, quelli che stanno poco più avanti… non troppo da perderne la scia, ma abbastanza per poter riconoscerne le orme.

Li ho accompagnati lungo il mio sentiero: c’ho messo dentro canzoni e qualche fiaba per allietare il cammino, c’ho infilato un pizzico di amarezza ed ho condito il tutto con della salsa piccante… insomma, tutto ciò che sono in tutto quello che mi racconta.
Li ho lasciati con un pezzetto di un famosissimo discorso di Martin Luther King, che a me piace tanto…

Se sei destinato ad essere uno spazzino, pulisci le strade come Michelangelo dipingeva i suoi quadri, come Beethoven componeva musica, come Leontyne Prince cantava davanti al Metropolitan, come Shakespeare scriveva poesia. Pulisci le strade così bene in modo che tutti gli abitanti del paradiso e della terra si fermino e dicano: “Qui visse un grande spazzino, uno che fece bene il suo lavoro.” Se non puoi essere pino in cima alla collina, sii un arbusto nella valle. Sii, sii il miglior piccolo arbusto sul fianco della collina.
Sii un cespuglio se non puoi essere un albero. Se non puoi essere una strada maestra, sii semplicemente un sentiero. Se non puoi essere il sole, sii una stella. Perché non è per le dimensioni che si vince o si perde. Sii il meglio di qualsiasi cosa tu sia.

Insieme alle parole, ho lasciato loro un pezzetto di pastello, un rimasuglio… uno di quelli consumati dai disegni, dagli schizzi e dalle sfumature.
Con un solo augurio: qualunque sia la vostra strada, tenetelo sempre in tasca e sappiate colorare tutti quei fogli bianchi che vi capiteranno sotto al naso, facendo sempre il più bello dei vostri disegni.


Oggi me ne stavo a casa, con lo stomaco ancora in subbuglio; stavo davanti al mio computer a battere parole che, oggi, oggi proprio, non mi dicono nulla… una dopo l’altra; così, come sono scritte: passano attraverso gli occhi, si cambiano le lettere e tutto resta uguale… non è questo, quello che fa un traduttore di solito, ma oggi è così… oggi sono come quel Babelfish che infesta internet… oggi quelle parole non hanno sfumature, tutte uguali, tasti che si intervallano… lettere che, una accanto all’altra, matematicamente creano parole…
Capita…

Ad un certo punto suona il campanello
E’ lei! Ha passato anni con me: le ho sistemato il fazzolettone, l’ho portata in tenda con la febbre e il mal di schiena, l’ho sgamata in giro di notte a veder le stelle, mi sono crepata di risate a sentirla raccontare storie strampalate e le ho tenuto la testa tra le spalle quando le parole non bastavano più… ho ascoltato i suoi sogni di domani e mi son sentita piccola davanti alla sua meravigliosa fantasia.

Oggi ha suonato il campanello e si è seduta accanto a me
Ho chiuso il computer e ho sorriso a questo bel regalo, capitato lì all’improvviso

Chiudi gli occhi, mi ha detto…
mi son sentita tra le mani una decina di tubicini di legno, pastelli direi… sì, l’odore era inconfondibile! Pastelli!

e scegline uno…
sempre ad occhi chiusi, faccio scivolare le dita e ne prendo uno. Me lo passo tra le dita e sento che la punta è tonda, un po’ consumata; il dietro un po’ scheggiato, qualche ammaccatura sulla lacca…
senza pensarci troppo, lo annuso, ci gioco...

Rimani con gli occhi chiusi e ascolta:
Chi mi conosce a volte si lamenta del fatto che per me le cose sono o bianche o nere. In effetti, qualche mio collega potrebbe dire: «Se cerchi un consiglio netto, o bianco o nero, vai da Randy. Ma se cerchi un'idea o un consiglio che abbia una qualche sfumatura, non è lui la persona giusta». Okay. Ammetto di essere colpevole, e da giovane ero peggio. Dicevo che la mia scatola di pastelli conteneva solo due colori: bianco e nero. Credo sia questo il motivo per cui mi piace l'informatica, perché quasi tutto o è vero o è falso. Invecchiando, però, ho imparato a capire che una buona scatola di pastelli ha più colori. Ma penso ancora che se si vive la vita nel modo giusto, il bianco e nero si consumeranno prima degli altri colori. In ogni caso, qualsiasi sia il colore, amo i pastelli. Alla mia ultima lezione ne avevo portati centinaia. Volevo che tutti ne avessero uno quando avrebbero lasciato l'auditorium, ma quelli alla porta si sono dimenticati di distribuirli. Peccato. La mia idea era questa: mentre parlavo dei sogni dell'infanzia, avrei chiesto a tutti di chiudere gli occhi e sfregare il pastello tra le dita -per sentirne la consistenza, la carta, la cera. Poi avrei detto di portare i pastelli al naso per annusarli. L'odore di un pastello riporta all'infanzia, non è cosi? Una volta ho visto un collega fare una cosa simile con i pastelli con un gruppo di persone, e l'ho trovata un'idea ispirata. Infatti, da allora, ho portato spesso con me un pastello nel taschino della camicia. Quando ho bisogno di tornare indietro nel tempo, mi faccio un'annusata. Ho un debole per il pastello nero e per quello bianco, sono fatto cosÌ. Ma tutti i colori hanno la stessa potenza. Annusateli. Vedrete.
("L’ultima lezione" di Randy Pausch)


Apro gli occhi meravigliosamente confusa

Ora ho un pastello azzurro tra le mani…
e vedo che c’è ancora un bel po' di colore da usare!

...e, ormai si sa,
a me non piace aspettare! eheh

venerdì 21 novembre 2008

E' solo un trasloco

Oggi la mia casa è una conchiglia, di quelle tutte attorcigliate. Dev'essere rotolata male, deve aver preso una botta, qualcuno dev'essersi avvicinato con una scarpa..
oggi è scheggiata..
capita..
oggi sto con la testa sotto..gli occhi vedono il cielo, ma le orecchie non sentono il vento..
oggi ho voglia di non sentire..
a forza di sentire, mi sono ingrassata e mi sto stretta, oggi.

Eppure, stamattina, alle 6, quand'è suonata la sveglia, la mia casa era un albero. Era verde, umida e accogliente. Le foglie scricchiolavano e mi facevano il solletico, stavo in alto, a penzoloni sul ramo più alto con il sedere al sole e il sorriso alle melegrane.

Qualcuno dice che ogni passaggio è una trasformazione: si è trasformata in un'orchidea, dicono.
Qualcuno pensa che si sia solo fermata un attimo e si sia incollata a quella coperta scura, blu..e da lì guardi giù, saluti.
Qualcuno è convinto che stia pagando i conti rimasti in sospeso.
Qualcuno crede che abbia iniziato a vivere, solo ora, solo addesso.
Qualcuno immagina che sia tornata alla terra, che sia di nuovo acqua e spirito.
Qualcuno sa che oggi è il primo giorno del tempo che gli resta..tutto il resto, non si vede..quindi non conta.

Io oggi guardo il cielo da dentro, stretta; ma al coperto..
Oggi non ho voglia di chiedermi, né di pensare, o ipotizzare, o credere, o sapere.
Adesso ho voglia di dare un bacio a mia mamma, trovare la parola giusta per tradurre flying temper, mettere su il cd che mi ha regalato mia sorella per la maturità e flasciar scorrere la matita.


Oggi mi piaccio con la mia casetta scheggiata e con il silenzio intorno.

Intanto mi immagino la casa di domani.. forse tornerò col sedere al sole; o forse sarò in una casa di mattoni con lui, un caminetto e un libro chiuso.

Ma è solo un trasloco.

Mi piacciono i traslochi

mercoledì 19 novembre 2008

Nelle scarpe di Ghillie Dhu

Tutto è iniziato con una deviazione, una strada imprevista. Chissà perché...
Tutto è continuato con un incontro, una risata.. una nostalgia, un cambio di programma.
Mi sono seduta e ho guardato quel folletto rosso col cappello verde e le scarpe a punta, giocare con ramoscelli, bottiglie colorate e palline di carta.. si è infilato nella mia fantasia e nei miei ricordi, ha sbirciato nei miei sogni e mi ha fatto commuovere.
Poi tutte le parole sono affogate in un caffé.. solo per un'ora.. ma non sapevo che così tante cose si potessero infilare una ad una dentro i minuti.. sembra sempre che scorrano via veloci, a volte sembrano vuoti, ti sembra di perderli, di non metterci dentro abbastanza.
Ieri no. Dentro ad ognuno di loro si sono infilate talmente tante cose che ora non saprei nemmeno più ricordale tutte.

E' un gioco: mi ha raccontato una storia e io dovevo inventare il finale e dare un volto al protagonista, scegliergli i vestiti e il colore del cappello.
Sono uscita da quella storia con una carta in mano ed un nuovo nome: la stessa identità ed un vestito nuovo.


(foto: Irlanda, Bray - Il sentiero dei folletti, settembre 2005)

La cultura celtica è popolata di strani personaggi: streghe, fate, spiriti e folletti. Si dice che siano loro a camminare per le strade della nostra fantasia.
La mia ho scoperto essere composta soprattutto da folletti, i Leprecauni.
Chi sono?
Sono piccoli spiriti, spiritelli d'acqua. Sono fatti per metà da corpo e per metà da spirito; amano fare scherzi e burla, sono ingegnosi e a volte perfino cattivi. Sono servizievoli con chi si mostra grato per il loro magico lavoro e diventano malvagi con gli avari e i ladri.
Sono timidi e si nascondono, solitamente sono schivi ed amano la solitudine, ma si racconta che amino molto anche la compagnia degli altri folletti e delle fate, alle quali costruiscono le scarpe.
Un attimo ci sono e un attimo dopo se ne son scappati via: l'unico modo per trattenerli è guardarli fissi negli occhi.

Ogni città fantastica possiede "un viaggiatore", è il nostro specchio nella fantasia di come camminiamo per le strade del mondo, di ciò che siamo insomma.
Nella mia città fantastica, il mio "viaggiatore" tra i folletti ho scoperto essere Ghillie Dhu, il guardiano degli alberi, un folletto che ora appartiene soprattutto alla cultura scozzese.

E' un folletto fatto di muschio e foglie secche che appartiene al popolo delle fate; vive nei boschi, nascosto tra gli alberi, dei quali custodisce ogni segreto.
E' curioso e simpatico ma diventa malinconico guardando la luna. Ama trasformarsi d'aspetto, ma non dimentica mai di chi si è dimostrato curioso e servizievole. E’ selvaggio e timido, ama la solitudine ma non disdegna la compagnia di quelli che sanno ascoltare la voce degli alberi.
Si fida solo del suo istinto: solitamente si mimetizza tra le fronde per osservare i viandanti passare e per burlarsi di quelli che sono in difficoltà nelle tenebre della notte. Si intristisce quando percepisce il dolore; scappa quando sente la rabbia; si avvicina quando sente la bontà e diventa malvagio quando percepisce l'arroganza.
E' uno dei folletti più contraddittori: ama burlarsi dei viaggiatori che hanno perso la strada di casa, ma è molto gentile con i bambini. E’ infatti lo loro spirito protettore dei loro sogni, quando si inoltrano nelle tenebre della foresta. Dicono che i bambini gli vogliano bene soprattutto perché, attraverso tutte le sue trasformazioni, lui li accompagna lungo i sentieri bui raccontando fiabe e simpatici indovinelli.. in questo modo dimenticano la paura e sognano col sorriso.
Viaggia con le scarpe rotte e nel cappello nasconde la foglia magica per curare le radici ferite degli alberi. Cambia spesso d’umore e si trasforma continuamente; scappa quando viene avvicinato ma si incuriosisce quando viene cercato.

Mi piace!
Ghillie Dhu... ahahhhh


E per chi non ci dovesse credere... grazie alle foto di Janas, ora ne ho le prove!!
Dite la verità: non lo vedete quel Ghillie Dhu nell'albero?!


E' lui!!!
Troppo bello!!

Non siamo in Irlanda, ma in terra Sarda... a Ortachis! Perché proprio in Sardegna?!?! Date un occhio qui!
Grazie Ja'!

venerdì 14 novembre 2008

Un ramo tra i capelli... e uno scoiattolo che dorme


Se posso, scelgo sempre il sedile vicino al finestrino, sempre per via dei riflessi.
Ne trovo uno libero, mi siedo e apro il mio libro.

Accanto a me arriva un bimbo saltellante.
Avrà 7-8 anni, due occhioni verdi e una scimmia di capelli dietro alla testa. Già questo era un segnale... i capelli sono un segnale!: chi non ci mette troppo a sistemarli, non li costringe a stare dove e come vorrebbe lui.. li lascia liberi di stiracchiarsi.. mah, chi fa così coi capelli, mi dà l'idea che faccia lo stesso con la testa!
Quella scimmia e quel sorriso contagioso, mi davano una bella sensazione.. mi stava simpatica questa piccola peste!
La mamma intanto gli stava davanti; ogni tanto allungava la mano alle gambe dicendogli Stai-più-in-qua-Siediti-bene-Non-disturbare-la-signora...

(
LA SIGNORAAAAA!??!
mmmhhhh
)


Mi son messa comoda ed ho aperto il mio libro [Terzani, "Un altro giro di giostra"], pagina 433
Il villaggio di Derisanamscope era un posto incantato: il più insolito, uno dei più interessanti, certo il più sereno e pacifico in cui sono stato in India.
Ma che non ci vada nessuno, credendo di trovare quel che ci ho trovato io, perché ognuno fa di ogni cosa -un posto, una persona, un avvenimento- quello che vuole, quello di cui, in quel momento, ha bisogno. E niente, niente come la fantasia aiuta a vedere la realtà.


Bella 'sta frase, penso.
Mentre la sottolineo, il bimbo mi fa:

"Hai un ramo incastrato tra i capelli!", guardando il solito bastoncino che tengo infilato in testa.

ahhhhhhhhhhhhahahahahahah

..mi viene da ridere! sorridono tutti, a dire il vero! anche quello che mi sta seduto davanti e finge di dormire.. lo percepisco il suo sorriso, senza nemmeno doverlo guardare!!

"Shhhhh", rispondo io sorridendogli, "parla piano.. potresti svegliare lo scoiattolo che c'è attaccato"
Lui, al volo: "Ma vaaaaaaaa è impossibile! gli scoiattoli stanno nei buchi"
La mamma mi guarda, rossa in viso, sorride e gli ricorda che non deve disturbare la signora che legge

(
ancora con 'sta signora?!?!
ahhhhh
)

Io riprendo la mia lettura, ma con la coda dell'occhio vedo che lui non toglie lo sguardo da quel ramo tra i miei capelli.
Che spettacolo!

So benissimo che non ci crede, alla storia dello scoiattolo. Ma è come con Babbo Natale: i bimbi, ad una certa età smettono di crederci tutti, ma a 60 anni continuano a scendere nel mezzo della notte per lasciare un regalino alla persona che amano, di solito proprio la notte del 25 dicembre. Coincidenze?
Io non ci credo alle coincidenze...


E' sceso subito dopo. Mi ha salutato, ma con lo sguardo stava fisso al ramo.. credo volesse salutare lo scoiattolo che non c'era, più che me.
Chissà, forse tornando a casa avrà raccontato alla mamma che lui, solo lui, ha visto anche la coda spuntare tra i miei capelli.
te lo giuroooo, c'era!!

Continuo a sorridere alla fantasia e chiudo il libro... ho quasi paura a continuare! per oggi, troppe coincidenze!

Buahahahah... James chi?!?!

Per la prima volta ho visto un film di James Bond!! Eh sì... cosa non si fa per amore!!
Non parlo della trama perché ho scoperto che quella... non è importante! Quello che conta davvero è affascinare lo spettatore attraverso quegli occhioni azzurri di un superuomo dal fascino misterioso e dall'impareggiabile coraggio.
?!?!? ... (mmmmah)

Non capisco perché si dica sempre che i suoi film siano pieni zeppi di azioni impossibili e situazioni improbabili...

perché?!?!

io mi ci sono riconosciuta!
qualche esempio??

- James Bond beve un bicchiere di scotch e un minuto dopo si butta all'inseguimento del malfattore tra i tetti di Siena con un’agilità invidiabile…
io di solito mi devo accontentare di uno spritz ma poi anch'io mi lancio all’inseguimento… della mia ombra! sperando che, almeno quella, mi porti a casa!


- Il posto migliore per un inseguimento è sempre tra le terrazze delle case… e, guarda caso, le terrazze son sempre a cinque centimetri una dall’altra…e, guarda caso, i due impavidi protagonisti prendono sempre due file di case parallele, rispettivamente uno da una parte della strada e l’altro, guarda caso… dall’altra!

Succede sempre anche a me, solo che più comunemente gli impavidi protagonisti sono un banalissimo pallone che i lupi hanno lanciato senza meta e… io! che per dovere morale, mi sento di intervenire e dimostrare la mia audacia di “adulto responsabile presente sul posto”.

Di solito funziona così: il pallone sale sale sale
rimbalza sul tetto
e poi scende scende scende…
finché, ad un certo punto
lo perdi…

ma! dove cacchio s’è fermato adesso?!?!

Ecco, lui se ne sta accovacciato nel suo nascondiglio e, da lì, ti lancia la sfida!
Tu studi il percorso migliore mentre ti lanci con sfacciata self-confidence verso le scale antincendio e succede sempre che, dopo qualche peripezia e un po' di free climbing sulla terrazza, scopri sempre che… è caduto sull’altra, quella a fianco! che, solitamente, si trova a (numero di centimetri della tua gamba tesa in massima estensione) + (1)


- Nello 007-ufficio, hanno un tavolone enorme sulla cui superficie è inserito uno schermo di un computer, touch screen e a comando vocale: basta una parola e un movimento col dito e tutto miracolosamente appare a colori e in massima risoluzione…
Il mio computer è un modello avanzato di touch screen… solo che di solito col dito fa fatica a capire... diciamo che è più intuitivo invece quando sente il pugno!!
Per quanto riguarda i comandi vocali invece, non li riesce ancora a decifrare per bene… ma qualcosa mi dice che forse è meglio così… se comprendesse i miei, di “comandi vocali”, temo si sentirebbe offeso!


- James Bond, sul tetto del Teatro dell’Opera di Vienna, che ospita centinaia di migliaia di omini in tight nero, s’affaccia e riesce ad individuare, una ad una, le facce di quei venti furfanti che, disseminati in tutto l’edificio, stanno complottando tra loro con una cuffietta all’orecchio …
Ecco, questa è una cosa su cui devo migliorare! Sarà per colpa di quella mia leggera miopia che solitamente ho difficoltà anche a riconoscere le persone in fondo alla strada!!

Maaaaa
a questo si può rimediare!!

Buahahah... James Bond... ma chi xe?!

mercoledì 12 novembre 2008

Eureka!

E’ una storia lunga… è complicata… è fatta di ieri, e di oggi.
Ci vuole tempo, ci vuole voglia…

Ma al bivio si può scegliere:

La scorciatoia
Non mi piacciono i riassunti, ma ho spesso incontrato persone di fretta… sono quelle che, incontrandoti, ti chiedono “come va?” mentre pensano già a quanto pesi quella borsa, a cosa cucinare a pranzo, a quando potranno iscriversi al corso di nuoto… chi va di fretta ama leggere poche righe e rispondere con poche parole, per poi riprendere la corsa… ecco perché questo “Bignami dei miei pensieri”… che poi, non sono nemmeno i miei…

Occhio però, che a far le scorciatoie, si mette a dura prova il fiato!


I tornanti
Tutto è iniziato lunedì, tra i fumi nebbiosi di un tè bollente… no, anzi, molto prima! Tutto è iniziato con un incrocio e un incontro e un inceppo… non un giorno, non un’ora… ma in… dentro.

Lunedì son tornata a casa tra la nebbia, che già alle 5 del pomeriggio offuscava i passi. La strada è la strada di sempre: ne conosco ogni curva, ogni avvallamento… è come tornare a casa ad occhi chiusi, guidati solo dal ricordo. Sì, la strada la conosco… ma quella nebbia mi confondeva e mi inquietava… mi ricordava un orologio in cui s’infila dentro dell’acqua: il quadrante rimane immerso e le lancette si nascondono… o una bussola smagnetizzata, con il nord che gioca a mosca cieca e cambia e gira, ovunque tu scelga di andare…

Ho chiuso la porta, con uno scatto, ed ho nascosto la chiave per non far entrare quella nebbia dentro casa… mi sono rifugiata nella luce, limpida.

Mi sono fatta una tazza di tè bollente, pensavo fosse per scaldarmi le mani e toglier quel sapore di umidità allo stomaco… ma in realtà mi son ritrovata immersa in quel fumo caldo… a lui ho affidato gli occhi…
Cercavo la nebbia… quella che avevo nervosamente attraversato lungo la strada, quella che ho chiuso con un sospiro di sollievo dietro la porta, lasciandola fuori, fuori da me…

E poi incontro Amelie

Vado a tentoni nella stanza… incontro altre mani che cercano… non credo stiano cercando quello che cerco io, ora… ma poco cambia: siamo tutti ciechi alla ricerca della luce.
Intravedo un bagliore, mi avvicino piano… le mani si sfiorano appena… non credo di poter sfruttare quella luce fioca, basta appena per lui… ma bastano poche parole e in quell’incrocio di mani, mi resta un fiammifero…
lo accendo.

Intorno a me c’è un gran numero di cose, e persone: qualcuno se ne sta appoggiato al muro, in silenzio; qualcuno sta chiacchierando, con altri, lontano da me; qualcuno mi è di fianco e gioca a dare all’ombra, la forma di un alce e di un serpente…
qualcuno se n’è andato: è ad un passo da me, ma la testa guarda altrove, si avvicina ad una porta… forse entrerà e la chiuderà alle spalle… forse potrei seguirlo… è quel che faccio, in effetti.
Mi avvicino, da dietro sorrido, ma non c’è spazio per me, ora. Tutto quello che lo riguarda viene racchiuso nella luce del fiammifero… tutto il resto è fuori, buio, invisibile. Io me ne sto a pochi passi da quella luce e vedo che dentro c’è già parecchia gente… faccio un passo indietro, faccio un cenno con la testa, saluto… ma nel buio non si sente, né si vede…

Mi siedo in silenzio e continuo a guardarmi intorno… il fiammifero si consuma, poco alla volta… e con lui, anche un po’ della mia tristezza… forse finora avevo parlato con le sue ombre sul muro, o forse mi sono fatta ingannare: nel mio immenso gesticolare, non mi sono accorta che quelle ombre, sono le mie… non c’era nessuno: forse stavo parlando con me, con l’ombra di me.
Me ne resto lì un po’, poi mi alzo e torno sui miei passi…

Mi viene in mente una cosa…
Quell’incrocio, quell’incontro, quell’inceppo…
Quel bagliore mi illumina anche la mente… e penso che le parole sono strane, sono strade di altre strade, sono fiumi dentro a mari… impossibile cadere in strade a senso unico: anche quando pensi di aver capito, anche quando dentro di te sai che in vuol dire dentro e solo dentro, vedi un bivio in fondo alla strada…
Come può essere che voglia dire dentro, ma anche senza? Come può essere tutto ed il contrario di tutto? Quindi può essere che io sia dentro, ma mi senta fuori?
In…


Con quel mozzicone di luce che mi resta, mi avvicino al libro e leggo:

Eppure, a volte basta poco per rendersi conto anche del resto..
Tagore, il grande poeta bengalese, lo dice con una semplice similitudine. Una sera è a bordo di una casa galleggiante sul Gange e al lume di candela legge un saggio di Benedetto Croce. Il vento fa spegnere la fiamma e improvvisamente la stanza è invasa dalla luce della luna. E Tagore scrive:

La bellezza era tutta attorno a me,
Ma il lume di una candela ci separava.
Quella piccola luce impediva
Alla bella, grande luce della luna di raggiungermi.


Penso che quel fiammifero ora non mi serve più: mi stavo confondendo tra la sua luce e le sue ombre. Lo spengo e mi faccio guidare dalla luce che mi viene da dentro, la mia.


Non mi piace l'inverno, ma mi piace vedere le foglie nascere, arrossire e salutare. Mi piace sentire il vento cambiare, entrare nelle ossa e inumidirle e raffreddarle e poi bagnarle di sole..
mi piace arrivare e trovare la nebbia, dopo tanto sole. Mi piace intrufolarmi nelle calli senza vedere bene chi mi sta attorno..

però questa nebbia, che arriva d'improvviso, mi offusca i pensieri… mi nasconde i punti alla fine delle frasi e non riesco più a riconoscere i punti esclamativi da quelli interrogativi… tutto si perde un po'…

ma è bello anche per questo! perché si può dondolare sulle parole, si può ipotizzare dove si arriverà o inventare una fine diversa… prima che arrivino sole e neve ad illuminare o ghiacciare.


Riprendo in mano il mio libro, dal punto alla lettera maiuscola… riprendo la mia strada:


La nostra vita quotidiana è piena di piccole luci che ci impediscono di vederne una più grande. Il campo della nostra mente si è ristretto in maniera impressionante. Così come si è ristretta la nostra libertà. Quello che facciamo è soprattutto reagire. Reagiamo a quello che ci capita, reagiamo a quello che leggiamo, che vediamo alla TV, a quello che ci viene detto. Reagiamo secondo modelli culturali e sociali prestabiliti. E sempre di più reagiamo automaticamente. Non abbiamo il tempo di fare altro. C'è una strada già tracciata. Procediamo per quella.
Nell'ashram non era così. Si aveva il tempo di vivere con attenzione ogni momento. Ci si esercitava ad agire, non a reagire; a tenere all'erta la mente, a essere consapevoli di ogni gesto. Delle zanzare mi ronzavano attorno agli orecchi? Facile reagire distrattamente, sovrappensiero, con una manata. Mi costringevo invece a non ucciderle. E mi piaceva.
Sì, l'ashram era, per tanti versi, uno strano posto. Strano certo per me che, abituato da una vita a stare in mezzo alla gente e a scorrazzare per il mondo per raccontarne le storie…

Altri invece sono convinti che noi, solo noi, siamo responsabili di quel che ci succede, perché “fortuna” e “sfortuna” sono il frutto delle nostre azioni in questa o nelle nostre vite precedenti.

Oggi
Ora

Oggi, ora, la felicità è questo caffè, è guardarci dentro ed accorgermi che nei riflessi c’è nascosto uno di quei cosi che volano in aria, a cui ci stanno appesi i coraggiosi, che si fanno trasportare dal vento.


Scelgo di non finirlo tutto, perché l’ultimo goccio non mi va… lo metto da parte e lo berrò dopo.
Scelgo di tornare giù a correggere sfumature di una traduzione

Scelgo di andare a trovare Marta per vedere quel meraviglioso frugoletto che ha iniziato a respirare l’aria del mondo… si starà guardando in giro e sarà felice solo di vedere gli occhi della mamma e le mani del papà… non credo si dispiacerà che le borse stiano andando male, né che i treni sono in ritardo per via dello sciopero…
Scelgo di mandare un pensiero… a quella che sta ancora col naso chiuso, a quello che sta studiando e probabilmente mi sta pure pensando... a quella che probabilmente di me ha visto solo l’ombra e pensa che sia tutto lì… ora è impegnata a guardare il cerchio di luce del suo fiammifero e non mi sente… ma io ci sono. A quello che non è convinto, ma in fondo pensa che un giorno lo vedrà tutto, il buono; a quello che pensa che salvando gli altri salverà se stesso… forse non è vero, ma almeno non se ne sta a filosofeggiare. A quella che sente al di là delle parole e a quella che sta aspettando che arrivi un segnale… spero solo che non ci siano interferenze!

Io sono qui, e sono ora.
Sono nell’eterna contraddizione di ciò che scelgo di. Ma ci sono.


ps
i pensieri in arancione sono pensieri sparsi dal mio taccuino, di questi giorni
quelli in grigio, da "Un altro giro di giostra" di Tiziano Terzani

sabato 8 novembre 2008

E tante cose son rimaste da dire



Si prendono i turbamenti
e i sentimenti,
le emozioni e le tentazioni,

si mescolano bene,
si amalgama l’immagine con un brodo di fantasia
e ci si fa su una poesia
che si mastica
e si sublima fino a corretta stesura sulla macchina da scrivere

e infine si manda giù,

si digerisce

con un po’ di amaro
d’erbe
naturali

e poi non ci si pensa
più.

(poesia di J.Lussu, liberamente rimescolata)

Posted by Picasa

venerdì 7 novembre 2008

E' una fotografia


"MLK" - U2

Discover U2!


E’ una fotografia.

E’ stanco e ha negli occhi la fatica di chi ogni giorno vede l’alba diventare tramonto, e poi notte. In una mano tiene stretta una speranza: ha la forma di un libro con le immagini di segnali stradali e strade tortuose; con l’altra tiene stretta una maniglia che ora mi pare assomigli più ad un gancio in mezzo al vuoto, una tana di cemento nella bufera.
I suoi occhi scuri s’annebbiano un poco, diventano lucidi… s’abbassano.

Un click. Ci vedo dentro della terra sporca e una barca bucata dai sogni feriti; ci vedo dentro quel momento in cui, nel mezzo di una salita cruda, ti assale la paura e dagli occhi se ne esce tutta quella forza su cui prima contavi, lavata dalle lacrime… è quel momento in cui ti chiedi. Solo ti chiedi.
Ci vedo dentro vergogna… forse la mia.
Poi la mano si stringe a quella sua speranza… un ultimo appiglio, un altro tentativo… quasi a spremere quel cartone per prendersi l’ultimo goccio rimasto, nascosto tra le pieghe.

Io prima avevo le gambe pesanti e la testa gonfia di tanta voglia di tornare a casa; io avevo difeso questo posto… avevo chiuso la porta e le finestre intorno a me e avevo lasciato aperto solo il riflesso del finestrino che mi sta accanto. Prima.
Ora quel finestrino si è spalancato e la mia tana, spezzata.

Siediti…
Un click, che accompagna l’abbraccio di poche parole. Abbasso lo sguardo, vorrei sorridere ma mi sento fragile, sul ciglio della strada… qualsiasi gesto potrebbe scaraventarmi a terra, qualsiasi folata di vento potrebbe togliermi quella maschera di pietra che indosso e scoprire le mie emozioni, togliere la coperta e lasciarmi i piedi nudi.

Il sonno si prende i respiri che avanzano a quelli che son seduti comodi.

Lui s’infila il libro nella giacca e appoggia la testa al finestrino, si arrende a quel riflesso.
Mi sembra di scorgerci una lacrima… ma non so se sia la mia, o la sua.



martedì 4 novembre 2008

Taking a walk


Discover Lou Reed!

Pioviggina. E io ho pure messo le scarpe con la stoffa!… eppure l’avevano detto in tv! eppure a me piaccono tanto! …chissenefrega.
Il cielo è uno spettacolo stamattina: argentato, immobile.

All’uscita dalla stazione tutti s’affrettano ad aprire l’ombrello: in pochi istanti decine di airbag colorati scoppiano in aria. Mentre io m’infilo a testa bassa sotto alla pioggia gustandomi quei fuochi d’artificio, incontro il suo sguardo: siamo gli unici due con il cappuccio della felpa infilato sulla testa e le mani in tasca. Ci siamo sorrisi.
Ci siamo capiti al volo.
O almeno, questo è quel che ho pensato io! Chissà, magari sorrideva all’idea di aver dato una fine assurda ad una barzelletta sentita tra le chiacchiere… o magari si era appena accorto di aver messo due calzini di colore diverso… o forse era semplicemente divertito dal mio cappuccio a punta. Chissà…

Mi piace camminare sotto alla pioggia! soprattutto quando piove appena e le gocce si appoggiano sulle ciglia o sulla punta del naso; mi piace vederle cadere per terra a disegnare costellazioni.
La gente quando piove va via in fretta. Non che di solito sia diverso, ma quando piove tutti sono presi da una certa frenesia… è come se ogni goccia fosse il ticchettio dell’orologio, è come se avessero la sensazione di essere in ritardo, come se il tempo battesse sul loro ombrello a ricordare che sta scivolando via veloce… chissà!
A me invece piace rallentare… adoro tenere le mani in tasca e guardare gli schizzi che spruzzano dalla punta delle scarpe.



Finisco il mio lavoro prima del previsto e, strano ma vero, sarei in perfetto orario per tornare alla stazione e prendere il treno verso casa… ma adesso ho voglia di una passeggiata.
Guarda te, certe volte…! E’ strano come quando si ha fretta, il tempo giochi sempre brutti scherzi: regolarmente ti accorgi di avere appena perso l’ultimo treno utile, ti rassegni all’idea di dover aspettare un’ora per la coincidenza e ti vedi tutti i tuoi bei progetti scombinati sopra al tavolo… carte arruffate da uno spiffero alla finestra!
Invece quando si rallenta senza farsi prendere da quel folletto dispettoso chiamato agenda, si ha sempre tempo di scegliere cosa fare e come farlo… e perché! Incredibile.
Io cerco sempre di riservarmi del tempo per scegliere. In fondo le cose urgenti non sono mai così urgenti… in fondo posso studiare mezz’ora in più la sera… in fondo adesso sarei comunque poco concentrata…
Se fossi una persona razionale, direi che sono solo trappole della mente… ma adesso poco m’importa, ormai mi ritrovo già dispersa per le calli senza una precisa destinazione. Stamattina posso scegliere e faccio scegliere ai piedi!



Mi ritrovo in una calle senza uscita, una di quelle che mi piace tanto, una di quelle che sbuca sull’acqua! Si sa, servono per permettere alle barche di scaricare le loro merci, ma a me piace immaginarle come porti per i pensieri: li aiutano ad immergersi lentamente… quegli scalini li fanno trotterellare giù, a passi incerti come di un bimbo, fino a sparire nel profondo.

C’è una panchina… perfetto! adoro le panchine! Infilo un giornale tra le pieghe e mi metto comoda a sbirciare intorno e…
ritrovo quel sorriso. E’ seduto sulla panchina di fronte, impegnato a disegnare qualcosa su un cartoncino colorato.
Entrambi abbiamo ancora la testa accovacciata dentro al cappuccio.
Penso che nemmeno se ci fossimo messi d’accordo avremmo potuto trovarci in quel buco di mondo… io, ora che ci penso bene, non so nemmeno dove sono finita esattamente… forse nemmeno lui!
Sarei tentata di aprire il libro, ma stamattina non voglio ascoltare altre storie…voglio stare seduta qui a guardare l’acqua che rimbalza davanti ai miei piedi e canta la sua litania, eterna.


Con le orecchie ancora in bilico sulle onde, torno verso casa… lui sembra essere dondolato dai suoi pensieri, non voglio disturbarlo… così mi alzo e sorrido… sono di spalle, non mi potrà vedere, ma so che capirà… ci capiremo al volo! Sorrideremo entrambi… forse a due cose diverse, forse ai suoi calzini spaiati… ma sorrideremo! ed è quello che conta, no?

foto: Venezia

lunedì 3 novembre 2008

Vendesi biglietti

Mi sono presentata al cancello anch’io, con il mio biglietto per il mondo; ma mi hanno rimandato indietro perché avevo il biglietto sbagliato: il mio posto non c’è.
Posso scegliere tra le tribune verdi ed urlare contro la TAV, gli animali rinchiusi nello zoo e la ricerca genetica sulle cavie da laboratorio.
Oppure posso andarmi a sedere in quelle rosse, purché urli che tutti hanno diritto ad un pezzo di pane.
Posso sempre scegliere la tribuna nera a patto che porti con me un manganello ed insulti i neri che, SI SA, non lavorano; i gialli che, SI SA, rubano lavoro; e quelli dell’est che, SI SA, sono la causa della malavita, sono la causa dell'incrementano della droga, della mafia e della prostituzione.
Ma posso sempre scegliere le poltrone candide di chi crede che le preghiere mettano fine alle guerre e che miracolosamente diano da mangiare alla tre quarti del mondo che al momento non ne ha. Dovrei solo indossare una stola d’oro e bere su calici d’argento.
Ma, volendo, mi resta sempre un arcobaleno di altre sedie, purché memorizzi bene ciò che devo dire e ciò in cui devo credere.


Il mio biglietto non c’è… ma fuori dalla porta mi trovo piena di gente che mi vorrebbe vendere il suo, appiopparmi bandiere e slogan da ripetere.

Non ci entro con i biglietti degli altri! Voglio il mio: fronte palco, sull’erba… lì il concerto si sente e si vede meglio; sono in piedi e posso dire quel che voglio.

Davanti a questo stadio ci sono un numero infinito di persone che macina parole ed accuse; gente arrabbiata, stanca, delusa, nauseata… ma tutti hanno il loro biglietto, ognuno col suo colore, ognuno con la sua bandiera.


Passeggio avanti e indietro finché non incontro qualcuno, con la giacca colorata e le mani libere. Si chiama Massimo Gramellini e per la prima volta le sue parole mi fanno tirare un sospiro di sollievo.

"Invidio i dichiaratori assertivi, modello Capezzone o Sabina Guzzanti: sembrano sempre così convinti di indossare le ragioni del bene, contrapposte a quelle del male. Io sono pieno di dubbi, accidenti. Ammiro chi aderisce in toto a uno schieramento o a un’ideologia, condividendone i valori e gli interessi, e giustificandone i vizi con la motivazione tifosa che gli altri fanno peggio
…Io non ci riesco. Sono infastidito dalla volgarità del centrodestra, però mi dà ai nervi la supponenza del centrosinistra. Penso che bisognerebbe dimezzare il numero degli insegnanti e raddoppiare invece i loro stipendi. Ritengo il lavoro precario una forma di schiavitù, ma non appoggio un sindacato che in nome della giustizia sociale finisce per proteggere ingiustamente i furbi e gli scansafatiche
…Sono felice che esista Saviano, ma i libri sulla realtà mi angosciano e per capire davvero come funziona il mondo preferisco rifugiarmi nel linguaggio simbolico della fantasia."

C’è di più.
Domani l’America decide il futuro dell’intero mondo… è incredibile come questo dipenda solo da una crocetta… è come il gioco del tris: l’importante è mettere la crocetta nel punto giusto!
Io resto esterrefatta dall’inconsistenza della Palin e dall’ostentazione nazionalista di McCain; voterei Obama tutta la vita anche se dall’inizio della sua campagna continuo a chiedermi quanta fatica si faccia a fare il secondo Kennedy e quanta speranza ci sia nel poterlo essere davvero.

Inorridisco davanti a quelli seduti nella tribuna nera che sono convinti che la cultura per pochi sia l’unica soluzione per recuperare i soldi buttati finora (e quei pochi, guarda caso, coincidono con quelli che possono pagare), ma mi infurio davanti a chi predica la lotta contro i “baroni” ma poi ti dice che certe cose non si possono cambiare...
Certo, se comprassi il biglietto giusto… eh... forse... forse qualcosa si potrebbe fare!!


Io credo in Kennedy e in quelle sue enormi parole: non chiedetevi cosa può fare il vostro paese per voi; chiedetevi invece cosa potete fare voi per il vostro paese e condivido con lui che il conformismo è il carceriere della libertà e il nemico della crescita. A volte mi piacerebbe che ci fosse qualche Kennedy… oggi, qui…
Porto tatuata nel cuore la frase di Che Guevara che ricorda che siamo realisti, esigiamo l'impossibile... e sono convinta che Gandhi non sbagliava quando diceva che ognuno deve diventare il cambiamento che vuole vedere avvenire nel mondo.
Condivido un sogno di un pastore nero ammazzato da un fanatico perché credo nelle differenze e nella loro ricchezza ma non mi piacciono i luoghi comuni e le prese di posizione a priori.

Sono un’idealista utopica, sì… mi guardo le mani e le vedo libere; mi guardo i polsi e non li vedo insanguinati da quei fili invisibili e taglienti che mi rendono protagonista di uno spettacolo vecchio e banale. O almeno, mi auguro che un giorno, riguardandomi indietro, io riesca a riconoscere che ognuno di quei fili, se c'è, è stato annodato da me, per le mie idee e con le mie idee.

siamo solo noi…



...e io ho la testa parecchio dura!!ehehhh

giovedì 30 ottobre 2008

Scivolando


Discover Eva Cassidy!



I piedi scivolano sulla strada ancora bagnata lasciando orme che ancora suonano questa deliziosa ballata folk di Eva Cassidy.
Non sono più abituata a tutte queste macchine.. mi disturbano e mi distraggono. Venezia suona di passi.. di quelli degli altri che si mescolano ai miei, fino a confonderli.. qui invece non riesco a distinguere i suoni.. sono tutti rumori slegati

Mi rifugio in un bar per un caffè o forse per fuggire la frenesia degli altri.
E' strano come, davanti ad un vetro, uno si ritrovi a guardarne il riflesso che dà dietro alle spalle: la guardo mentre prepara i caffé macchiati in tazza grande e serve brioches calde alla crema cotta.
Chissà perché, con la strada che scorre davanti a me, io sbircio quello che accade dove gli occhi non arrivano.. a disegnare il contorno di ombre sfumate appoggiate al bancone.


Decido di fare il giro per il centro, dove le auto sono poche e si riesce ancora a sentire quell'accarezzarsi ruvido delle giacche con le ventiquattro ore in pelle.
Mi ritrovo seduta accanto al fiume.. sembra che ormai mi senta a casa solo qui: cerco acqua che scorra sotto ai piedi e che si porti via la voce roca di Tom Waits.

Mi dimentico dell'orologio.. alle 9 mi aspettano là! ..ma mancano ancora cinque minuti.
Devo sistemarmi i capelli e ordinare i pensieri.. si fa così agli appuntamenti, credo.
I capelli devono essere sempre ordinati, ripeteva continuamente mia nonna... i miei invece sono sempre strampalati e sfuggono a quel bastoncino di legno che spunta da dietro.. mi piace pensare che lui sia lì per catturare tutto quello che si avvicina ai pensieri e per qualche motivo non arriva a contatto con la pelle.. se ne sta a qualche centimetro di distanza, inconsapevole che quel bastoncino è lì solo per infilzarlo e portarlo giù, insieme agli altri.. vagabondi in terra straniera.

Devo aver catturato un pensiero che non mi appartiene perché continuo a guardarmi i pantaloni pensando che avrei potuto mettere gli altri.. che non è bello presentarsi con i jeans strappati sotto..
quel bastoncino ha catturato il pensiero sbagliato.. qui le mani si accocolano dentro alle tasche proprio come piace a me!

Penso che questi cinque minuti non passano mai.. a volte il tempo sembra impigliarsi come un dito nella ragnatela.. se ne stacca, sì.. ma ti restano i fili tutti attorno.. fili invisibili. Questi cinque minuti sono lì, preda facile.
Penso che vorrei che oggi fosse domani.. o forse che domani fosse oggi..
mi ritrovo anch'io impigliata tra i fili del tempo e mi sembra che, ora, i miei passi siano più leggeri.. non vedo più i contorni bagnati, non sento l'umidità né quel fruscio sotto ai piedi..

Suono il campanello e mi ritrovo già su..

Ho dimenticato di sistemare i capelli! ..ma non credo che a mia nonna, in fondo, dispiacerà!


(grazie a Radha per lo spunto del suo "passo a due" e delle foto ai piedi in movimento! ..ora ne ho pieno il computer!ah!pensa ti!)

lunedì 27 ottobre 2008

Always be yourself along the way, living through the spirit of your dreams

Non possiamo sapere cosa ci potrà accadere nello strano intreccio della vita.
Noi però possiamo decidere cosa deve accadere dentro di noi, come possiamo affrontare le cose, e quale decisione prendere, e in fin dei conti è ciò che veramente conta.
(J. F. Newton)




E ricordati, io ci sarò.
Ci sarò su nell’aria.
Allora ogni tanto, se mi vuoi parlare, mettiti da una parte, chiudi gli occhi e cercami.
Ci si parla. Ma non nel linguaggio delle parole. Nel silenzio
(Tiziano Terzani)



(titolo da "Ordinary Day" di Dolores O'Riordan)

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La storia dell'aquilone rubato

- Raccontami una storia, papà!
- C’era un’anfora vecchia che il contadino voleva buttare perché screpolata
- Ahhhhhhh! Me l’hai già raccontata, papà!
- Mh…
Allora ti racconto la storia di Peter, un bambino sperduto che viveva in un’isola lontana, dal nome che nessuno sa più ricordare…
- Ma papàààààà!...
- Ragazzo mio… ci vuole pazienza! Chiudi gli occhi e vieni con me…

Questo è il paese dei bimbi sperduti, dove la terra è ancora terra e profuma di lavoro; dove il sole scalda ancora i piedi che scalpitano per le strade e il vento s’infila nelle barbe scure di uomini vestiti di bianco.
Questa non è un’isola come le altre. Negli altri posti i bambini si ritrovano insieme a bambole parlanti, carte di mostri con le spade dorate e gli occhi magici, macchinine veloci come la luce e omini minuscoli alla ricerca di un tesoro dentro una scatola luminosa… ma alla fine succede sempre che dopo un po’ si stancano perché vorrebbero quel che non c’è… vorrebbero perfino quel che si son dimenticati di volere!
In quest’isola lontana invece i bimbi sperduti giocano con quello che non c’è… ed è così che dei panni stracciati diventano palloni avvelenati e dei frammenti di roccia, coraggiosissimi soldatini in guerra… ma la cosa più bella è quando della carta colorata diventa mille splendidi aquiloni.

Peter viveva qui ed era qui che sgattaiolava tra i viali polverosi con la sua maglietta verde e il cappellino a punta, come un folletto. Aveva un sorriso contagioso e i bimbi sperduti gli volevano bene per questo… nonostante fosse il più grande, non si stancava mai di giocare ed immaginare. Con le sue invenzioni strampalate riusciva sempre a far rotolare la felicità… dicono sia per questo che l’avevano eletto il loro piccolo grande capo. Raccontano anche che sapesse anche volare… sì, gli altri bimbi ne erano sicuri, solo che lui non aveva ancora capito come farlo.

Peter aveva un fratello di nome Hassan, un ragazzino moro, con gli occhi di un cerbiatto ed il sorriso dolce della luna.
Hassan doveva avere qualcosa di magico nelle mani, perché i suoi aquiloni correvano su a fare il solletico al vento. Lui, solo lui, riusciva a far fare loro le capriole o a farli mettere a testa in giù e rotolare fin dentro alle nuvole per bagnarsi i capelli con quella spuma bianca per poi uscire a saltellare a pochi centimetri dai tetti bianchi ed infilarsi tra le stole chiare delle donne intente ad intrecciare vimini.
Quando Hassan faceva volare il suo aquilone, tutti i bimbi lo guardavano dalla cima della collina verde, insieme a Peter che intanto balzellava tra un ramo e un altro per raggiungerlo, attaccarsi alla coda e farsi trasportare. Volteggiava che sembrava volare con delle ali invisibili fino al sole, e più in là.
Ma per Peter questo non era abbastanza, voleva volare e voleva pensava che potesse riuscirci solo con l’aquilone di Hassan, voleva sentirlo intrappolargli le dita tra i fili… voleva essere lui.

Fu così che in una calda notte di giugno, Peter entrò nella stanza di Hassan e gli sfilò da sotto al letto il suo aquilone scuro dai contorni bianchi per portarlo fin sulla collina verde… a quell’ora nessuno poteva vederlo, nessuno poteva fermarlo.
C’erano solo lui, e il vento… che lo aspettava come ad un appuntamento troppo importante da mancare.
Peter teneva in mano il suo trofeo rubato, quando iniziò la corsa verso la distesa color del grano… regalava il suo filo alle dita del vento, senza sapere che il vento non si accontenta mai, vuole di più e soffia più forte, e tira e strappa e scherza e si sposta e si gira.
Nel mezzo del buio della notte, però sentì uno strappo e cadde all’indietro… il vento si era portato via il suo aquilone e gli aveva lasciato tutto quel filo che gli era entrato dentro alle dita.

...l’aquilone di Hassan… se almeno gliel'avessi chiesto!…

Non poteva abbandonarlo così, doveva andare a riprenderselo! Sapeva volare, te l’ho detto, e così cominciò a saltellare tra i rami finché non fu abbastanza in alto per spiccare il volo…


Se chiedessimo alla luna che da lassù li guardava danzare insieme, lei ci direbbe che Peter volò insieme al vento più in alto, proprio dove non era mai arrivato… che era felice come quando si gioca con quel che non c’è… come quando si arriva più su.
Stando lì, a volare, si era dimenticato dell’aquilone… quello, dopo tanto cullare, aveva deciso di ritornar giù, si era infilato nella finestra di Hassan ed era tornato a dormire sotto il suo letto.

Peter invece aveva deciso di non tornare, di starsene lassù tra le stelle e la luna a fare quello che aveva sognato da sempre… ma, ragazzo mio, se guardi bene, in alcune notti d’estate, quando la luna illumina il cielo, tu potrai scorgere quell’aquilone!



E’ Hassan, che nel mezzo di quella distesa color grano, manda il suo aquilone fin lassù, tra le braccia di Peter… per salutarlo e ricordargli che non occorreva il suo aquilone scuro dal bordo bianco, per arrivar fin lassù…
bastavano le sue gambe e la sua voglia di volare… di andare più in là




(liberamente ispirato da "Peter Pan" e "Il cacciatore di aquiloni", dalla "Grammatica della fantasia" di G. Rodari", dalla costellazione di Bootes che è qui raccontata dalla mitttica wikipedia, da "Non Rubare" e... e... e...)

venerdì 24 ottobre 2008

E li chiamano regali





Arriva senza spiegazioni ed infila un raggio di sole nella cassetta della posta.
Per farcelo entrare lo trasforma in un foglio con dentro parole...
Una lettera, dicono.
Macché! Se questa è una lettera, io son Babbo Natale… mh…
Ah!

Credo si chiamino regali, ma sono più grandi… anche se son talmente piccoli da perdersi in una mano! Sono sensazioni che esplodono al contatto con la pelle e spargono frammenti dappertutto. Si vanno ad infilare perfino dietro agli occhi e li trasformano… li lavano! Tolgono quella patina di abitudine che a volte si deposita davanti. In un istante tutto è più colorato.. troppo! Sgargiante. Rivedi tutto ciò che c’era prima, ma ora ha preso vita!

E ridi!
Sì, ridi! Che c’è di male?! Ridi come i pazzi! Perché, non lo sei?!
Ridi anche con le mani… sì, dev’essere per questo che stasera hai cucinato il risotto più buono che sia mai passato tra le tue dita!

Quasi quasi apro la finestra e urlo! Ah! Chiameranno la neuro?!
Ahahhhhh
Quasi quasi vado direttamente alla neuro e contagio tutti!!

Scie



Il sole se ne stava seduto comodo, ospite della notte. Gli ho ceduto la mia sedia, perché potesse appoggiarci le braccia e stendere le gambe, dopo quella lunga giornata. Io mi son seduta davanti, spalle al muro, in silenzio.

Era ieri sera; quando mi ha raccontato la storia dell’anfora vecchia: dopo tanti anni di onorata carriera, era ormai piena di crepe e non faceva più il suo lavoro. Ad un uomo si chiede di sorridere; ad un’anfora di trattenere l’acqua, coccolandola nei suoi movimenti.
Il contadino aveva smesso di sorridere perché quell’anfora aveva smesso di fare il suo lavoro… e l’acqua se ne usciva dalle crepe. E lui faticava inutilmente. E non sorrideva.

Mi sembrava una storia triste da raccontare… io ieri avevo voglia di sorridere. Ad un uomo si chiede di sorridere, no?
Lui non si è scomposto… anzi, s’è messo comodo.

"C’hai pensato a dov’è andata quell’acqua?
Te l’ho detto che devi usare gli occhi quando ascolti! Le storie vanno create a colpi di pennello… sono libri di parole ed immagini, senza didascalie. L’acqua… Che ne è stato di lei?"

"E’ caduta. Ha lasciato scie? o rivoli..."

"Scie, sì. Ma non d’acqua… Scie di fiori.
Lui percorreva quella strada tutti i giorni, dal pozzo del paese a quello del suo giardino. L’acqua cadeva goccia a goccia lungo la sua strada. Pazientemente e costantemente cadeva.
Cadeva sui semi.
Ci sono sempre dei semi lungo la strada.

E’ incredibile come un’anfora screpolata abbia fatto nascere dei fiori.


Hai dato da bere ai tuoi fiori, oggi?"

martedì 21 ottobre 2008

Magic Moments

"Magic Moments" - Neil Sedaka


Discover Perry Como!





Avrà avuto ventotto anni, o poco più. E' solo che quel sorriso che aveva sempre stampato in viso e quel suo modo un po' impacciato di salutare, lo facevano sembrare appena un ragazzino.
In paese lo conoscevano tutti, ma in pochi erano riusciti ad attraversare quei suoi occhioni neri... molti si erano persi ed erano naufragati in quel mare scuro e profondo. Forse è perché tutti sono abituati a dover cavalcare onde su onde e rinforzare le vele nella tempesta.. che poi, nel bel mezzo del mare calmo, ci si perde... non si è abituati alle cose semplici! Perché siamo pieni di strumenti e marchingegni per andare controvento, per andar più veloci, per superare la nebbia.. ma quando, nel mare calmo, tutti questi non ci servono più, allora prevale la paura.. per la prima volta non ci sono scuse.. acqua nell’orologio o compassi difettati.. solo noi, a giocare..
Ma la maggior parte delle volte, ci siamo dimenticati come si fa!

Ai bambini però lui piaceva! Perché ogni volta che incontrava qualcuno di loro, tirava fuori dalla tasca uno o due foglietti di carta colorata e in pochi minuti li trasformava in un airone o in un lombrico saltellante.. in un elicottero col cappello o in una rosa senza spine! Una volta ha dato forma perfino ad una nuvola.. dicono che quasi quasi si sentisse anche il vento, a toccarla!
Questa della carta, era la sua più grande passione: fin da quando andava a scuola, nell'ora di disegno, passava tra i banchi a raccogliere i ritagli che lasciavano gli altri; se li metteva tutti in tasca e poi, a ricreazione, da quelle tasche uscivano i fiori più profumati, i bambini più vari, gli animali più diversi.
Pensavano tutti che fossero delle tasche magiche... solo con l’andar del tempo scoprirono che, di magico, lui aveva le mani!
Ma d'altronde è sempre così: la magia sembra essere nascosta nella piega di quello che, per uno strano caso, indossiamo.. e invece pochi sanno che lei si rotola dentro le mani e i piedi di tutti. Qualcuno passa così tanto tempo a cercare, che a forza di rimestare e rovesciare come si fa in uno scatolone, la fa scivolare in fondo, giù fino alla pianta dei piedi.. troppo distante per essere riacciuffata.
Qualche altro invece pensa di averne talmente tanta da poterla buttare.. ormai a quella magia si è abituato, così inizia a dimenticarsene.
Altri la trovano ogni tanto.. mentre son seduti aspettando il treno, mentre passa una macchina gialla, mentre stanno per bruciare l’arrosto o pulendo il bagno.. mentre sentono una foglia cadere o mentre giocano con un foglietto di carta da buttare, per ammazzare il tempo.. la prende semplicemente quando arriva, ci gioca e ci costruisce un momento a forma di girandola o di spazzolino.. è un momento, che diventa magico.

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sabato 18 ottobre 2008

Succede... Basta un secondo

"Daffodil lament" - The Cranberries


Discover The Cranberries!




Succede che...

ad un certo punto la tua scatola di colori cade per terra e si rovesciano sul pavimento migliaia di frammenti d'arcobaleno che scheggiano il vetro sottile del tuo disegno.

nel preciso istante in cui accade vorresti con tutto il cuore essere lontana, a mille miglia di distanza dalla vita.. ma ti ritrovi a stringergli le mani quasi a pregarlo di non farti andare.

qualcosa che assomiglia ad un taglio ai fili su cui eri appesa.. quei fili che hai odiato e che hai pazientemente rosicchiato, ora dopo ora, sfilacciandoli e sperando che si spezzassero.. ma che ora, a terra e con le gambe indolenzite, vorresti che fossero di nuovo lì a tirarti su le braccia e a scegliere per te la direzione dei piedi.

improvvisamente ti senti infinitamente piccola, fragile allo sguardo.. quasi rischiassi di frantumarti quando gli occhi volano sulle dita. Per la prima volta hai la sensazione di essere fatta di sola carne, di sangue che scotta sotto alla pelle. Senti le budella contorcersi in una danza africana.. ogni bastone piantato a terra rimmbommba dentro ai muscoli.

in una briciola di tempo scegli di abbandonarti ad una lacrima... solo una, ti prometti
e poi un'altra, e un'altra ancora.. per scoprire con meraviglia che quei frammenti di colore che se ne stavano nascosti dietro ai tuoi occhi, ora stanno scivolando via.. li accompagni con le mani, come quando pulisci la tavoletta dove hai appena lavato i tuoi calzini consumati.
E così ti ritrovi con la testa nascosta nella sua giacca, con un'inspiegabile voglia di piangere.

proprio quando la lancetta dell'orologio si prepara a percorrere il 52° minuto della mezzanotte, decidi di svuotare la borsa da quei mille pezzetti minuscoli del puzzle.. te li vedi sopra al tavolo, incastrati storti, sottosopra; ti sembrano tanti, tutti identici..
in quel preciso momento percepisci un fremito.. a volte lo chiamiamo stupore.. altre volte, paura.. da dove comincio, se il disegno attaccato alla scatola non ho mai voluto vederlo?


Basta un secondo
Non sai di preciso quando, né perché..
ma succede!

Ed è proprio allora che senti quello che altre volte ti eri semplicemente presa senza troppi pensieri o avevi dato con la leggerezza di cui solo il cuore sa sentirne il peso, quello che adesso ti libera dalla stretta e ti stabilizza il respiro,
quello che ...
e ...



quello, sì! proprio quello! ..un bacio
Basta un secondo
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lunedì 13 ottobre 2008

Profumo di notte

"Attraversare la notte" - Tiromancino


Discover Tiromancino!






Me ne stavo distesa con lo zaino sotto alla testa; le scarpe sull'erba, ai piedi della panchina grigia.
Poco alla volta ho iniziato a scrivere una storia... è stato quando un folletto si è avvicinato piano e mi ha abbassato la luce: le ha dato sfumature rosse, a tratti gialle.. c'ha messo anche del nero e del blu.. in fondo, a sprazzi, si vedeva ancora l'azzurro. Poco alla volta ha disteso una coperta scura sopra la mia testa, finché la luce non s'è spenta, nascondendo agli occhi l'immagine di quel che mi stava intorno.
Iniziò facendo dei buchini su quella coperta scura.. forellini gialli, splendenti! Lanciò in aria una palla bianca.. dev'essere stata tutta appiccicosa, perché si attaccò alla coperta e da lì non scese più.. solo rotolava un poco, molto lentamente.


Intorno vedevo solo ombre.. quelli che sotto la luce azzurra sembravano attori che camminavano su e giù per il palco e produttori e scenografi intenti ad organizzare, ora parevano figuranti di cartone scuro, immobili.. abbandonati nelle quinte di un teatro, fino al prossimo spettacolo.
Avrebbe dovuto essere tutto com'era prima, ma ora non ne ero più così sicura… perfino i piedi mi sembravano distanti, così lontani da me.


Siamo schiavi della vista! Tutto passa sempre prima dagli occhi: una scansione attenta ci fa immaginare di aver visto tutto. Di notte, invece, quando la vista si spegne, come una lampadina che d’un tratto si surriscalda, ci si perde nel buio: muovi le mani, tossisci, giri la testa qua e là tra la speranza di intravedere qualcosa e la paura di vederla. Cerchi i punti di riferimento che prima erano illuminati dal sole, ma che ora non riconosci più..
Ti senti quasi indifeso, una boa in mezzo al mare.. ancorato lì. Non perché tu ci voglia davvero rimanere, ma solo perché non sapresti dove altro andare.. e così ti resti dove sei, in balia di quel tutto che ora non vedi più.

Poi un po’ alla volta capisci che non è con gli occhi che devi cercare.. e allora inizi ad usare le mani: tocchi intorno e dai agli oggetti che ti ritrovi tra le dita un aspetto nuovo.
Io appoggiai le mani sull'erba.. la sentivo umida, fredda. Sopra c'erano come dei fogli di carta crespa, ne sentivo i contorni spigolosi, la pelle rigida; scricchiolavano ad ogni mio tocco... avrei giurato che ci fossero foglie lì sotto, invece ora mi immaginavo coccarde rosse su un mantello di ciniglia, ancora umido dopo la lavatrice.
Passai le dita sulla panchina.. era granulosa.. mi immaginavo distesa su un dolce di riso soffiato e mars! sentivo i chicchi sotto ai piedi, li sentivo tra le costole, dietro alle spalle.. O forse era solo perché avevo fame!!

Quel metro e mezzo che mi circondava ora era tornato ad avere una forma, un’immagine nuova.. ma le mani non bastavano più.
Provai ad annusare, per cercare di cogliere quel che c'era più in là, per dare un volto ai figuranti su cartone scuro. All’inizio l'aria sapeva semplicemente di… notte! la sentivo uguale a tutte le altre. Ma lentamente quell'odore diventò di mille odori.. odori che non avevo mai sentito, che non sapevo distinguere o non riuscivo a dare loro un nome, né una casa.
Riuscii a riconoscerli davvero solo quando li assaporai: mi bagnai le labbra e sentii il gusto di quell'umidità.. quella che prima percepivo solo attraverso i piedi, quella che se ne stava nascosta tra la pelle e la camicia, quella che mi era entrata nelle ginocchia.
C’era dentro tutto, era perfino un po’ salata… si avvicinava al gusto della pioggia e della nebbia. Ma non era nulla di tutto questo.

Mi sfiorò il pensiero che in tanti anni, non avevo mai gustato la notte così. Tante volte mi era capitato di starmene lì, seduta da qualche parte, in mezzo ad un bosco senza sentire altro che i suoi rumori, senza riuscire a vedere ad un passo da me. Ma forse non avevo mai provato ad aspettare, ad ancorare la mia boa… forse me n’ero sempre andata per non rischiare di perdermi nel buio o perché mi ritrovavo delusa dal solito gusto di notte che sentivo ogni volta. Chissà…

Questa volta credo di aver davvero guardato ed ascoltato la notte, ascoltando i suoi rumori, decifrandoli ed immaginandoli nuovi…

Quando aprii gli occhi, c'era una coccinella gialla che se ne stava seduta sul mio calzino.. mi piace immaginare che si fosse infilata sotto la coperta scura con me, ad ascoltare.. ma in realtà magari era semplicemente curiosa di dare una forma a quella figurante di cartone scuro che probabilmente avevo preso io ai suoi occhi… lei, così piccola, che aveva avuto il coraggio di volare nonostante il buio.
Ho avuto la sensazione che condividessimo qualcosa al di là delle parole.

Tutto il resto invece era diverso: la coperta scura non c'era più, il riso soffiato era tornato ad essere duro e grigio come il granito e le coccarde s'erano staccate dal mantello e sembravano semplicemente… foglie.
Ero sicura che quel folletto m’avesse raccontato una storia… ma ora non la ricordo più… forse se n’è scappata tra i forellini di quella coperta scura…

giovedì 9 ottobre 2008

domani toglierò il cappello

"Altrove" - Morgan


Discover Morgan!



C'è un omino piccolo piccolo, porta in testa una caciottina blu, di lana.
C'è un cane, gli cammina sempre due passi avanti senza voltarsi
mai

L'omino tiene il passo, il cane decide
la strada

A volte si ferma: una mano accarezza il cappello e il cappello accarezza i pensieri
Poi riparte

Il cane fa la strada, la caciottina decide
il tempo

L'omino tiene il passo...
domani toglierò il cappello... wow!!

mercoledì 8 ottobre 2008

Una mattina di ordinaria follia

"Marieta monta in gondoea"

Discover Various Artists!



Stamattina odio!!
Odio chi calcia via i sassi dal centro della strada. Che è?! Devi fare ordine?! Quelli non se ne possono star tranquilli un attimo che qualcuno, passando, li deve spostare, muovere, rotolare... non potrebbero dare un calcio alle loro inquietudini invece di farle venire agli altri?!
Odio vedere quella ragazza che pulisce i vetri della porta principale. Sta togliendo le impronte di chi l'ha attraversata, la polvere che se ne stava lì a disegnare ombre, granello dopo granello.
Odio chi mi passa davanti in mensa... "perché stamattina-ero-a-lezione--tra-dieci-minuti-devo-andare-dal-prof--gli-devo-consegnare-un-messaggio-segreto-da-parte-del-Rettore--poi-devo-andare-a-lavorare--e-----ho fame!" Ehi, Superman, io, secondo te, ci son venuta a fare cosa in mensa?! se mi avessi detto che le cose stavano così, mi mettevo anch'io la maglietta di wonderwoman sotto al maglione!!
"..devo passare prima perché me l'ha ordinato il dottore: sindrome di Capitan Uncino! Se non mangio entro mezzogiorno mi parte la sveglia e il coccodrillo mi sente-mi trova-mi raggiunge-mi mangia!"
Odio chi gioca col cellulare e inonda il meraviglioso silenzio che c'è qui fuori con spade, urla e squilli di tromba dal castello di Re Artù. Ehi, Lancillotto! Artù è partito per una grande battaglia, ho sentito che ha bisogno di cavalieri coraggiosi, forti ed astuti... secondo me saresti perfetto! Vai e salva il mondo... ti ricorderò nelle mie preghiere!
Odio questo posto enorme, in cui è impossibile trovare un bagno!! Fino a poco tempo fa facevo lezione in palazzi vecchi dai muri umidi; su pavimenti sconnessi che ballavano al ritmo delle parole dei prof e dei piedi di chi si annoiava; ascoltavo lezioni attorcigliata su scale strette e contorte se arrivavo in ritardo. Facevo la fila di un quarto d'ora per conquistare l'unico bagno che c'era: una scatola con il coperchio che si chiudeva sotto le chiacchiere delle infinite persone che si ritrovavano lì ad aspettare bevendo caffé e copiando appunti. Ci stavo bene in quel posto ondulato, mi piaceva il mal di mare quando stavo sul pavimento... ora è tutto troppo bello, troppo pulito, troppo grande, troppo perfetto!
Sono qui a girare come una biglia in una pista in spiaggia: seguo corridoi su corridoi, sbattendo qua e là, tra chi aspetta di essere ricevuto, chi deve registrare l'esame, chi attacca foglietti in cerca di case, letti e compagni di studio... ecco, quasi quasi, se funziona con le case, provo con il bagno: "Cercasi disperatamente bagno, meglio stanza singola... e magari meglio entro due ore e non entro la fine di ottobre.. non so se riesco a resistere tanto!"
Continuo a rotolare chiedendomi che senso abbia l'ufficio di un prof di archeologia in mezzo al dipartimento di studi storici.. ma! questi, il bagno, ce l'hanno tutti in ufficio?!?!

(
Solo dopo un lungo peregrinare scopro con infinita tristezza che avevo passato una decina di bagni! Non potevo immaginare che ora li facessero con le porte automatiche e delle elegantissime targhette ad indicarne la presenza... io cercavo omini in rosso, appesi sugli stipiti!
Probabilmente con i tagli del governo hanno deciso di licenziare anche loro e sostituirli con un'anonima e minuscola targhetta... O forse gli omini si son rotti di star lì dalla porta! Hanno visto che tutti si sapevano arrangiare da soli e hanno deciso di andare a farsi un giro in barca!
)

Odio gli ascensori con gli specchi: mi mettono ansia perché non so mai dove guardare... mi sembra di approfittare della loro doppia faccia per controllare se i capelli degli altri sono in ordine o sbirciare dove vanno le mani mentre si chiacchiera.
Questo poi, ha lo specchio pure sul soffitto!! Non mi resta altro da fare che concentrarmi sui pulsanti allora... inventerò una spy story: un'incursione del Dipartimento di Archeologia in quello di Studi Storici per liberare quel loro concittadino, intrappolato nei ricordi! O un incontro segreto tra il Dipartimento di Studi sull'Asia Centrale e quello di Slavistica, nascosti nei sotteranei della Biblioteca Umanistica, dove se ne stavano nascosti già da un po' gli Studi d'Arte e Conservazione dei Beni Culturali per disegnari ad occhi chiusi il profilo della Segreteria.. senza sapere che la Portineria era già sulle sue tracce...
ahhhhh..sembro una pazza! Quasi quasi scendo prima e continuo a piedi! Adesso mi viene pure da ridere!!

Odio.. machenneso!!
ci sto bene qui..
Adoro essere in bilico su questo gondolino: tutti in piedi in equilibrio precario.. do la mia moneta a Caronte, il soldo della salvezza.. 50 centesimi per abbandonare il Limbo ed avventurarsi nel magico Inferno!
Adoro girare per queste calli strettissime, arrivare ad un passo dalla una curva a gomito ed esitare un attimo... prima di guardare chi si nasconde dietro l'angolo... scartare un regalo e sbirciare la scatola dal buco che ho fatto nella carta.
Adoro dover fare gincane tra cani vagabondi... provando anche una certa invidia per la loro beata tranquillità, mentre io tengo la borsa, m'appiccico al muro e salto il sacchetto appoggiato al muro
Adoro l'odore che c'è intorno; lo sporco che si deposita tra le pietre.. adoro sentirle così irregolari sotto ai piedi; adoro molleggiare sulle travi di legno mentre gli operai sistemano le tubature in acqua.
Adoro camminare con l'mp3 a volume basso per sentire le vecchiette chiacchierare da un balcone all'altro... vederle passarsi il filo bianco su cui attaccarci magliette colorate. Adoro sentirle sfilare sopra alla testa, filtrarmi una luce sfumata mentre loro attraversano la strada... ecco, passano indisturbate, nemmeno guardano a destra o sinistra, niente traffico... solo una fila ordinata di colori disordinati!
Adoro passare davanti a questa barca di frutta e verdura! Solo a Venezia può capitare di prendere un chilo di mele in una barca!!
Adoro le facce dei turisti che guardano meravigliati l'ambulanza passare a sirene spiegate che.. galleggia! Adoro quell'espressione stranita!!
Adoro le calli che se ne escono direttamente in laguna: strade senza destinazione! Lì ogni volta sembra la prima volta... ecco dove l'hanno ideata la pubblicità della Philadelphia!!
Adoro entrare in panificio a prendermi un pezzo di pane con l'uvetta con il solito tipo strano, seduto sulla seggiola a lato del bancone, che commenta tutte le ragazze straniere che entrano... loro sorridono, compiaciute... torneranno a casa dicendo che gli italiani sono semrpe gentili... o che sono tutti pazzi e non hanno ancora capito che l'italiano, a parte in Italia, non lo conosce nessuno!! ahah


Adoro camminare ad un centimetro dalla porta di casa della gente! Nessun cancello, nessun giardino.. la porta è lì, accanto a te.. a volte è pure aperta.. come a volerti ricordare che c'è sempre posto!

Stamattina adoro!

Io adoro Venezia!!
.. anche se continuo ad odiare questo tavolo che traballa!!mhhhhhh

venerdì 3 ottobre 2008

Seduti in un bar


Discover Emmylou Harris!




Chissà cosa passa per la testa ad uno che vuole aprire un bar..
Io lo aprirei per chiuderlo la sera!
Chiudere la porta è far entrare tutte le vite che si sono appoggiate ai tavolini.. portar dentro le sedie su cui si sono incrociate voci diverse, sgabelli che son state spostati qua e là, come in un giro di giostra.
E poi riaprire al mattino... per far uscire tutte quelle briciole di storie, nascoste sotto il tappeto e lasciarle passeggiare per la strada... per potersi aggrappare alle suole degli altri e farsi portare in giro.

Alle due di notte fai il tuo ultimo brindisi con quei frammenti di vita, di ciò che sono stati anche solo per qualche minuto o magari per qualche ora.
Appoggiarsi al bancone e guardarsi intorno, con una birra fredda tra le mani.. il silenzio ti fa rivivere quelle vite e le mescola; ti passano davanti agli occhi le facce...
Lo sguardo dei due che escono insieme per la prima volta: lui che passa nervosamente le dita attorno al sottobicchiere, quasi a volerne fare un solco eterno, sul tavolino; lei che ogni tanto accarezza il legno con i capelli, per portarsene via il profumo, sentirselo addosso.

Risenti le risate fragorose del gruppo di amici dopo la partita di calcetto del mercoledì sera... con le gambe ammaccate che se ne stanno appese al poggiapiedi, con i loro cin-cin sbucciati... con la politica che si ubriaca nella birra e le chiacchiere che se ne vanno con il fumo di sigaretta.

Nell'angolo in fondo, poi, quella sera c'erano due ragazze. Non lo vuole mai nessuno quel tavolino.. invece loro l'hanno cercato e se ne sono state lì, fino alla chiusura. Forse perché lì ci si ripara meglio dalla luce e dalle sue zanzare, si sta giusto ad un passo dalle ombre degli altri.
Quando ci appoggi la mano per raccogliere la tazza e il bicchiere caldo, ormai secco, ti ci ritrovi attaccato..
impigliato nei loro discorsi.
Ecco perché se ne sono state così, sul ciglio della strada! Forse volevano liberarsi la testa dalle parole e le hanno appiccicate tutte qui, sul legno.. gocce di sogni e briciole di ricordi...

Potresti seguire le loro storie passandoci un dito sopra, come quando studi una camminata tra le montagne con una cartina tra le mani.

Ma quelle storie non ti appartengono
sono paesaggi mozzafiato o dirupi profondi.. ma senza la fatica della strada percorsa, non ti dicono niente!

Non ti appartengono e sono belle per questo
perché tu, con un colpo di spugna, puoi cancellarle!

chissà, forse è l'unico modo per liberarle davvero, spianar loro la strada.. magari è proprio quello che cercavano, tra le ombre
chissà, forse adesso potranno chiudere gli occhi e addormentarsi più tranquille..





mercoledì 1 ottobre 2008

Improvviso a quattro mani: "In rilievo"


Sedute fianco a fianco, due note. Davanti ad un puzzle di tasti, un twister in bianco e nero.

Due mani alle finestre, impegnate in assoli d'improvvisazione. A pizzicare l'aria... rubarle i movimenti, le pause e i contrappunti

Due mani incrociate in un ballo abbracciato. Per trasformarla in musica.


liberamente ispirato da "Insieme" di Daniele Silvestri
musica: "Improvviso in SI minore, per pianoforte"- Neverland Classic Ensemble


martedì 30 settembre 2008

( ) Una fermata imprevista


(

Un viaggio interrotto da una fermata imprevista. Ritrovarsi
sulla banchina a guardare il viale. Le porte si chiudono ed il treno riparte

Un fiore in mano.
Mi fermo, saluto, sorrido. Un bacio. Mannaggia a te... che mi fai fare?!

Toccare gli aghi del piccolo pino... già così grande è diventato!
al mare c'era vento, dovresti vedere la foto coi piedi... scommetto che non te ne frega.
che pirlone, che ti ridi?!?!

Star seduti ad ascoltare il silenzio chiacchierare e ridere e scherzare.
qualcuno dovrebbe togliere queste foglie secche, pulire.
certo che un fiore colorato ci sarebbe stato meglio qui!! ma questo bianco mi piace di più.. lo potrei sempre colorare!
ho ritrovato il pansè... era viola? e mezzo azzurro tipo... stavolta non te ne rubo più, anche perché poi li perdo di sicuro
ho perso pure l'accendino nero. ma quando lo ritrovo lo butto, si è tolta la plastica ormai
mi hanno raccontato una barzelletta fenomenale: la scimmia che vede la lucertola come un coccodrillo. no, era il contrario! ma vabbé, tanto rido lo stesso. è da perderci la pancia

Ringraziare e ripartire.

Una virgola Un respiro in un discorso lungo Una boccata d'aria dopo due bracciate

Il treno apre le porte. Ma se n'era andato prima?!... forse m'ha aspettato

)


musica: "Two of us" - Aimee Mann ft Michael Penn

sabato 27 settembre 2008

Collezionava attimi


Aveva iniziato facendo il postino: a 14 anni, durante l'estate, andava a distribuire la posta in un paesino disperso tra le montagne... era proprio sulla cima di un colle... un centinaio di case appese a testa in giù.
Alle 9 di ogni sabato mattina, da giugno a settembre, inforcava la sua bici ed arrivava fino in cima, con uno zaino pieno di saluti lontani, notizie già vecchie e bollette scadute. Nei giornali ci si consolava con pettinature fuori moda e discorsi scontati.
Nel giro di mezza giornata, riusciva a restituire un profumo a quelle lettere ingiallite; ridava loro un senso... e una casa.

Gli anni volteggiavano via veloci a ritmo di polka, ma ad ogni nuovo passo qualcuno, forse stanco di ballare, si sedeva e abbandonava la pista. Gli capitava sempre più spesso di suonare campanelli ormai muti, bussava a porte addormentate e si affacciava su case silenziose, senza più nulla da raccontare.
Anno dopo anno, gli abitanti di quel bel paesino attaccato alle nuvole, se ne andavano come petali di fiori stanchi su terra arida... e lui si ritrovava tra le mani quei ricordi vagabondi.
All'ufficio postale, in città, gli ripetevano che non interessavano più a nessuno, a loro men che meno! Ma buttare quelle lettere significava farle morire, consegnarle alla mano triste dell'oblio.

Fu così che un giorno pensò di riportarsele a casa.
All'inizio le conservava in vecchie scatole da scarpe... pensava che almeno così si sarebbero fatte compagnia a vicenda, i ricordi nelle scatole e le scatole nei ricordi.
Nelle sere d'inverno, quando faceva troppo freddo per curiosare fuori dalla porta, gli capitava di tirarle fuori e sbirciarci dentro. Erano le cartoline che gli piacevano di più, perché nascondevano l'attimo in cui migliaia di chilometri non bastavano ad allontanare due persone.

Cominciò ad affezionarsi a quegli attimi vissuti e trasformati poi in parole; così, poco alla volta, iniziò a dar loro una nuova casa.
Lui, che il suo sogno era di girare il mondo, ora si ritrovava il mondo che gli girava intorno. Sul frigo aveva attaccato una cartolina di té e zenzero che profumava ancora di Estremo Oriente. Accanto al letto aveva appoggiato il mare calmo tailandese su cui una piroga si faceva cullare dalla luna. Accanto, i fiordi del mare di Barents si risvegliavano alla luce fredda dell'alba.
Un viso nero di pece gli sorrideva ogni mattina, accanto allo specchio; e ragazzini indiani spruzzavano acqua dalle loro anfore per risvegliarlo dal sonno.
Accanto alla finestra della cucina, i tamburi africani chiamavano alla festa anche le facce sofferenti dei ballerini di flamenco che, ad ogni battito di mani, schiacciavano il dolore e facevano nascere la passione. Un gregge di pecore bloccava la strada tra la cucina ed il salotto e si intravedeva appena un vecchio pescatore sorridere alla sua birra di fine giornata.

Collezionava attimi.
Non collezionava semplici immagini dal mondo, ma attimi. Quell'attimo in cui qualcuno, in chissà quale posto del mondo, passeggiando distratto era stato catturato da quella fotografia e aveva deciso per chissà quale motivo, di regalarla a chissà chi, sospeso a testa in giù in quel paesino di montagna.
Non era importante tanto quello che aveva deciso di scrivere (che probabilmente sarebbe stata solo la maschera del pensiero)... Lui si incuriosiva dell'istante in cui quell'emigrante se n'era innamorato, dell'attimo in cui aveva pensato di far fare il giro del mondo a quella scimmia dolcemente abbracciata ad un cane, per farla arrivare proprio lì, sullo specchio di taglio marocchino.

Collezionava attimi. Quegli attimi in cui un'immagine prende la forma di un abbraccio, un sorriso timido, un fiore sconosciuto incastrato tra le rocce... era un modo per accorciare le distanze. Un momento, in mezzo a mille, per mandare un messaggio... per sentirsi più vicini... orme della stessa strada.

venerdì 26 settembre 2008

Give me a place to be

Aveva gli occhi stanchi... stanchi di cercare.
Stanchi di guardare il sole e sentirsi abbagliare.


Chiuderli in un istante per andarsene là, dove il cielo si nasconde tra le onde... là per toccare quell'istante di felicità... quell'attimo in cui sussurrare, piano

...dammi un luogo dove stare...
...dammi un luogo dove essere...




Un attimo. Un solo istante
prima di tornare


Musica: "Place to be" di Nick Drake

Discover Nick Drake!

Posted by Picasa

martedì 23 settembre 2008

Con i suoi uccelli di carta per il cielo


... Tutto quel che vuole, sissignore, ma sono le parole che cantano, che salgono e scendono... Mi inchino dinanzi a loro... Le amo, mi ci aggrappo, le inseguo, le mordo, le frantumo... Amo tanto le parole... Quelle inaspettate... Quelle che si aspettano golosamente, si spiano, finché a un tratto cadono.... Vocaboli amati... Brillano come pietre preziose, saltano come pesci d'argento, sono spuma, filo, metallo, rugiada... Inseguo alcune parole... Sono tanto belle che le voglio mettere tutte nella mia poesia... Le afferro al volo, quando se ne vanno ronzando, le catturo, le pulisco, le sguscio...

Ieri sera ho chiuso un libro dal titolo "Confesso che ho vissuto".
L'ho chiuso perché sono arrivata all'ultima pagina, ma non l'ho finito, perché è qui che si srotola tra i pensieri.

E' una raccolta di memorie... e, come tali, scorrono come vengono, a volte si perdono o si offuscano. Ma come tutti i ricordi più intensi, diventano pura poesia! Ti saltano sulle spalle e ti sussurrano parole che richiamano altre parole: i suoi ricordi diventano i tuoi e alla fine, quel bambino che ti sei caricato sulle spalle, diventa parte di te... "la mia vita è una vita fatta di tutte le vite"

Non è passato un attimo, un solo istante, da quando ho appoggiato il libro sullo scaffale e ho aperto il mio taccuino... per scriverci parole scombinate. Poi l'ho messo da parte ed ho appoggiato la testa su quella che era diventata la mia terra: un luogo lontano, tra la Isla Negra e Madras... con un tramonto sui tetti di Buenos Aires come cuscino e i poemi di Sabat Ercasty come ninnananna...
Ho lasciato che le immagini scomposte si attaccassero tra loro in un puzzle senza senso... come quando, dopo una pulizia a fondo di una soffitta, ti ritrovi quelle cose che in realtà facevi rimbalzare da un posto all'altro senza sapere mai dove metterle, che ora ti guardano, da lontano.
Dove lo infili il tuo pennino preferito? Quello che ti aveva portato tuo papà dalla grande città, che conservavi solo per le lettere più speciali... nei ricordi di famiglia no, proprio non ci sta; nel baule dei giochi non ha senso; tra le lettere della guerra prenderebbe un odore troppo amaro... e allora lo sposti e lo appoggi in un angolo. Ma poi succede sempre che ti ricapita tra le mani. Mentre cerchi di far entrare il quadro dipinto da tua sorella nel baule dei ricordi di famiglia, quel calamaio è ancora una volta solo... apolide!
Lo guardi con la stessa espressione che usi quando cerchi una cosa dapertutto... quando poi hai deciso di accettare la sconfitta e di lasciar perdere, raccogli i vecchi libri, letti ormai da tempo, e decidi di rimetterli al loro posto... eccolo dov'era! Proprio lì sotto ai libri. Accidenti a lui! Ecco, quella... che espressione è? C'è un misto di rabbia e soddisfazione, accompagnati da una buona dose di simpatia... come ha fatto a rimaner nascosto qui così tanto tempo?! E' pure stato bravo!!!

E così, tutti quei pezzetti di ricordi impolverati si ritrovano abbandonati in un angolo della soffitta... poi devi pulire e così decidi di buttarli tutti dentro un sacco... "è solo per il momento", ti dici! solo finché non avrò finito di scopare per terra, di rimettere un cassone sopra l'altro... finché non avrò finito di dare un nuovo ordine al passato.
Un lavoro incompleto: tutto sistemato, tutto ormai si è piegato sotto la dura legge della catalogazione dei ricordi e quel che resta... quello rimarrà lì.
Magari questi sono gli oggetti che più ti pizzicano le mani quando li tocchi, quelli che a volte scottano e altre volte, toccandoli, ti senti uno di quei visionari dei film fantastici: risenti per un attimo una canzone, un profumo... sorridi... o ti senti un cretino! sospeso tra l'emozione che provi e la polvere che la ricopre.
Perché buttare quelle emozioni dentro un sacco?! Perché non costruire una nuova mensola dove metterle tutte lì; alla rinfusa, ma in bella vista?!
Io credo sia come quei miei pensieri di ieri... sono intrappolati in quella specie di limbo... devono ancora decidere dove stare, cosa dire.

E alla fine il sacco rimane così per chissà quanto ancora! Finché non ritornerai su, per togliere la nuova polvere o dare una nuova forma al passato... e te li ritroverai lì, in mano! Qualcuno di loro avrà un senso, ora... si sentirà a casa nello scatolone della tua infanzia. Qualche altro avrà finito il suo lavoro e se ne andrà, diventerà uno specchio che comprerà chissà chi in chissà quale mercatino... dalla polvere della soffitta alla parete di un salotto, di qualcuno che s'irrigidisce davanti ai suoi ricordi e compra quelli degli altri... che, di solito, pesano di meno.
Qualche altro rimarrà senza senso apparente e così verrà tolto dal sacco: ripasserà tra le mani e i piedi e sotto alle sedie e sopra i bauli e alla fine ritornerà in un angolo. Per essere poi scoperto, chissà, da un bambino curioso, alla ricerca dei legnetti magici per giocare al pitto...
Potrebbero rimanere lì per molto tempo, o forse solo per qualche istante...

Io credo che quelle parole troveranno il loro senso, quando sarà il momento... per ora le voglio lasciare dentro quel sacco, alla rinfusa. Vediamo se qualcuna di loro, stanca di starsene lì, avrà voglia di affacciarsi, scendere le scale e venirmi a trovare... sarebbe una meravigliosa sorpresa!



Dicono fosse il 23 settembre del 1973 quando Neruda morì... ecco, non lo sapevo! ma quel libro, oggi, ha già preso il suo profumo... e un po' anche il mio.

"Il poeta se ne andò volando con i suoi uccelli di carta per il cielo e sotto la pioggia"



Liberamente tratto da un pomeriggio in soffitta e dal libro "Confesso che ho vissuto" di Pablo Neruda
Musica: "Il postino" - Last Acoustic

Discover Last Acoustic!

domenica 21 settembre 2008

Come un regalo che ti ritrovi una mattina qualunque, sopra al tavolo


Non so a che ora esca al mattino... so che alle 7 e mezza, quando io apro il balcone, è già lì seduta sulla sedia verde accanto alla porta.
Il rumore del chiavistello la distrae, sempre. In un istante gira lo sguardo verso di me e mi sorride con un'espressione che mi toglie per un attimo il fiato, tutte le mattine. E' come se mi sentissi in colpa... come se il mio sorriso non riuscisse in realtà a restituirle la stessa serenità che lei dona a me alle 7 e mezza di ogni giorno.
Mi sento quasi in imbarazzo... alcune volte ho cercato di far meno rumore: ho accarezzato il chiavistello pregandogli di non grattare, di non aver tutta quella fretta di vedere il sole...
altre volte non ho nemmeno aperto.. ma poi manca qualcosa! Il pane mi si incastra tra i denti o il caffé ha troppo poco zucchero.
E' come se quel sorriso mi regalasse un pezzetto di felicità... la scorta per la mia giornata, quando la mia si diverte a giocare a mosca cieca... un panino che tengo con cura e sgranocchio con parsimonia.

Sta sempre seduta su quella sedia, mentre lui, dal terrazzo, si guarda intorno, con la tazza in mano. Sono lontani, forse cinque o sei metri, ma sembra che si parlino in silenzio... come due bicchieri di vino sul tavolo, uno rosso e uno bianco... uno accanto all'altro... si annusano e si ascoltano... si capiscono.
Lei laggiù con gli occhi un po' socchiusi e la mano che trema appena, quasi percepisse ogni soffio d'aria: il mio balcone che si apre, la vicina che toglie la polvere dal vialetto, il papà di Sara che chiude il cancello e sale in macchina. Ogni movimento... lei sente ogni movimento! Tutti dicono sia per l'età, ma io credo che sia per questo... sente qualcosa in più: è la mano che gioca con i movimenti degli altri!

Lui lassù. Di solito guarda in giro, quasi ad osservare come si risveglia la gente.
Mi sono sempre chiesta cosa facciano gli altri appena aprono gli occhi. Si svegliano, si alzano, una bagnata al viso sotto l'acqua fredda, i vestiti addosso, una sistemata ai capelli e poi aprono... quasi a dire "Ok, ora sono davvero pronto anch'io". Magari qualcuno aprirà e si metterà già a sbattere il cuscino, a riassettare la camera e a sistemare quel che nella notte i sogni hanno spostato di posto...
Chissà se qualcuno fa come me: apre gli occhi e sente il bisogno della luce... arriva a tentoni verso il balcone ed apre... poi, beh! poi si torna a letto altri 2 minuti! Non serve molto, giusto il tempo di far entrare la luce e farsi abbagliare, farsi trovare impreparati...
Chissà come fa la gente.
Magari lui lo sa...
O forse non gli interessa... gira distratto gli occhi, ma non guarda; ascolta.

Quando piove, poi, lui ha sempre le scarpe ai piedi... curioso! E' al coperto! Eppure infila le scarpe e guarda lei, laggiù; si sporge in avanti, quasi a volerla rassicurare, o a volerle tendere l'ombrello, per ripararle i pensieri dalla pioggia...


Stamattina ho ricevuto un regalo. Lei mi ha sorriso e mi ha fatto un cenno con la mano... ho capito che voleva che la raggiungessi! Il cuore mi è rimbalzato fino alle orecchie, le ho sentite sussultare... in un attimo ero già fuori, con i pensieri che nella testa parlavano tra loro, talmente forte che nemmeno riuscivo a sentirli!
Dal balcone lui mi ha sorriso... ha appoggiato la tazza sul tavolino ed ha allungato le mani alla ringhiera. Non so se sapesse già tutto... ma io penso di sì! Credo fosse il suo modo per dire: "Eccomi, ora ci sono anch'io lì!"

Stamattina ho ricevuto un regalo, di quelli belli... quelli che ti ritrovi una mattina qualunque, sopra al tavolo... come una di quelle penne che mi portava sempre a casa mio papà... come quella persona che sbuca dopo anni e ti suona il campanello, con il sorriso sgargiante e una vita da raccontare... come uno di quei bimbi che ti voleva raccontare un segreto segretissimo e poi, in realtà, voleva solo darti un bacino... come un biglietto con un messaggio di un'amica, lasciato dentro alla cassetta della posta, mentre passava davanti casa... come quando lui mi stringe la mano sulla schiena e mi ferma tutti i pensieri, in un istante...

Domani ho deciso che mi alzo prima e vado a metterle un fiorellino sulla sedia... una margherita, credo! O forse sarebbe meglio una violetta?!
Credo che domani mattina uscirò per la porta, ancora con gli occhi socchiusi e la mente addormentata... e raccoglierò il primo fiore che mi catturerà lo sguardo!... come un regalo che ti ritrovi una mattina qualunque, sopra al tavolo...

musica: "E' per te" - L'Aura

Discover L'Aura!

giovedì 18 settembre 2008

Raccontano...

Si racconta che in un ridente paesino immerso nelle campagne venete, il paesaggio sia di un verde che profuma di vino e di un azzurro che risuona di mare...




Non fatevi ingannare dalle leggende lontane... di sicuro, io vi posso dire che il profumo del vino c'è! Quello, laggiù, non manca mai!
Sarà forse proprio questo che rende questa gente, gente strana!... mica tutti in ordine! E' gente che sta sempre col naso all'insù, a curiosare e ad aspettare qualcosa, qualche nuova sorpresa nel cielo...



Nessuno ha mai capito cosa davvero si nasconda tra le nuvole... ci dev'essere un piccolo folletto che verso sera, dopo una lunga giornata di lavoro, va fin lassù per creare magiche pozioni che esplodono in cielo e lo colorano... e poi lo disegnano... delle figure più strane! Alcune volte, le sue creazioni son talmente belle che prendono il volo e se ne vanno anche da qualche altra parte... (perfino a roma ho sentito che sono arrivate... anvedi oh!)
Intanto i nostri piccoli abitanti stanno lì, appoggiati alla finestra a fantasticare su quello che il piccolo folletto ha creato... c'è chi ci vede una balena, chi un albatro con gli occhiali, chi la faccia di un mostro col cappello...
Si dice che non tutti lo sappiano fare... qualcuno guarda anche, ma giura di non vederci nulla! C'è addirittura chi dice che son solo nuvole... che poi pioverà...
Ma non credeteci! Non fatevi ingannare dalle leggende lontane!!



Verdi e azzurri se ne vedono a volontà! Da lassù si vede tutto... sospesi tra cielo e terra...

Ma a volte, a star lassù, a qualcuno inizia a girar la testa...
Narrano che qualche abitante strano, quando sente un certo formicolio agli occhi, le mani rattrappite e i la testa vuota, senta il bisogno di togliersi subito le scarpe (quelle vere, stavolta) per andare a giocare a nascondino tra i fiori, infilarci la testa a caccia di formiche... sentire ogni piccolo granello di terra infilarsi tra le dita...



Nessuno ha mai svelato il motivo per cui si nascondano qui... perché scendano da lassù di corsa per rimanere così, seduti, con le orecchie a terra e il naso al cielo...

Qualcuno dice che quel che si sente quaggiù è qualcosa di raro... qualche altro è convinto che ogni piccolo filo d'erba conosca una fiaba e la racconti, nelle notti senza luna, per illuminare la casa...

(Qualche altro mi ha raccontato che qui, nella terra più dura, dura quasi come il cemento, si nasconda un animale magnifico, da tutti invidiato... un geco... un geco nero e arancione...
Qualcuno vi dirà che in realtà son semplici salamandre... ma voi... voi lo sapete!!! :D )



Poi c'è chi dice anche che in realtà non ci sia un motivo... solo che loro, lì, con i piedi scalzi, dentro a tutto quel verde, in mezzo a quel profumo... beh, ci stanno bene... si sentono a casa!




Ma si sa, qui gli abitanti sono strani!... strani forte!!

martedì 16 settembre 2008

Oggi si cambia!

- Ci dai mai un nome alle cose, tu?
- Alle cose?! Boh… di solito gliel’hanno sempre già dato gli altri. Che senso avrebbe dargliene altri?
- Beh, prendi me: io ne ho un sacco! Tanti nomi, tante sfumature. Uno è riduttivo, è… decisivo!
- Ma chettenefrega?! Un nome è solo un nome. E’ un paio di scarpe consumate dal fango e dalla pioggia… un po’ deformato forse… ma la scarpa è sempre quella, uguale a quella degli altri! Solo che dentro prende la tua forma: all’inizio ti batte sul mignolo, poi il piede si stiracchia un po’, si fa spazio e si accomoda. Lei cede, e tu ci stai bene!
Magari dopo un po’, quando meno te l’aspetti, inizia a grattarti sulla caviglia… “ma che è?! Anche lì?!” eh, si sveglia all’improvviso e decide di starti scomoda pure lì! Ma un cerotto ti aiuta: ripara il danno e fa fare al piede il suo lavoro… che alla fine si ritrova bello disteso e rilassato. Ha cambiato posizione, s’è sistemato e ora sta meglio.
Sarà solo una scarpa, ma alla fine è la tua! Non ti sei mai trovato bombo di pioggia a dover chiedere le scarpe di qualcun’altro? Ecco, magari ci stai, eh! Ma ti senti fuori luogo… ospite a casa di un altro… contratto… come quando ti siedi al bar: ti rilassi, ma mica ti ci puoi distendere sul divanetto!
- Già… Ma quella scarpa diventa il tuo biglietto da visita: segnata, un po’ impolverata, taroccata e coi lacci che tendono al grigio = quello che va alla sostanza delle cose... che si batte contro le multinazionali e lotta contro i mulini a vento dell’ipocrisia
Oppure c’è quelle bella, di marca; lucidata e sistemata a puntino, con i lacci infilati precisamente sotto alla linguetta… per un tipo elegante, da Wine-Bar del centro, il sabato sera… prosecco e sfogliatine di verdure… sempre composto ed educato.
No?! Arrivi con le tue scarpe e potresti startene zitto tutta la sera: san già tutto di te!
- E che c'entra questo coi nomi?!
- Che si dà un nome alle cose per semplificare i discorsi, le domande… non li compili mai i questionari?! Mare o montagna? Cinema o letteratura? Birra o vino? Destra o sinistra? Villaggio-vacanza o viaggio avventura? “Beeeeeee-risposta errata! Io quelli che vanno in vacanza nei villaggi a buttarsi in piscina nell’hotel a 5 stelle non li posso proprio soffrire!” … e che ne sai?! Manco hai chiesto qual è stata l’ultima volta per cui si sono sganasciati dalle risate! O il ricordo più bello di una serata a casa, semplicemente normale…
- Eh beh! Non sei tu quello che fa fare il giro più lungo ai francesi che si perdono tra le calli?! … Solo perché sono francesi!
- Buahahah, assolutamente sì! Sono francesi, l’hai detto tu!
- Che ne sai?! Magari quel francese ha girato l’intera Africa con zaino e taccuino… il cappello da finto-gondoliere l’avrà portato solo per entrare nel clima di casa… per sentirsi meno straniero a casa tua!
Dai, sono nomi… post-it che col tempo si scollano, lo dici sempre tu! Belli per questo: metti e levi, cambi… Sono scarpe consumate, quel che ti serve per camminare, nient’altro. La strada è tutta nascosta lì dentro, nella forma che hanno preso… che c’hai dato! … That’s life!
- Già… that’s life!... così!

sabato 13 settembre 2008

E' arrivata la sera?

Jesolo, 26 dicembre 2007

Silenzio. Vladimiro ed Estragone guardano il sole che tramonta

ESTRAGONE: Si direbbe che stia risalendo

VLADIMIRO: Impossibile.

ESTRAGONE: E se fosse l'aurora?

VLADIMIRO: Non dire sciocchezze. E' l'oriente, di là.

ESTRAGONE: E che ne sai tu?

POZZO (angosciato): E' arrivata la sera?

VLADIMIRO: E poi non si è affatto mosso

ESTRAGONE: Ti dico che sta risalendo

POZZO: Perché non mi rispondete?

ESTRAGONE: Il fatto è che non vorremmo raccontarle una balla.

(da "Aspettando Godot" di Samuel Beckett)


venerdì 12 settembre 2008

Capi scout? Solo se son capi a zig-zag!

Mi è arrivato oggi “Servire”, una rivista per capi… sono caduta subito su questo articolo... io ne ho postato solo un pezzo (e già così è lunghissimo!!), ma… ne vale davvero la pena!!


C'ho rivisto tante persone qui! In realtà non di numero, ma di sostanza... (e non solo scout!!)


E, alla fine, il giochino di Toto-Comunità Capi… tra tutti i "quelli che", potrei dare un nome ad ognuno di quelli che fa la strada insieme a me! Ma su uno... Eh! su uno, mi son spanzata dalle risate… perché... accidenti! ci sono anch'io!!! Chissà... buahahahah


“Ci sono i capi con la bacchetta e quelli con il regolamento in mano. I capi che hanno studiato il progetto, quelli che hanno fatto il corso, quelli che hanno letto tutti i numeri di “Servire”…

Grazie, grazie. Grazie davvero tantissime. Tutto questo è molto bello, molto educativo, molto giusto. Non ci permetteremmo mai di metterlo in dubbio. Come potremmo d’altronde? Tonnellate di scienza educativa, centenari di proposte pedagogiche, reti globali di interconnessioni tra agenzie educative… tutto dalla loro parte.

Ma poi zitti, zitti, arrivano loro (noi?).

Chi? I capi a zig-zag. Con i capelli al vento, la faccia sporca di sole e l’aria di chi se ne infischia. Non molti. Anzi pochi. Chi lo sa! Magari due o tre. Forse di più. Imprevedibili, come le zanzare. Indefinibili come i macheruali. All’improvviso, come i temporali. Zig-zag, quasi non te ne accorgi. Ma dov’erano? Prima non c’erano. Anzi, no: erano già lì, che guardavano, con un filo d’erba tra i denti; sì mi sembra che fossero lì, in fondo alla via. E chi guardavano? Guardavano te. E perché? Non si sa. Ne sei sicuro? Non lo so ma quasi ci spero. Ma che succede? niente. Niente. Cos’è questo strano rumore? Forse solo che gira un po’ il vento della vita. Si aprono le finestre, si può guardare più lontano, entra ossigeno nella stanza (nasce timido un piccolo desiderio di scendere per strada e di mettersi a cantare…).

Ma aspetta, ancora non si può.

Zig-zag. Prende un pennello e colora di azzurro le tue scarpe. Pedalavi al buio ma lui ha acceso la dinamo della tua bicicletta. È ancora notte sulla città ma si cominciano a scorgere tante piccole luci lungo la strada...

Certo, ha le mani sporche. Sporche di grasso, l’olio per la catena. Dev’essere uno che se la ripara da sé. Mani forti, che ti sorreggono mentre inciampi. Poche parole, è vero. Però le parole giuste. I Capi a zig-zag non fanno grandi discorsi. A volte preferiscono i silenzi. Ascoltano. Guardano. Sembrano assorti. Poi raccontano. Piccole storie da niente, ma con una passione che accende la fantasia. E mentre raccontano spalancano le braccia e disegnano con le mani il profilo delle montagne, la cresta degli alberi che si muove nel vento; e nel racconto ti ritrovi a poco a poco avanzare nel sentiero della giungla: odi lontano il tamburo della tribù degli uomini rossi che avevano giurato sul corpo del gran capo Pacotapl vendetta per l’offesa ricevuta. Senti scricchiolare le foglie sotto ai piedi, sussulti: occhi ti osservano nascosti dal folto delle foglie e tu sei lì che cominci a fartela addosso dalla paura perché ti è stato appena spiegato quanto terribili sono le torture riservate ai bianchi fatti prigionieri. Eppure avanzi tra mille pericoli, liane, fosse nascoste per i leoni, verso la radura erbosa che cela il mistero della cassa in cui, si dice, stia sepolto il tesoro del pirata Morgan…. Ecco il punto dove scavare! La mappa è chiara “Dove l’ombra della grande quercia incontra quella della sequoia”. E mentre stai scavando freneticamente a mani nude e con un cucchiaio di ferro, senti sempre più forti quegli occhi che ti scrutano dalla foresta; il sudore ti imperla la fronte, un brivido scende lungo la schiena, scorgi con la coda dell’occhio il profilo di un guerriero che sta per saltarti addosso… ecco proprio in quel preciso momento, col tuo cuore che batte a mille, il capo fa uno sbadiglio e dice: “ragazzi, buonanotte, questa la continuo domani sera…”

Perché in definitiva i capi a zig zag hanno questo di bello: si interessano a te. Sul serio. Sembra che i tuoi problemi siano i loro problemi. Non sono lì per giudicarti anche se certe volte ti fanno delle sfuriate che neppure tua madre sarebbe capace di fare. Però ci tengono. Per davvero. Fanno il tifo come se dovessi segnare il gol della vita ogni domenica. E se tiri fuori il calcio rigore sono capaci di invadere il campo e prenderti a pedate. Ma è solo perché si capisca che ci tengono. Che tengono a te più di ogni altra cosa. Che non sei trasparente, un cellophane dell’esistenza, un ectoplasma senza un destino. No, il tuo destino sembra il loro. Solo che ti lasciano costruirlo da solo. A volte non ti dicono niente oppure, semplicemente: “adesso tocca a te”. Se ci sono dei rischi da correre per te se li corrono tutti, eccome se li corrono! Ma se ci sono dei vantaggi, ecco sembra proprio che i vantaggi non li vogliano. Niente applausi, niente ringraziamenti, niente parole di troppo. Una stretta di mano e via, come sempre: poche parole, molti fatti.

Sono strani questi capi a zig zag, però hanno un modo di guardare che ti affascina. Ti guardano negli occhi ma poi distolgono lo sguardo in fretta e ti domandano: “hai visto da che parte sale il sentiero della montagna?”. Tu ovviamente non hai neppure cominciato a vederla, la montagna. Ma loro hanno già lo zaino in spalla e si avviano dicendo “saliamo sulla cima”. Ed è così che condividono i passi, la borraccia, il freddo della notte, il caffè della mattina.

E mentre stringi una tazza tra le mani rifletti che anche se la strada non è sempre dritta, che ci sono spesso delle curve, dei tornanti, che a volte sembra di tornare indietro, insomma mentre rifletti che nonostante tutti i nostri sforzi per semplificare e rettificare è proprio la vita che è fatta irrimediabilmente a zig zag, (forse è per questo che si rifiuta di farsi cucire stretta nelle caselle di programmi, moduli e progetti che avevamo immaginato per lei) ecco, ci sono degli uomini e delle donne per i quali questo non è poi così un gran problema. Ci sono uomini e donne per i quali la vita è un’avventura,un gioco straordinario e appassionante, proprio perché sconosciuta e sempre nuova. Da affrontare con gusto, creatività e fantasia. Uomini e donne competenti, certo, ma sempre in grado di distinguere tra ciò che sono gli obiettivi e quel che sono dei semplici strumenti. Ti incammini insieme a loro, intuisci che tutto questo non è solo metodo e neppure una filosofia: è un modo di essere, di guardare l’esistenza. Potremmo forse dire: uno stile. Si inerpica ancor di più il sentiero e Lassù, più in Alto, cominciamo a intravedere la Cima.”

Da “Servire” articolo di Roberto Cociancich



Il Toto-Co.Ca.... fate il vostro gioco!!


quelli che… la mia unità è a posto

quelli che… è ora di andare a dormire! … io domani mi alzo alle sette

quelli che… aggiorniamo la riunione


quelli che… qui è tutto un casino

quelli che… sono al mare e mandano tanti saluti

quelli che… per favore non litigate


quelli che… non vogliono incastrare nessuno

quelli che… si fanno incastrare

quelli che… ti incastrano benissimo


quelli che… tengono gli occhi fissi a terra

quelli che… tengono gli occhi fissi in aria


quelli che… non parlano e non sai se dormono o se sono incazzati

quelli che… fanno i disegnini

quelli che… se c’è proprio bisogno io…

quelli che… oltre tutto vogliono aprire un’altra unità

quelli che… però non va tutto così male


quelli che… quando parlano sai cosa diranno

quelli che… non parlano perché sai già cosa diranno

quelli che… non parlano e basta

quelli che… ogni tanto sbuffano chissà perché

quelli che… ti spiegano cosa vuoi dire

quelli che… quando sono stufi se ne vanno


quelli che… non vengono nemmeno

quelli che… si sentono obbligati


quelli che… non era mica deciso

quelli che… adesso ci facciamo una bella cantata

quelli che… non posso perchè devo sposarmi

quelli che… non posso perchè mi sono appena sposato

quelli che… sono troppo vecchio


quelli che… chi se ne frega della Zona

quelli che… dovremmo prenderci ogni tanto un anno sabbatico

quelli che… hanno chiesto un anno sabbatico

quelli che… ci serve un prestanome per il Branco


quelli che… siamo noi

giovedì 11 settembre 2008

Perché scrive?

La domanda preferita è: perché scrive?

Io scrivo perché sento il bisogno innato di scrivere! Scrivo perché non posso fare un lavoro normale, come gli altri!
Scrivo perché posso sopportare la realtà soltanto trasformandola. Scrivo perché amo l'odore della carta, della penna e dell'inchiostro. Scrivo perché credo nella letteratura, nell'arte del romanzo, più di quanto io creda in qualsiasi altra cosa. Scrivo per abitudine, per passione. Scrivo perché come un bambino credo nell'immortalità delle biblioteche e nella posizione che i miei libri occupano sugli scaffali. Scrivo perché la vita, il mondo, tutto è incredibilmente bello e sorprendente. Scrivo perché è esaltante trasformare in parole tutte le bellezze e ricchezze della vita. Scrivo non per raccontare una storia ma per costruirla. Scrivo per sfuggire alla sensazione di essere diretto in un luogo che, come in un sogno, non riesco a raggiungere. Scrivo per essere felice.

L'aspetto più bello è poterti dimenticare del mondo come fa un bambino, sentirti spensierato mentre giochi felice, poter giocare con le regole del mondo come fossero giocattoli e nel frattempo sentire l'esistenza di una profonda responsabilità dietro a questa infantile e libera gioia. Si può giocare tutto il giorno, ma sentirsi molto più seri di chiunque altro. Prendere sul serio l'essenza e l'immediatezza della vita con un'ingenuità propria solo dei bambini.
(liberamente tratto da "La valigia di mio padre" di Orhan Pamuk)

Perché scrivo?

O forse scrivo… perché non son capace a disegnare! ah!!

martedì 9 settembre 2008

Incontri ravvicinati di 3° tipo

Infradito, jeans e maglietta... mi sembra un abbigliamento consono per andare a prendere le sigarette e fare un giro in posta... mh... proprio all'uscita dalla posta incontro un vecchio amico (sì, diciamo più "vecchio" che amico!!jeje) che, con sorriso smagliante mi fa:
- Hey, Stefi! come va?
- Ah, uno spettacolo! con questo bel sole non può certo andare male! te tutto a posto?
- Se tira 'vanti... vieni a prendere uno spritz?
- Oh, beh, c'ho un po' da fare... devo andare a casa a farmi il pranzo che poi oggi son di giro...
- Dai! Per uno spritz! ... anche se... non so mica se ti fanno entrare con quella maglietta, eh! - E, scoppiando in una risata fragorosa, mi dice: - Dove vatu vestia da comunista?!-
- In realtà... difendo una razza in estizione!-
- Quella dei comunisti?!-
- No, la mia!-

Una risata di compromesso e poi lui: - Ah, tosa! Cossa fattu qua? Te ga 'na testa de mondo, ti!-

Su quel che ci faccio qui... sinceramente me lo chiedo sempre anch'io!! Chissà per cosa si decide che uno debba nascere qui o in mezzo alle campagne toscane... o in un buco di paese tra le pecore e i pub irlandesi... chi mi c'ha mandato qui?! mah... forse ha sbagliato il lancio!

Ma... la testa?! Che c'ho nella testa, io?!
Vebbè... meglio lasciar stare i comunisti nelle campagne venete e andare ad onorare la miglior tradizione del pre-pranzo:
- Senti qua, andiamoci a bere 'sto spritz va'! Che onoro quel po' di veneto che mi è rimasto!-

La maglietta "comunista" e la testa di mondo... che sia così?!

Eppure... su quel che c'ho nella testa... io ancora non l'ho capito! ... anche se qualche idea, adesso ho cominciato a farmela... ;)

domenica 7 settembre 2008

Cosa resta di un temporale?

Cosa resta di un temporale?
I pensieri bagnati da quelle lacrime di vento... quelle gocce che restano attaccate alle foglie, quasi non se ne volessero andare...
Davanti, il sereno. E addosso, quell'odore che ti si attacca, come le gocce alle foglie. Qull'aroma che profuma di ricordi.
Qualche volta hanno l'odore di crackers e sigaretta a ricreazione... o di stupidi scherzi durante l'ora di scienze... o di risate davanti alla pertica, o di bottiglie di coca-cola davanti ad un pub di Lucan, sotto la pioggia battente... o di risate soffocate dentro al libro di filosofia...

Altre volte quel profumo diventa l'odore amaro di una telefonata in bianco e nero...
quella sensazione gelida che la pioggia ti lascia, quella che ti rimane intrappolata nella pelle, sotto all'anello... e tu lo stringi per provare a smorzare quella stretta che ti toglie il fiato... lo accarezzi sperando di poter fare una magia... di tornare indietro a quella mattina di tanti anni fa... chissà, magari stringendo forte, si prende il volo e si ritorna laggiù, per dare un altro colore a quella telefonata, o un altro titolo a quell'articolo di giornale...

Alla fine, ciò che resta... è il buio che è sceso adesso... e quel meraviglioso rosso lassù, che hai appena perso, fantasticando su quel che non ci sarà... ma che, in fondo, è sempre con te, nascosto in quell'anello... sotto alla pelle...

venerdì 5 settembre 2008

In un treno di pensieri

Lo sguardo fisso su quell’articolo di giornale. Uno sguardo accorto, quasi rubato.
La gamba intanto picchietta sul tavolino, forse qualche pensiero di troppo che rotola dentro… forse quei pensieri si son proprio bloccati tra il piede ed il ginocchio. Su e giù Su e giù senza via di scampo.
Poi un attimo di tregua: la mano s’infila nella borsa e afferra un libro… i pensieri si fermano. Immobili.
La storia di quella pietra scomparsa inizia ad incuriosire perfino loro: in un attimo il piede si ferma, quasi ad ascoltare. Ma forse qualche indizio arruffato, qualche traccia sbiadita, qualche parole non chiara, li risveglia; abbandonano la gamba e sono già lì, tra il pollice e l’indice, tamburellando sulle avventure di quell’americano, sviando le ricerche dell’investigatore. Gli occhi si bloccano in quel fermo-immagine, sulla mappa appena scoperta davanti all’accademia… e intanto i pensieri continuano il loro tip-tap tra le pagine. Su e Giù Su e Giù Su e Giù Su e Giù
Perfino lui, quest’uomo brizzolato, sulla sessantina forse… perfino lui ci rinuncia: un ultimo sguardo alla faccia dell’investigatore… un sorriso compiaciuto quasi ad assicurargli un pronto ritorno, e poi una fuga veloce: con uno scatto inaspettato tutto finisce dentro la borsa. Forse domani sarà il momento giusto per tornare alla ricerca di quella pietra, forse più tardi sarà tutto più tranquillo… o forse stasera, prima di dormire.

Inutile combattere, i pensieri c’hanno il loro bel daffare… ed ora, nuovamente liberi nella loro corsa, decidono di tornare giù, dal ginocchio al piede, dal piede al ginocchio: Su e Giù Su e Giù Su e Giù Su e Giù. D’altronde… forse è meglio lasciarli andare, lasciarli sfogare!
Gli occhi s’arrendono, si siedono, si stendono… fino a chiudersi. E poi anche le mani… rilassate, quasi a proteggere quel tesoro dentro la borsa di pelle. Poco alla volta tutto diventa più tenue… Su e Giù Su e Giù S u e G i ù S u e G i ù S u e G i ù
Ormai nessuno se li fila più, quei pensieri: tanto vale rinunciare, avran pensato! tornare più tardi, o stasera, o domani… tanto vale riposare e riprender fiato, dopo una così lunga corsa.
Immobili, di nuovo.

Chissà, magari si sono addormentati. Oppure han trovato un cunicolo, un invisibile buco nel calzino, una fessura nella scarpa… e se ne sono andati…
Un sorriso timido si fa spazio nella calma generale… la mano accarezza la borsa… nel frattempo sarà riuscito l’americano a decifrare quella mappa? Tutto adesso qui, sembrava più tranquillo… loro se n’erano andati, chissà dove, chissà da chi… meglio approfittarne! l’avventuriero era lì, pronto per ripartire.

mercoledì 3 settembre 2008

Equilibrio precario


Ma nialtri semo altri teèri!

lunedì 1 settembre 2008

Quando si apre per un attimo la fessura nella persiana


"Quella stessa sera saltò fuori che non aveva né avrebbe mai fatto esercizio di respiro: le ero piaciuto e non voleva che sparissi. [...] Piaciuto, disse, non è propriamente la parola adatta. Sarebbe più giusto dire che le ero sembrato rinchiuso nella cantina di me stesso e le avevo fatto venire voglia di provare ad arrivare giù da me, per non farmi congelare lì nel buio. Nemmeno adesso si era espressa come avrebbe voluto, rinchiuso, cantina, E' tutta colpa tua, Theo, per colpa tua mi esprimo così e non mi riesce bene. Ridicolo? Allora fammi il favore di assumerti le tue responsabilità. Guarda che hai fatto. Per colpa tua son ridicola. Per colpa tua sono persino arrossita. Guarda."

E' un passo dal libro "Non dire notte", di Amos Oz.
Comprato oggi per ammazzare il tempo al ritorno da Venezia e divorato in 8 ore! Mi ha fregata! Doveva essere un diversivo ed è diventato la mia trappola... una delicatissima trappola d'amore e...!

... mh... mi piace questo gioco del destino!

"Al tramonto andiamo qualche volta al caffé, qualche volta al cinema Paris. Ancora mezz'oretta a spasso a goderci la frescura della sera, in piazza. Rientriamo a casa ad ascoltare musica tranquilla seduti in cucina. L'indomani comincia un'altra settimana. E' così ormai da sette anni. Ben cauti nell'evitare quella coppia di commedianti di strada che ripetono sino allo spasmo, come dannati, il loro vecchio copione - fatto di caos, tormenti, smarrimento."

Consigliato a chi... ha voglia di buttarsi in un bagno di delicatissimo amore
Consigliato a chi... crede che al di là di ogni salita ci sia sempre un'altra irresistibile sfida
Consigliato a chi... si emoziona ancora davanti all'amore di due anime che si trovano e poi si ritrovano
Consigliato a chi... a volte si sente stretto quand'è legato, ma troppo solo quando allontana la mano

"E' l'impressione di quando si apre per un attimo una fessura nella persiana di una bella stanza e dentro si vedono un candeliere e una biblioteca e il fuoco nel camino, e subito dopo tutto si chiude di nuovo, come se non fosse mai esistito"

domenica 31 agosto 2008

Vanno, vengono... a volte ritornano...

Finisce sempre così... lo ami e poi lo accantoni e lo riprendi... lo studi e ci pensi... e ti manca, ma poi ti stanca... ti sfinisce, ti atterra ma poi ti regala delle emozioni che non puoi raccontare... otto anni di dolori ed emozioni!
Ad un certo punto lo accantoni, in un angolo remoto della casa, dove nessuno possa più vederlo e che tu soprattutto non possa più sentirlo!


Un giorno qualcuno ti tradisce e ti chiede quello che mai avresti voluto sentire...

"Suonare io al tuo matrimonio?! Ma ti xe matta?!?! ... sono anni che non lo tocco più! ormai c'ho perso la mano... e poi non sono mai stata brava! guarda lascia stare!
Gabriel's oboe, poi... cioè tu stai proprio fuori! è difficile!"



E' passato quasi un anno da quel matrimonio e stamattina mi è venuta voglia di riprenderlo in mano...
Ci sono delle cose che non si dimenticano mai nella vita. Qualcuna riaffiora così, senza un motivo: stai cercando il gusto barocco in quel quadro di Vermeer e in un istante, ti ci ritrovi dentro, a quel quadro! Sarà l'insistenza di lui, o le pennellate decise sullo sguardo di lei; o la sua distrazione... non lo so.
So solo che mi son rivista a 8 anni, in quella sala piena di strumenti musicali... mi son rivista con gli occhi spalancati e il cuore in sussulto quando a suonare era un flauto... l'ho capito subito che quello sarebbe stato mio!

Non è stata la carriera di una grande flautista a fare la storia, né la passione sfrenata a segnarne la strada... solo l'emozione di quel suono, che ancora adesso, mi fa tremare il cuore!

sabato 30 agosto 2008

Libere (in)comprensioni

La notizia di questi giorni sulla donna a cui è stato negato l'ingresso ad un famoso museo veneziano a causa del velo che le copriva il volto, mi ha fatto riflettere...

Eh, l'articolo 5 della legge LEGGE 22 MAGGIO 1975, n. 152 parla chiaro:

ART.5.

È VIETATO PRENDERE PARTE A PUBBLICHE MANIFESTAZIONI, SVOLGENTISI IN LUOGO PUBBLICO O APERTO AL PUBBLICO,FACENDO USO DI CASCHI PROTETTIVI O CON IL VOLTO IN TUTTO O IN PARTE COPERTO MEDIANTE L'IMPIEGO DI QUALUNQUE MEZZO ATTO A RENDERE DIFFICOLTOSO IL RICONOSCIMENTO DELLA PERSONA.

IL CONTRAVVENTORE È PUNITO CON L'ARRESTO DA UNO A SEI MESI E CON L'AMMENDA DA LIRE CINQUANTAMILA A LIRE DUECENTOMILA.


Sentire poi, al telegiornale, che il guardiano sarebbe stato licenziato, mi ha fatto rabbrividire.. insomma, non sapevo che a rispettare la legge si corresse anche il rischio di essere licenziati! Al massimo, temevo ci si potesse impazzire!!

E se fosse successo qualcosa?! Allora a quel punto l'avrebbero licenziato. Sicuro! Perché non aveva rispettato la legge!
Mh... accidenti...

Ma vabbé, provo ad uscire dal discorso di "obbligo legale", e cerco di fare una riflessione "culturale".
Il niqab (questo tipo di velo che copre interamente il viso lasciando scoperti solo gli occhi), è previsto dalla sua religione, quindi lei ha tutto il diritto di indossarlo, è vero. Il buon costume prevede di girare con pantaloni e maglietta, ma in Congo probabilmente impareremmo che non servono i vestiti per essere persone "perbene"...

Nel momento in cui due diritti si scontrano però, qualcosa bisogna fare!
"..sono giunti a capire che il loro destino è legato col nostro destino, e sono giunti a capire che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra libertà. [...] Non possiamo camminare da soli." (da " have a dream" di MLK)

Già! E se la mia libertà finisce dove inizia quella degli altri (sempre un debito di Martin Luther King), penso che prima di eliminare la recita di Natale nelle scuole per rispetto dei bambini musulmani e prima di negare l'entrata ad una donna col velo, basterebbe semplicemente fare un passo avanti... entrambi!

Non mi era venuta in mente l'idea di istituire una "Stanza del velo", ma devo dire che mi sembra un'ottima soluzione! Mi sembra un modo per aver rispetto per la cultura altrui e una tutela per la nostra legge.

L'appartenenza
non è lo sforzo di un civile stare insieme
non è il conforto di un normale voler bene
l'appartenenza è avere gli altri dentro di sé
("L'appartenenza" - Giorgio Gaber)

Non può essere uno sforzo da fare, né un finto perbenismo, né una comoda accusa!
Così sarebbe decisamente troppo semplice!

mercoledì 27 agosto 2008

Il tempo è un signore distratto, è un bambino che dorme

Ora il tempo è un signore distratto, è un bambino che dorme
ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano!
Cosa importa se sono caduto, se sono lontano?
perché domani sarà un giorno lungo e senza parole,
perché domani sarà un giorno incerto di nuvole e sole

E' il 27 agosto del 1979. Fabrizio De Andrè e la compagna Dori Ghezzi vengono sequestrati dall'anonima sarda: quattro mesi che segneranno profondamente la vita dei due e, ovviamente, sarà un'esperienza che segnerà anche la poesia di Faber.

Voglio ricordarlo così, con una canzone che racconta quel dolore. Parole e musica che mi fanno rabbrividere ogni volta che mi sfiorano il cuore..

"Hotel Supramonte"